29 novembre 2018 -

HOMO BOTANICUS (2018)
di Guillermo Quintero

L’amore nei confronti delle piante è in un certo senso il più puro e sognante. È un amore consapevolmente anacronistico, totalmente disinteressato, conscio già in partenza che non potrà mai e poi mai essere corrisposto, che continua a immergersi come un bisogno ancestrale nella natura, nei boschi, nelle foreste, nelle serre, negli erbari e nelle biodiversità vegetali, in un eterno viaggio di mappatura delle forme di vita sulla Terra e della loro evoluzione che nient’altro è, per l’esploratore, che una scoperta di se stesso, delle proprie parti ancora ignote, della propria (in)coscienza più intima e sognante. Parte esattamente da questo amore Homo botanicus, opera prima del colombiano Guillermo Quintero, una laurea in biologia e una passione per il regno vegetale pari a quella per il cinema, presentata nel concorso internazionale di TFFdoc del 36mo Torino Film Festival. Parte da Julio Betancur, professore ordinario a Bogotà e al tempo insegnante del regista, una sorta di leggenda contemporanea della ricerca, raccolta e classificazione delle piante con 27 anni di carriera alle spalle e oltre 20mila specie descritte e collezionate. Parte da Cristian Castro, il suo discepolo, che già sa di doverne, prima o poi, raccoglierne la pesante eredità scientifica. Parte dal loro ennesimo viaggio nella foresta tropicale colombiana, dalla loro macchina fotografica e dai loro taccuini, dai loro chili e chili di fogli di giornale con cui proteggere e portare all’erbario ogni foglia e ogni fiore, dal loro rapporto che cresce e si sviluppa quasi come fossero padre e figlio, uniti da una passione che diventa vera e propria filosofia, ricerca di se stessi, missione di vita. Non più nel (doppio) passato esotico messo in scena qualche anno fa da Ciro Guerra nel suo El abrazo de la serpiente, ma oggi, nella pura e ancor più antidiluviana contemporaneità. Il professore interroga Cristian (anche beccandolo in castagna, a volte), gli detta le proprie considerazioni, guida la jeep, si stupisce ancora come un bimbo quando trova una specie di felce dove non se la aspetta, e intanto il giovane botanico appassionato di orchidee si inerpica sugli alberi, impara a cogliere i fiori, si concentra sulle leggende e sugli apporti misterici delle piante, studia le loro proprietà curative e vive per qualche giorno gomito a gomito con una delle persone che più stima, in una confidenza crescente che permette alla macchina da presa il più possibile invisibile e alla personalissima voce narrante fuori campo di Quintero di tracciare un ritratto che, nel vagare per i boschi, si fa sempre più umano e complice. Quello di un appassionato, quello di un cineasta, quello di un amico.

Guillermo Quintero si concentra senso più intimo e ancestrale dell’esplorare. Fra immagini d’archivio e sospensioni oniriche nella natura, fra fiumi in ralenti e considerazioni a cuore aperto, fra vecchie fotografie di Julio e quadri scientifici dell’erbario, fra i misteri delle piante e la loro eredità lasciata alle varie culture del mondo, il regista segue i due scienziati nel loro viaggio e nel loro discorrere, nel loro paziente catalogare i figli della foresta e nella loro stima crescente, nella loro osservazione di ogni minimo dettaglio e nei loro bagni ristoratori al fiume, nel loro discorrere e nel loro amichevole prendersi in giro, nella loro consapevolezza e nella loro preparazione. Li segue nella loro passione e nella loro fatica, nei loro segni sulla pelle, nei loro graffi, nelle loro bruciature, nei loro incontri ravvicinati con le piante urticanti. Fa parte del gioco, fa parte del loro viaggio nella foresta come percorso catartico, fa parte della loro ragione di vita: si accetta e si guarisce, e pazienza se rimarrà una cicatrice, sarà solo una delle tante, un segno come gli altri. Così come un segno – semiotico, linguistico e filosofico – vuole essere Homo botanicus, un qualcosa che scava e che rimarrà ben al di là del documentare un lavoro di raccolta e catalogazione botanica. Tanto che, di linguaggio classico del documentario, c’è poco o nulla, a partire da un pedinamento che fa tutto quello che può per sembrare messa in scena. Non c’è mai uno sguardo in macchina, non c’è mai un intervento in campo del regista, non c’è mai una sbavatura estetica nei paesaggi mozzafiato e nelle inquadrature delle mosse più eroiche e pericolose dei due, eppure ciò che si vede sullo schermo trasuda la propria assoluta realtà e poetica magia, in un graduale crescendo di profondità che dai corpi e dai paesaggi punta dritto verso le anime, degli uomini e di quelle piante che tanto amano, e che tanto hanno dato all’umanità fra medicine ed effetti psicotropi. Dalla foresta alla serra, dai fogli di giornale all’eternità degli archivi e dei musei, passando per i sorrisi, la soddisfazione, la consapevolezza di aver fatto qualcosa di storico e importante. Perché poco importa se per sbaglio si tocca la pianta urticante, se si cade, se ci si ferisce per cogliere e catalogare l’orchidea più bella. È l’unico modo per salvarla, per essere sicuri che ci sarà anche domani. Tracciando una storia della foresta e delle sue forme di vita botaniche che nient’altro è che la nostra storia; non solo quella di Cristian Castro e Julio Betancur, ma di tutta l’umanità. Conservata in un erbario che è archivio, museo, inestimabile tempio biologico per capire tutte le storie perse per strada, mai raccontate. Storie che ancora forse non conosciamo, ma di cui siamo tutti eredi.

Marco Romagna

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