3 novembre 2018 -

THE DARK (2018)
di Justin P. Lange

Non sono gli zombie lenti e anticapitalisti di George A. Romero, non sono quelli famelici e sempre di corsa del dittico Train to Busan/Seoul Station, e più in generale non c’è alcuna epidemia da studiare e combattere, ma solo il disagio, la sofferenza, la fame maledetta, la solitudine di un unico esemplare che ribalta tutto il senso del morto vivente. In The dark, produzione totalmente austriaca per il sorprendente esordio al lungometraggio del giovane cineasta statunitense Justin P. Lange che, a dispetto del titolo e delle ambientazioni, rielabora un suo vecchio e omonimo cortometraggio in un intenso e a tratti commovente percorso verso la luce, il non-morto (o meglio, la non-morta) è molto più semplicemente una vittima. Della violenza, dei soprusi, della crudeltà umana, e poi di una maledizione che non le ha consentito di trovare la pace nemmeno quando il cuore ha smesso di battere. Della vita questo zombie unico e solitario ha conservato la parola, l’intelligenza, la manualità, l’orsacchiotto, i disegni e l’inquietudine; solo la carne è ormai marcia, e sempre macchiata di sangue altrui. Ma la violenza e il cannibalismo non sono in alcun modo “cattiveria”. Sono sostanzialmente un’ulteriore condanna, una sofferenza sulla sofferenza, una necessità ancestrale e di certo non gradita per chi, morta ragazza e rinata animale, non riesce a mangiare altro cibo che non sia carne umana. E da qualche parte, sotto i grugniti e gli istinti, anche chi alza la bocca dal fiero pasto conserva ancora la sua umanità come un residuo, come un barlume, come un qualcosa di indefinibile che emerge dal fondo degli occhi, sulla strada per il cuore. Sarà un amore (im)possibile a risvegliare il calore, sarà un vagito di inaspettata tenerezza, sarà un istinto di protezione, sarà una lunga fuga nel bosco, e una mano da fredda ridiventerà calda ricominciando a sentire il bruciare del fuoco dello Zippo, mentre gli occhi e i denti torneranno normali e lentamente anche le ferite, sgranocchiando cereali, si faranno quasi invisibili cicatrici, ricordi di un passato di traumi, di abusi e di dolore finalmente lasciato alle spalle. Ed ecco che, attraverso il sentimento, attraverso «le regole» e la cecità del giovane Alex rapito e tenuto nascosto, attraverso la sua fragilità, attraverso la pietà fra emarginati, attraverso la tenerezza, Mina tornerà alla vita, mentre The dark troverà una sua personale e originalissima lirica che ribalta il mostro per estrapolarne la poesia, il cuore, le emozioni, il respiro di nuovo umano.

Ma andiamo per ordine, torniamo al principio, all’incipit, splendidamente fuorviante nel suo ricalcare fedelmente quei sentieri del film di genere, fra i lunghi corridoi, gli omicidi, gli attacchi zombeschi e le improvvise esplosioni di violenza, da cui The dark, presentato fra gli applausi del Trieste Science+Fiction Festival 2018, si terrà per il resto rigorosamente lontano imboccando ben altri sentieri, intrecciati piuttosto col melodramma e con la più pura poetica umana dei sentimenti. C’è il ricercato «armato e pericoloso», seguito con la lentezza riservata in genere ai protagonisti e invece ucciso ad accettate e sbranato dopo pochi minuti, ci sono le attese tipiche dello slasher, ci sono gli attacchi inarrestabili delle creature più classiche degli horror soprannaturali, c’è il misterioso bosco maledetto dal quale nessuno è mai tornato vivo e ci sono le trappole mortali di chiodi sulla strada e di pareti nella catapecchia dietro alle quali nascondersi. Ma poi, da quando la non-morta Mina incontrerà il ragazzo cieco nascosto nel portabagagli della Subaru del malvivente e, intenerita dall’alone di terrore che si forma sui suoi pantaloni, deciderà di aiutarlo anziché mangiarlo, il film diventerà tutt’altro, andando a cercare stratificazioni psicologiche e intimiste, concentrandosi sulle metafore di vittime emarginate e sull’intensità di un rapporto che nasce e cresce, tornando alle cause che stanno dietro all’orrore e all’umanità come grande rivoluzione e unico motore del mondo. Come in una sostanziale nuova declinazione di Lasciami entrare che riscrive, così come Alfredson aveva riscritto dieci anni fa quella del vampiro, la figura dello zombie, riportando nel frattempo alla mente i boschi psicologicamente maledetti dell’Antichrist vontrieriano. Del resto, Alex è l’unico che, non potendo vedere la putrefazione di Mina, le sue ferite, il suo sangue, la sua sporcizia, il suo aspetto mostruoso e assassino, non ne ha paura in quanto “mostro”, e forse è proprio da questo che fa scattare la scintilla che ribalta gli istinti e il senso stesso dello zombie, non più famelico cannibale che attacca ma esattamente all’opposto creatura indifesa e da più parti attaccata, invasa e maltrattata nei suoi spazi e nei suoi turbamenti da chi non l’ha mai capita e sostenuta in vita e ancor meno la può capire in non-morte. Quella di Mina è una storia tragica, fatta di un lutto così difficile da superare, fatta di una madre che alle esigenze della figlia preferiva la bottiglie e la lussuria, fatta di un patrigno violento e mai voluto, fatta di abusi crescenti e di disegni a carbonicino che dai colori accesi e dai sorrisi diventeranno sempre più inquietanti figure in bianco e nero che urlano il loro orrore. Fino al suo omicidio, non-fine del dolore.

Proprio come Alex, strappato da chissà quanto tempo alla famiglia, obbligato a nascondersi fra minacce di vendette trasversali e occhi strappati per errore dal fuoco, ormai talmente condizionato dalla paura e dal lavaggio del cervello da non voler più nemmeno vedere la madre per paura che la facciano del male, e ora in piena sindrome di Stoccolma nei confronti del suo aguzzino. Solo che il suo aguzzino, questa volta, non tornerà. Non tornerà mai più. L’ha ucciso Mina, se lo è mangiato, e ora sente un’inaspettata responsabilità nei confronti dello sfortunato ragazzino, un’insospettabile tenerezza crescente, un istinto a metà fra quello materno e quello di chi ama. Specialmente quando arriveranno altri, poliziotti, criminali, privati cittadini, ancora a mettere in pericolo le due vittime, ancora a minacciarle, ancora a fare loro del male. E a costringerle, in un’inevitabile scia di sangue, a difendersi e a proteggersi a vicenda, perpetrando in un certo senso la tradizione di morte di “Devil’s Den”, la “tana del Diavolo”, il luogo maledetto e infestato da un’anima cannibale che non trova pace. Lei uccide per lui, per salvarlo, e lui ucciderà per lei quando la non-morta stava semplicemente cercando cibo e un rifugio per lui, accerchiato e cercato dai complici del rapitore, dalla società, da chi non solo non è stato in grado di proteggerlo, non solo ha invaso e distrutto la sua tranquillità rovinandogli fisico, psicologia e vita, ma ancora lo cerca per continuare a perpetrare i propri soprusi. Fino a quando, in una splendida fotografia in 35mm di colori freddi, controluce e figure che emergono dal buio, non sarà proprio Mina a fare quella telefonata alla madre e a riconsegnare Alex alla sua famiglia, alla sua vita, alla sua normalità. Al suo affetto, con sincero affetto, e con il sogno di una possibile operazione che possa tornare a fargli aprire gli occhi. E non è certo un caso che il definitivo ritorno all’umanità di Mina coinciderà con un atto di gentilezza da parte di uno sconosciuto, con un passaggio offerto verso qualsiasi destinazione finalmente senza più interessi, senza doppi fini, senza violenze e soprusi, in quella che è forse la prima relazione sociale normale della sua doppia esistenza. Dai traumi, dalle angherie subite, dalla falsità, dall’isolamento, dalla mostruosità e dalla necessità di nascondersi alla strada, è ora il momento della strada, dell’ignoto, dell’avventura, della vita. E del sorriso, ovviamente. Quello che sembrava impossibile, e che invece chiude un film sorprendentemente intenso, poetico, emotivo, sincero, profondo, intelligente, che rimarrà a lungo negli occhi e nel cuore.

Marco Romagna

“The Dark” (2018)
Horror | Austria
Regista Justin P. Lange, Klemens Hufnagl(co-director)
Sceneggiatori Justin P. Lange
Attori principali Nadia Alexander, Toby Nichols, Karl Markovics, Margarete Tiesel
IMDb Rating N/A

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