28 Novembre 2017 -

APPENNINO (2017)
di Emiliano Dante

Ben prima che “sul terremoto”, Appennino è un piccolo e grande film, orgogliosamente provvisorio, sulla provvisorietà. Tutto è provvisorio, sull’Appennino. Lo è L’Aquila ancora ferita fra macerie e cantieri, lo sono Amatrice, Arquata del Tronto, Norcia e tutti i luoghi devastati dallo sciame sismico del 2016. Lo sono le persone che ancora abitano le terre che tremano fra orgoglio, illusioni e rassegnata abitudine, e lo sono le famiglie che si sfaldano mentre magari nascono nuovi amori. Lo sono i progetti per reagire alla tragedia, siano questi un giornale gratuito o un (im)possibile centro commerciale come un non-luogo da edificare sul non-più, lo è una silenziosa resistenza solitaria a cui seguiranno arresto e foglio di via, lo sono le case ricostruite che non vengono ancora restituite ai proprietari nonostante continue promesse, e lo sono ancor di più le C.A.S.E., “monumento alla camorra” di Berlusconi e Bertolaso vendute ai media come futuro quanto eccellente campus universitario e ovviamente nel giro di pochi anni diventate ruderi inabitabili, altre cicatrici sul territorio. E soprattutto in Appennino, presentato al 35mo Torino Film Festival nel concorso italiano di TFFdoc 2017, a essere provvisorio è il film stesso, il progetto con cui Emiliano Dante torna a documentare ancora una volta, con il suo linguaggio cinematografico lirico e cristallino, deciso e personalissimo, il suo Abruzzo. Sarebbe dovuto essere il terzo film incentrato su L’Aquila, sugli effetti a lungo termine del terremoto, sulla lenta ricostruzione, sulla risposta popolare e collettiva alla tragedia nel suo cristallizzarsi nel tempo. Ma poco dopo l’inizio delle riprese, ecco la provvisorietà, ecco il fato, ecco i tarocchi: l’Abruzzo trema ancora. Trema Amatrice, trema Arquata del Tronto, trema Norcia, tremano Montereale e Campotosto, e L’Aquila diventa inevitabilmente “un sussurro in mezzo alle grida”, un luogo paradossalmente privilegiato in mezzo alle più fresche e urgenti tragedie.

Emiliano Dante, sin da Into the blue girato e montato nella tendopoli subito dopo il sisma del 2009, passando per l’Habitat – note personali con il quale tre anni fa rifletteva sullo scorrere del tempo e della sua vita, ha sempre girato, montato e narrato in prima persona per una necessità intima, per reazione emotiva e personale alla tragedia, per cercare di ritrovare un senso, una forma, o per lo meno una geometria in un luogo e in una vita che non ne hanno più. Per il regista aquilano il cinema è un percorso verso la catarsi, verso l’intimità dell’umano e dei suoi stravolgimenti, e non certo in ultimo verso il mezzo che rende tutto questo possibile. È un (meta)cinema da cercare lavorando su se stesso, sui suoi interessi, sui luoghi e sulle persone costrette ad amalgamarsi. Nei giorni dello sciame sismico, mentre crollavano altri luoghi e altre case, mentre altre persone rivivevano i suoi incubi, il posto di Emiliano Dante non poteva più essere L’Aquila della ricostruzione. Il suo posto era fra le macerie fresche, fra la gente che ha appena perso tutto, nel ciclo che ricomincia. E quindi il “personaggio” Emiliano non può che fare un passo di lato, affidare alla macchina da presa un diario nel quale questa volta non appare se non come voce narrante e fumetto (anche se una volta, un po’ à la Hitchcock, pare di vederlo riflesso in un vetro), per cercare nuovi protagonisti fra i “nuovi” terremotati, fra i “nuovi” provvisori, fra i “nuovi” che, come in un infernale cerchio (della vita, della morte, dell’orgoglio, della rassegnazione), prima si compatteranno, poi si abitueranno all’assurda convivenza di cantieri e macerie, e infine non potranno che rimuovere, rifiutare il terremoto, e magari a volte rifiutarsi di aiutare le altre vittime: è la storia che si ripete, è il trauma che a volte blocca e altre cicatrizza. Appennino, invece, come e con Emiliano Dante, non può che mettersi in viaggio, errare e perdersi, diventare altro, e poi altro ancora, prima un film (provvisorio) sul post-terremoto di Arquata, poi un film (provvisorio) sul rapporto fra uomini e montagne, poi un film (provvisorio) su chi, dalla montagna, è in sostanza costretto negli alberghi al mare, e infine una riflessione stessa sul fare cinema che non può che passare da una crisi personale, da un montaggio mai così difficile da portare a termine, da un film che più disperatamente cercava geometria, più drammaticamente trovava stasi e indecisioni, stravolgimenti ed eterni ritorni al punto di partenza. A quella assoluta e totale provvisorietà, e al senso di smarrimento che porta in dote.

È, come di consueto, la voce narrante dello stesso Emiliano Dante a tenere le fila del discorso, in una sorta di diario che però è soprattutto flusso di coscienza, intima narrazione, e anche, perché no?, sincero specchio delle umane fragilità, fra astrazioni di omini gialli in marcia e direzioni filmiche che continuamente cambiano. Mentre il bianco e nero che già era stato elemento cardine di Habitat – note personali si muove per i luoghi nuovamente privati anche del colore, al regista interessano soprattutto le persone, i dialoghi, la collettività che si fa forza per andare avanti, nella quale cercare ancora una volta un’impossibile geometria, un istante meno provvisorio, e non certo in ultimo uno specchio nel quale riconoscere e cercare di capire se stesso. C’è ancora una volta Paolo, ancora a L’Aquila, al quale (le ripetizioni sono assolutamente volute) mese dopo mese promettono la casa per il successivo mese. C’è Antonio, il cui rifiuto nell’elaborazione del terremoto de L’Aquila deflagra nel più completo lassismo nei confronti di Amatrice. C’è Elena, che invece è arrivata ad Arquata fra i soccorritori subito dopo il sisma e adesso non ha più intenzione di andarsene. E poi ci sono Giancarlo e Stefano, il giornale stampato in casa e distribuito a mano e la mentalità imprenditoriale, la perdita del lavoro e la perdita delle case, le reazioni alla tragedia come un bisogno intimo e creativo, in cui Emiliano Dante non può che ritrovare l’essenza stessa del suo cinema e del motivo per il quale continua a farlo. Questa volta non è il “suo” terremoto, ha meno legami con i luoghi e le persone, “sente” forse un po’ meno la tragedia rispetto a quando era cucita in prima persona sulla sua pelle. Ma Appennino è forse più che mai il “suo” film, quello nel quale la sua lingua filmica che da sempre alterna paesaggi e fumetti, visi e telefonate, riflessioni e macerie, amicizie e (in)comprensioni rimane un marchio perfettamente riconoscibile, eppure si evolve forse definitivamente, cresce, matura, si fa ancora più teorica, e lima quelle che erano le piccole sbavature delle opere precedenti. Appennino, ben al di là del suo indubbio interesse puramente documentaristico, è il manifesto programmatico di un cinema figlio della terra che trema, figlio di quel rombo assordante del 6 aprile 2009, figlio delle crepe sui muri, della paura, della fuga, della morte, della casa inagibile e pressoché vuota ma ancora periodicamente visitata dai ladri, dell’orgoglio verso la propria terra e le sue ferite, ma soprattutto del cinema come atto di resistenza, come introspezione e catarsi, come puro atto della ripresa che fissa un istante e del montaggio che lo contestualizza.

Già, il montaggio. Non c’è più l’Emiliano Dante chino sul computer al quale ci avevano abituato i film precedenti, ma sopravvivono le schermate di Premiére, mentre Appennino prende forma attorno ai 500 tagli, spesso numerati in ordine decrescente, che compongono i suoi 66 minuti senza nulla perdere a livello di ritmo pur con una così rigida autoimposizione in un mare di materiale. Il cinema di Emiliano Dante, fra bisogno e missione, fra perdersi e ritrovare la strada, fra percorsi tortuosi e riflessioni lineari, ama ritornare su se stesso, sull’indefinitezza dell’anteprima di una sequenza montata ma non ancora definitivamente chiusa, sul percorso in fieri e di costante modificazione che un film, specialmente di questo tipo, deve sempre e necessariamente affrontare. Che poi è, come si diceva in apertura, quella stessa provvisorietà delle terre e delle montagne che si estendono su una faglia attiva di scosse quasi giornaliere, con tanto di rischio reale, palpabile, di un nuovo Vajont al di sotto di un gigantesco bacino artificiale. Emiliano Dante condensa in poco più di un’ora oltre un anno di riprese, ma soprattutto un anno di (in)decisioni, di strade sbarrate da circumnavigare, di possibili direzioni da far prendere al film che puntualmente cambiano, di riflessioni su se stesso e sul suo cinema, sul terremoto e sugli esseri umani con cui entra in contatto, sui legami con il paesaggio montano e sul paradosso degli alberghi sulla spiaggia, sulla resistenza di Enzo che rifiuta di abbandonare la tenda in cui è rimasto da solo e sugli intrighi amorosi fra gli altri protagonisti del documentario. Ma quando la terra si mette a tremare, fra strampalate teorie di punizioni divine e crolli di edifici, forse anche la speranza diventa vuota. Lo insegna, suo malgrado, L’Aquila ai paesi poco più a nord, ancor più piccoli e quindi ancor più destinati all’abbandono. Quella stessa L’Aquila che ha finito per abituarsi al terremoto e alla lenta ricostruzione, quella stessa L’Aquila che ha finito per perdere quello spirito combattivo dei primi tempi, quella stessa L’Aquila che si è quasi rassegnata, che ha chinato la testa, che ha quasi smesso di combattere. Quando invece, più che mai, bisogna combattere ogni giorno, bisogna resistere, bisogna ripartire. Magari prendendo una videocamera e girando,  magari perdendosi fra le strade di montagna e di fronte alle timeline di montaggio, magari continuando a cercare un impossibile punto geometrico e di equilibrio in mezzo a ciò che non può (più) che essere provvisorio. Anche sapendo perfettamente che forse, per quanto si possa cercare di schematizzare e di racchiudere tutto in una griglia, questa geometria probabilmente non si troverà mai. Le carte sono mescolate, e nessuno può sapere quale sarà il prossimo fra i tarocchi a finire sul tavolo, sparigliando ancora una volta il destino, la vita, il territorio. O forse, più semplicemente, il prossimo film di Emiliano Dante, autore ormai sempre più acuto, complesso e completo.

Marco Romagna

Articoli correlati

'77 NO COMMERCIAL USE (2017), di Luis Fulvio di Erik Negro
BLACK CAT (1981), di Lucio Fulci di Marco Romagna
ANIMAL CINEMA (2017), di Emilio Vavarella di Marco Romagna
THE REAGAN SHOW (2017), di Sierra Pettengill e Pacho Velez di Erik Negro
PIAZZA VITTORIO (2017), di Abel Ferrara di Erik Negro
FAITHFULL (2017), di Sandrine Bonnaire di Marco Romagna