14 Dicembre 2018 -

SEGUNDA VEZ (2018)
di Dora García

Segunda Vez è un oggetto straordinariamente misterioso, e forse proprio per questo così vivo. È un film di continue riscritture, apparentemente (dis)installato e poi ricostruito nel suo essere radicalmente formale e strutturale. Dora García lo ha pensato come esperienza trans-mediale (o cross-mediale, poco importa), il cui risultato apparente confluisce in questo documento di novantaquattro minuti che funge da condensatore – e, allo stesso tempo, amplificatore – dell’esperienza stessa. Segunda Vez, fin dal titolo, è dedicato a Julio Cortázar, ma soprattutto al genio avanguardistico del dimenticato Oscar Masotta. Lavora attorno alla ricostruzione filmata di due happening (Para inducir el espíritu de la imagen e El helicóptero) e di un anti-happening (El mensaje fantasma) concepiti nel 1966 e 1967 dal teorico argentino, donando loro nuovo splendore ma soprattutto rivivendo la loro urgenza. Questi detour si intersecano con l’omonimo scritto di Cortázar, sul romanzo Museo de la Novela de la Eterna di Macedonio Fernández e sull’happening Calling dell’americano Allan Kaprow. Il risultato è un’opera particolarissima e compressa, una reinterpretazione di frammenti che mano a mano prendono forma, legati indissolubilmente all’esperienza del Golpe che rase al suolo tutta l’avanguardia biancoceleste e costringendo lo stesso Masotta a un dolorisissimo esilio spagnolo. Quello che la García ricrea, però, è uno spettro che va oltre la pura considerazione concettuale e intellettuale, lasciando come sottotraccia un interrogativo sui metodi di espressione, sulla sensibilità e su ciò che resiste a un oblio, più o meno conscio, della Storia.

Tutto il film, giunto in prima italiana grazie a TFFdoc del 36mo Torino Film Festival, appare come un esercizio continuo – a partire dallo splendido, e disturbante, happening d’apertura in cui lo sguardo diventa oggetto materico di offerta e offesa – di ripetizioni, ri-assemblaggi e ri-osservazioni. Un percorso di conoscenza straordinariamente alterato e stratificato, in cui i manifesti si sovraimprimono a messaggi fantasma, a gruppi di lettura consapevoli di essere osservati a contrasto con spettatori fronte a una marina in attesa di un misterioso elicottero, ad anime che scompaiono nella foresta e ad altre convinte di essere parte di uno spettacolo. E infine il processo, un tribunale dell’assurdo in cui tutti appaiono come controllati (e forse controllori) da/ell’altro, e in cui tutti devono tornare un’altra volta, una Segunda Vez. Dora García – a cui, recentemente, è stata dedicata una splendida personale al Reina Sofia di Madrid – condensa in questo film esperienze estetiche e filosofiche, concettuali e psicanalitiche, memoriali e politiche; cerca continuamente di lavorare sui limiti (impossibili) fra realtà e immaginazione, rappresentazione e linguaggio. Un percorso che è anche mappatura circolare senza apparenti coordinate temporali. Dalle fotografie – virate a rosso – della repressione del regime in Argentina (anni ’60 e ’70) all’Università belga di Lovanio dove si conversa oggi attraverso le distanze di ieri, dalla scogliera di San Sebastian e da una visione futuribile del frammento a interni che appaiono come deterritorializzazioni spaziali. Per poi tornare a Buenos Aires, agli interrogatori surreali che circuitano nuovamente il viaggio, nello spazio infinitesimale che esiste tra osservatore e osservato. Ovvero il vedere, ciò a cui pensò anche Massota quando propose, per primo, Lacan in lingua spagnola.

Dora García essenzialmente lavora proprio sul flusso del vedere, su associazioni e giustapposizioni di voci e corpi, idee e sogni. Il suo è un atto che prima di tutto, prima di potersi raffreddare in un film,  pulsa a molti livelli di comprensione, da quelli più percettivi a quelli più lacaniani; una mediazione di forma e sostanza che replica potenzialmente all’infinito gli happening che la compongono, con la sua aura totalmente dissacrante anche sui confini del disastro (di cosa allora era l’Argentina e il mondo, e di cosa probabilmente nel nostro futuro esso sarà). «He devoured her with his eyes. This sentence and many signs point to the illusion common to both realism and idealism: to know is to eat». Con questa frase di Sartre (dedicata alla fenomenologia di Husserl) Massota apre uno dei suoi scritti (After PoP, We Dematerialize, 1967) dalla lucidità straordinaria nel raccontare anche le sue azioni artistiche. Il rapporto tra realismo e idealismo in questo film è quello tra teoria e azione, tra il processo comunicativo stesso e ciò che esso esercita i relazione con il pubblico e con il mercato. La stessa nozione di artista viene meno nelle prospettive provvisoriamente infinite della performance, e di come essa possa essere un atto di liberazione terribilmente politico e radicale. Si tratta di una lavoro marginale, di margini per la marginalità, di una dedica alla dissidenza e alla follia di ogni avanguardia che abbia mai combattuto il potere, venendo spesso essendo smaterializzata in esso e da esso. Segunda vez è un’eterotopia per capitoli e frammenti, semiotica e strutturale da trovare radici addirittura in una visione francofortista possibile del marxismo. Poi tutto, irrimediabilmente, pare quasi tornare a Cortázar, all’ambiguità continua del reale e della vita stessa che stiamo quasi inconsapevolmente attraversando. «La speranza appartiene alla vita, è la vita stessa che si difende». Alla sua difesa sempre più romantica e drammatica, sempre più sottile nella sua fragilità. Una, nessuna, centomila volte. O forse solo due.

Erik Negro

“Second Time Around” (2018)
94 min | N/A | Belgium / Norway
Regista Dora García
Sceneggiatori N/A
Attori principali N/A
IMDb Rating N/A

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