21 Marzo 2017 -

L’UOMO LUPO (1941)
di Robert Waggner

Even a man who is pure in heart,
and says his prayers by night;
May become a wolf when the wolfbane blooms
and the autumn moon is bright

La notte, di per sé, è quel momento in cui è buio, c’è silenzio, cresce la tensione, i nervi si scoprono più facilmente. È l’orario più intimo e nascosto, quello delle doppie vite, quello in cui colpisce Jack lo Squartatore, quello in cui il dottor Jeckyll si trasforma in Mr Hyde, quello in cui le streghe danzano intorno al fuoco. E soprattutto, in questo caso come non mai, è il momento in cui l’uomo diventa un lupo.
La Fantamaratona del Bergamo Film Meeting, forse il più radicato e imperdibile fra gli appuntamenti offerti dalla kermesse orobica, fa da sempre leva sull’orario notturno, quell’orario in cui la sola idea di essere in una sala cinematografica anziché nel proprio letto esercita un sottile fascino, un gusto del proibito che si instilla nello spettatore nel momento della giornata in cui l’uomo è più esposto all’onirico, all’eterna magia caleidoscopica delle immagini, e forse anche alla paura. Per l’edizione 2017, dopo avere lo scorso anno rievocato Gli uccelli di Hitchcock e aver scongelato dai ghiacci nientemeno che La mantide omicida di Nathan Juran, la “fantaselezione” dell’organizzazione del BFM si è voluta soffermare sul mondo oscuro dei licantropi, che fra i tanti mostri del cinema classico incarnano forse quello più dicotomico: privo, a differenza dei vari Frankestein, Dracula, Hyde e dei più disparati fantasmi che al tempo era solita produrre la Universal, di un diretto riferimento letterario, eppure da sempre radicato nelle più antiche credenze popolari, dall’etimo greco a cui si deve il dittico λύκος-ἄνθρωπος per tornare indietro fino all’antico Egitto di Anubi, saltando poi alla Roma di Petronio che raccontava come l’uomo possa diventare lupo nel Satyricon e proseguendo il percorso per tutto il Medioevo con l’apice nella caccia alle streghe, fra storia e folklore, fra credenze e tradizioni, fra paura ed eterna sfida.

È stato però proprio il cinema a codificare definitivamente le regole della licantropia, a mescolare le varie tradizioni trovando una sorta di “unità d’intenti mannara” nelle trasformazioni notturne, nel fiorire della luparia, nella maledizione che obbliga chi ne è colpito a trasformarsi (anche) contro la propria volontà perdendo la componente umana, nell’argento come unico metodo efficace per uccidere L’uomo lupo.
Curiosamente però, la prima caratteristica fondamentale che viene in mente dovendo definire un lupo mannaro, ovvero la sua trasformazione sotto il plenilunio con l’esposizione diretta alla luna piena, allo sceneggiatore Kurt Siodmak, autore nel ’41 dello script di The wolf manL’uomo lupo che pose nei fatti le “regole” del genere1, venne in mente solo due anni dopo. In questo primo The wolf man, proiettato alle 2 di notte a degna chiusura di una Fantamaratona 2017 iniziata all’ora delle streghe con la rilettura di Cappuccetto Rosso in chiave di sogno e desiderio che Neil Jordan – con tanto di meravigliosa “nonna” Angela Lansbury – portò a termine nel 1984 con In compagnia dei lupi, a far trasformare l’uomo in lupo è “solo” il periodo dell’anno, l’autunno con l’erba luparia in fiore, e la trasformazione avviene semplicemente perché è inevitabile che accada, anche quando il licantropo è legato in casa con le finestre chiuse e la luna non la può nemmeno vedere. Sarà solo dal secondo film della saga, Frankenstein contro l’uomo lupo (1943), che la filastrocca “tradizionale” (inventata in realtà da Siodmak) che diversi personaggi recitano a memoria durante i film a dimostrare come la credenza fosse radicata, cambierà il finale originario “and the autumn moon is bright” con “and the moon is full and bright”, sancendo definitivamente come il plenilunio fosse l’occasione alla base della trasformazione, e la regola che ogni successivo regista, da John Landis a Joe Dante, passando appunto per Neil Jordan, avrebbero dovuto tenere in conto e affrontare in ogni incursione nell’immaginario “mannaro”.

Homo homini lupus, è semplice l’assioma da cui parte L’uomo lupo. L’uomo che si trasforma, diventa mostro, fagocita i suoi simili. Specialmente nel 1941 e dalla penna di uno sceneggiatore ebreo tedesco fuggito dalla Germania nazista come Kurt Siodmak, e non è certo un caso che sia proprio una stella, con chiaro riferimento alle Stelle di David ebraiche, il marchio che l’uomo, all’inizio della trasformazione in lupo, vede sulla mano della propria prossima vittima. Il licantropo cinematografico nasce da una metafora del nazismo a testimoniare l’odio dell’uomo verso l’uomo, la bestialità dell’animale come cristallizzazione della bestialità umana, l’innocenza delle vittime come l’innocenza di un popolo perseguitato e sterminato.
La trama di The Wolf Man, come d’abitudine nel genere, è semplice e lineare, e prende le mosse da un ritorno a casa, quello di Larry Talbot/Lon Chaney jr. (curioso come, nel mondo dorato di Hollywood, sia capitato di incarnare il licantropo proprio al figlio del Fantasma dell’Opera, del Quasimodo del primo Gobbo di Notre-Dame e de Lo sconosciuto di Browning, ma questa è un’altra storia), presso il castello di un padre con il quale riconciliarsi in seguito alla morte del fratello, portando in dono lenti telescopiche. Talbot, con il solo scopo di avvicinare un colpo di fulmine, entrerà nell’emporio gestito dalla donna e, non ponendosi troppi problemi nemmeno dopo aver saputo del suo fidanzamento, acquisterà un bastone con, come manico, un lupo d’argento, recante la stella-simbolo di una licantropia che, prima che la leggenda gli venisse raccontata da più persone in città, non sapeva nemmeno che esistesse. Quando in città arriverà una carovana di zingari, uno di loro (un Bela Lugosi al solito magnifico, eppure con la carriera già in declino, la dipendenza dalla morfina ormai fuori controllo e Ed Wood già pronto dietro la porta) si trasformerà in lupo e ucciderà una ragazza, per poi venire a sua volta ucciso da Talbot con il manico del bastone, ma solo dopo avere morso e ferito il protagonista trasmettendogli la maledizione. E sarà proprio la madre dello zingaro, una Maria Ouspenskaya che catalizza il mistero emergendo dalle sue rughe nella grana di un bianco e nero cupidamente gotico, a svelare al protagonista la verità, ma non verrà creduta e ascoltata fino a quando non sarà troppo tardi.

Robert Waggner, lavorando con i mezzi dell’epoca, riesce a mettere in scena una trasformazione credibile che trucca e strucca progressivamente Lon Chaney jr. – le fonti parlano di sedute di trucco anche di 6-8 ore, con tanto di dolorose applicazioni di colla sul volto – addolcendo gli arresti e sostituzione con sapienti e leggere dissolvenze. La leggenda dell’uomo lupo, nella finzione cinematografica, trova un concretezza fisica vestendo il suo protagonista degli stivali pelosi, sottoponendolo a diverse ore di trucco, facendolo dolorosamente trasformare, davanti alla macchina da presa, sulla poltrona patrizia del salotto paterno, e poi facendolo tornare uomo quando ormai il lupo è morto, e con lui l’uomo che ci si nascondeva sotto. Il licantropo viene mandato in giro non più umano, non più razionale, non più controllabile, e in preda al più totale istinto animale dilania, sbrana, uccide, fino a che non incontrerà la punta d’argento, fino a che non verrà a sua volta ucciso.
Ed è destino che debba essere proprio il padre a uccidere il figlio/lupo, usando lo stesso bastone con cui il protagonista aveva in precedenza ucciso lo zingaro, e che l’ultima trasformazione, con il ritorno alle fattezze umane di Larry Talbot/Lon Chaney jr., debba avvenire proprio davanti agli occhi attoniti del suo genitore, fra giustizia e sensi di colpa, fra sollievo popolare e silenzio di casata. The wolf man è la camminata saltellante del protagonista fra le nebbie del bosco, è la tensione che emerge mentre si nasconde dalla zingara nella cripta, è il destino che porta inevitabilmente il protagonista a dover aggredire proprio la donna che ama, svelando come quell’amore proibito non fosse già da prima altro che desiderio, ambiguità, seconda vita e trasformazione. Homo homini lupus, che sia un appetito sessuale oppure odio verso gli altri uomini, in una convergenza di amore e odio nella brutalità, nella perdita di controllo, in una bestialità ancestrale. Homo homini lupus, come quello che stava accadendo in Europa, sotto le insegne della più grande follia che l’uomo abbia mai perpetrato sui suoi simili. Ma questa volta, uscendo elettrizzati dalla Fantamaratona, forse non è necessario spingersi tanto in là con le interpretazioni: l’unica cosa che conta è ancora la notte, il buio, uscire dalla sala alle 3 ampiamente passate, tornare verso il bed and breakfast nell’aria frizzante di una Bergamo semideserta di metà marzo. Magari con passo felpato, guardando la luna, e pensando quanto sarebbe bello ulularle una serenata.

Marco Romagna

1 The Wolf Man (1941) è in realtà il secondo film, entrambi Universal, sui lupi mannari, per il quale Kurt Siodmak era stato chiamato a correggere il tiro dopo il flop di Werewolf of London/Il segreto del Tibet (1935) di Stuart Walker, la cui trama era troppo simile a Dr Jekyll (1931) di Rouben Mamoulian per fare reale presa sul pubblico e in cui il “mostro” interpretato da Henry Hull conservava movenze più “feline” che “cinofile”. È quindi proprio a The Wolf Man che si deve la primogenitura delle caratteristiche dei licantropi per come, quasi ottant’anni dopo, le conosciamo, all’inventiva di Siodmak, al corpo di Lon Chaney jr e al pesante trucco ideato da Jack Pierce, ed è questo che rende il film un classico imprescindibile del cinema (non solo) horror.
“The Wolf Man” (1941)
70 min | Horror | USA
Regista George Waggner
Sceneggiatori Curt Siodmak (original screenplay)
Attori principali Claude Rains, Warren William, Ralph Bellamy, Patric Knowles
IMDb Rating 7.4

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