9 agosto 2017 -

SURBILES (2017)
di Giovanni Columbu

È un cinema profondamente ancestrale, quello di Giovanni Columbu. Un cinema misterioso e magari sfuggente, ma forse proprio per questo così profondamente affascinante. È un cinema fatto di folklore e di cultura popolare, di tradizione e di appartenenza isolana; è un cinema che non è semplicemente radicato nel territorio, ma in un certo senso è il territorio nel quale nasce e si sviluppa, portando sullo schermo quella Sardegna di lingua propria e di leggende da sempre tramandate, quella Sardegna mistica e chiusa, quella Sardegna contadina e arroccata sui profili rocciosi dei monti del nuorese, così lontana dalla versione patinata e balneare che ogni estate accoglie i turisti sulle coste. Cinque anni dopo il magnifico Su re, rivisitazione per molti versi pasoliniana della Passione di Cristo che ribaltava ogni iconografia religiosa intingendola nelle carnagioni scure, nei volti barbuti e nei costumi della terra sarda, il regista nativo di Nuoro torna alla regia con Surbiles, presentato nella sezione Signs of Life del settantesimo Locarno Festival, immergendosi se possibile ancor di più nel trattato etnografico, nei misteri più neri della Sardegna, nelle sue leggende più intime e più temute. In un film, tanto vale dirlo subito, meno riuscito rispetto al precedente, più piccolo e meno ambizioso, non privo di problemi narrativi ed estetici fra una tenuta che ristagna in qualche stasi ritmica di troppo, in qualche sortita troppo smaccata in immaginari altrui (le sequenze delle anime in marcia nel bosco tendono a ricordare un po’ troppo, senza averne lo stesso spessore, il Lars von Trier di Antichrist, le possessioni messe in scena paiono una versione sbiadita di quelle – (in)credibili e reali – di recente mostrate da Federica Di Giacomo nel suo Liberami, così come non sempre convincono le inquadrature di sbieco direttamente mutuate dall’espressionismo e dalle sue ricontestualizzazioni nell’horror moderno), e in fantasmatiche immagini sovrapposte tutto sommato efficaci, ma che a circa un secolo dall’invenzione della doppia esposizione forse avrebbero meritato una soluzione visiva più originale. Questi limiti, tuttavia, non sono certo sufficienti per sminuire i moltissimi punti di interesse di Surbiles: lo rendono imperfetto, lo fanno percepire ben più lungo rispetto ai suoi 73 minuti, ma non ne intaccano in alcun modo la portata misterica, né la cinematograficità, né tanto meno la ben precisa ricerca e restituzione antropologica e culturale.

In un certo senso, il nuovo lavoro di Columbu non è tanto sulle Surbiles, sorta di streghe-vampiro che, secondo floklore locale, durante la notte abbandonano i propri corpi per andare a succhiare il sangue dei bambini preferibilmente non battezzati, quanto su come una leggenda che qualsivoglia razionalità non può che immaginare – un po’ come i “those we don’t speak of” del The Village di M. Night Shyamalan – come pura invenzione per spaventare il giusto e quindi tenere buoni i più piccoli, sia ancora oggi vissuta con quella piccola paura di chi ha il pur remoto dubbio che le streghe possano esistere per davvero, e quindi non vuole rischiare di evocarle. Allo stesso modo in cui, nella finzione della saga di Harry Potter, nessuno chiama per nome Voldemort, nella realtà della Sardegna odierna nessuno o quasi vuole parlare delle Surbiles, passando immediatamente dall’italiano al sardo, vissuto come una sorta di coperta di incomprensibilità, ogni volta che il discorso va verso lidi “scomodi”. Si dice di non sapere, o di aver dimenticato, si dice di non conoscere queste donne. Si dice di non averle mai viste, oppure chiaramente di non volerne parlare, per lo meno non davanti a una videocamera, mentre nel frattempo la tradizione orale procede al di là della possibilità o meno di documentarla, e le Surbiles sono ancora oggi temute, combattute con amuleti che vanno dalle scope rovesciate alle scarpe lasciate ai piedi del letto, oppure con oggetti dentati davanti ai quali le streghe sarebbero costrette a fermarsi a contare, dovendo continuamente ricominciare daccapo perché incapaci di andare oltre al numero 7, fino all’alba, quando sono costrette a tornare nel loro corpo innocente e probabilmente ignaro della sua anima nera e della sua natura. Perché le Surbiles sono assassine, eppure al contempo vittime di un qualcosa di metafisico, irrazionale, incontrollabile; sono donne quasi più da compatire che da temere, sventurate costrette a un qualcosa che mai, in coscienza, vorrebbero fare, ma il destino le ha private del controllo della propria anima. È proprio in quest’ambiguità che sta tutto lo spirito di Surbiles, è qui che il film di Columbu trova i suoi maggiori spunti di interesse lasciando vivere, e anzi mettendo in luce, rendendo paradigma di un’intero folklore, la mentalità e le tradizioni della sua terra. È un film su come le leggende non possano che influenzare chi ci convive, non possano che plasmarlo, e non possano che cementare ulteriormente il suo legame con il luogo nel quale è nato e cresciuto.

In questo senso, per quanto siano ben poche le interviste e l’osservazione della realtà, e invece molti i ricorsi alla messa in scena negli otto episodi narrativi che dichiaratamente si susseguono nel corso del film, non è affatto una bugia la dichiarazione d’intenti iniziale che apre il film con il cartello “Un film documentario di Giovanni Columbu”. Perché gli episodi scritti, diretti e recitati (anche dalla figlia del regista Simonetta) non sono realmente da considerarsi “finzione”, ma ricostruzione. Sono le storie che da sempre si tramandano, che tutti sanno, ma che nessuno vuole apertamente raccontare, filmate da Columbu come una sorta di costante pedinamento soprannaturale, fatto di leggeri movimenti secchi e nervosi di macchina, di sfocature sugli ambienti, di paesaggi rocciosi contrapposti ai profili e ai muri scrostati delle case, di mariti seduti sulla piazza mentre le donne si raccolgono in preghiera sospettandosi a vicenda, di intrecci quasi incomprensibili di voci che chiedono agli oggetti di casa di aprire le porte alla morte, di esorcismi e strangolamenti a distanza, di nonne rugose e bambini impauriti, di possessioni sospese fra l’estasi e la morte, di ritorni al proprio corpo e inquietanti tappeti sonori. Si addentra nei territori del maligno, Surbiles, ma il suo reale campo semantico di ricerca è un altro: è l’intimità di una cultura, è la radicalizzazione territoriale nelle vite degli uomini, è lo strascico di una leggenda, possibile probabilmente solo nel centro di un’isola, ambiente chiuso e, appunto, isolato per definizione, bisognoso di equilibri interni. Il risultato è un film imperfetto, probabilmente difettoso, eppure dello stesso fascino misterico e inafferrabile di una circolare danza tradizionale. È un film di caccia alle streghe, di ritorni nell’ombra, di lotte fra il bene e il male, di trasformazioni tramite unguenti magici, di conti (in)finiti, di canzoni di Natale mentre fuori infuria la lotta fra gli spiriti; è un film profondamente inquietante, fatto di paura popolare e di abbandoni del proprio corpo, fatto di lente passeggiate nella notte e di fuochi scoppiettanti; è un film profondamente interessante, un trattato antropologico, un’immersione completa nell’Ichnusa di un tempo eppure eterna, archetipica e immutabile come le sue tradizioni più radicate. È un film da difendere, senza dubbio. E a spada tratta.

Marco Romagna

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