3 giugno 2018 -

PIOGGIA DI RICORDI (1991)
di Isao Takahata

Basterebbero i titoli di testa, dipinti con cura sulla foggia intrecciata della pergamena. Pioggia di ricordi, seconda regia Ghibli di Isao Takahata dopo Una tomba per le lucciole, si apre con un esplicito riferimento a Yasujirō Ozu e al suo cinema intimo, tenero, ancestrale, fatto di emozioni purissime e di straordinaria sensibilità. Quel cinema a cui Pioggia di ricordi, ennesimo capolavoro di uno dei registi più indispensabili di sempre ben al di là del macro/microcosmo anime, guarda espressamente. È un romanzo di formazione recondito e delicatissimo, Pioggia di ricordi, sincero e poetico, emotivo e profondo, candido e rigorosamente realista, che non ha bisogno di ricorrere al fantastico, basta l’andamento onirico, basta l’emozione struggente, basta innamorarsi, e quindi sognare di volare. Così come Pioggia di ricordi non ha bisogno di animali antropomorfi e di incursioni nella pura fantasia, e a differenza del capolavoro precedente non ha bisogno nemmeno del tragico per lasciare deflagrare la sua straziante emotività. Basta la sincerità dell’animo umano, basta la semplicità di un quotidiano ancora sospeso come un limbo fra passato e futuro, e soprattutto basta il riaffiorare della memoria, costante salto esistenziale nel tempo e nel luogo di una ragazza di città rimasta crisalide, non più bruco/bambina ma non ancora sbocciata come farfalla/donna. C’era sempre stata la campagna, fra le ossessioni di Taeko. Sin da piccola, sin da quando si era resa conto che, a differenza di tanti compagni di classe, non aveva una campagna nella quale andare. A dieci anni avrebbe passato l’ennesima estate nella nativa Tokyo, spingendosi tutt’al più ad Atami, la località balneare nella quale già avevano passato una (sola) notte i genitori messi in scena in Viaggio a Tokyo, altro riferimento non certo casuale a Ozu. Ma adesso, nella riflessione storica innestata nell’andirivieni temporale di Takahata, non sono più gli anni Sessanta. Adesso Taeko ha 27 anni, ha un lavoro e ha una vita nel Giappone di fine Ottanta, è convinta di essere sodisfatta, ma è sola, ancora vittima di schegge affioranti di un passato irrisolto mentre nel presente le iniziano a dare della zitella. Non potrà che essere proprio la campagna, dove si recherà per la seconda volta nella sua vita per un’estate di ferie/lavoro in simbiosi con la natura, a scatenarle il turbinio di ricordi con i quali riscoprirà e rileggerà la sua infanzia riuscendo finalmente a crescere, a capire se stessa, la propria appartenenza e i propri sentimenti, e a impostare un futuro finalmente adulta, finalmente consapevole, finalmente “campagnola”, finalmente innamorata. Proprio come quella volta della prima cotta da bambina, i rossori sul viso e il quasi evitarsi per imbarazzo, il cuore che batte forte senza che si riesca a capire il perché, e poi quell’incontro al tramonto nel quale dichiararsi. Fanciullescamente, platonicamente, con tutta l’innocenza del mondo, ma tanto basta per spiccare il volo, fra le nubi del cielo rossastro, ad accarezzare la superficie dei sogni con una nuova luce in fondo agli occhi.

Basta che la Taeko ventisettenne si avvicini alla campagna perché inizi a scatenarsi la sua nostalgica Pioggia di ricordi, perché la se stessa di diciassette anni prima le si ripresenti alla mente, come un sorriso o come un fantasma, come un necessario detour negli anni dell’infanzia che anticipa la necessità di una scelta ben precisa. Accade già in treno, altro elemento presente in tutti o quasi i film di Ozu, mentre la giovane sta viaggiando verso la prefettura di Yamagata per aiutare la famiglia del fratello del cognato nella raccolta del cartamo, tradizionale fiore dal quale da sempre, con lungo procedimento manuale, si ricavano i rossetti. Nella struttura alternata impostata da Takahata, dialogo (im)possibile fra passato e presente dal quale creare il futuro, torna all’improvviso, quasi a tradimento, la Taeko di quinta elementare a sgomitare fra i problemi della Taeko (quasi) adulta. Torna la sua scuola, tornano le sue amichette, tornano i tempi nei quali in Giappone l’ananas era ancora un raro frutto esotico tutto da scoprire e insieme a lui arrivavano da ovest i dischi dei Beatles e le prime minigonne. Tornano le sue difficoltà nelle materie scientifiche mentre eccelleva in quelle umanistiche, tornano le sue risate e le sue tristezze, torna il suo primo invaghirsi, e torna il suo profondo imbarazzo quando – dopo aver diviso le classi per sesso – l’insegnante svelerà solo alle bambine il “segreto” del ciclo ma i maschi lo scopriranno lo stesso. Lo scoprirà anche lui, fenomenale lanciatore a baseball, di fronte al quale non si può essere esonerate per l’ora di ginnastica, perché sarebbe come ammettere a se stessa di provare quella paura di diventare donna che ancora adesso, all’alba dei 30 anni, la perseguita e la condiziona, e a lui di avere le imbarazzanti, quasi peccaminose, mestruazioni, rivolo di sangue che mette fine all’innocenza dell’infanzia. Specialmente quando non è vero, quando non sono ancora arrivate, ma in compenso avanza spedito un raffreddore sul quale è nettamente meglio non sudare. E soprattutto, dell’infanzia di Taeko, torna la famiglia, tornano i momenti di coesione, tornano le incomprensioni, tornano i capricci e quell’unico schiaffo mai dimenticato, tornano i conflitti generazionali, tornano le due sorelle maggiori e quel rapporto a metà strada fra la protezione e il nonnismo, torna un padre scostante che non crede nelle ambizioni della figlia al punto di negarle quel succulento ruolo teatrale che avrebbe potuto – anche se Taeko stessa ammette «non avevo talento» – lanciarle una carriera. Così come torna, mai sopita, quella voglia di campagna che l’ha sempre fatta sentire fuori posto nella cementificata, popolosa, capitalista e sempre più occidentale Tokyo. Una città dalla quale Taeko sta fuggendo per almeno per qualche tempo di vita semplice, rurale, comunitaria, rispettosa della natura, nella quale anche le piante sono esseri viventi da amare e curare, e in cui i fiori di cartamo, secondo la leggenda, diventano rossi per il sangue di chi li raccoglie a mani nude. Anche se pure in campagna sono ormai arrivati da occidente i guanti di gomma e nessuno ormai si ferisce, nessuno ormai sanguina più. Ma il cartamo cambia lo stesso colore e diventa lo stesso rossetto. Perché, pur aprendo a qualche novità, mai è cambiato lo spirito di chi lo coglie.

Nel continuo passaggio fra gli anni Sessanta dei colori pastello e degli sfondi più sfumati e gli anni Ottanta delle tonalità più sature e dei contrasti più netti, Takahata riflette con la stessa malinconia di Taeko sulle modifiche economiche e sociali del Giappone e sull’ormai pressoché definitivo passaggio dalle campagne alle città, allarmante dato che lo stesso regista riprenderà tre anni dopo nella sconfitta dei tanuki di Pom Poko mentre avanza l’urbanizzazione più selvaggia, dall’agricoltura al capitalismo industriale. Il viaggio in treno fra i ricordi felici e struggenti di Taeko, al contrario, è dalla modernità alla tradizione, dal cemento ai prati, dallo stress per la carriera alla cooperazione comune della vita agreste, e sarà proprio questa la scelta di vita alla quale, con in mezzo una tenera amicizia che diventerà (in)consapevole innamoramento, Taeko verrà messa di fronte. Sarà proprio Toshio, il secondo cugino del cognato di Taeko che la ragazza conosce appena e che nemmeno riconosce quando la va a prendere alla stazione, il fortunato che avrà il suo cuore e il suo radicale cambio di vita, e sarà la madre di lui non a imporre (come aveva cercato di fare la madre di Taeko con un tentativo di matrimonio combinato), ma a suggerire alla protagonista la giusta strada, ad aprirle definitivamente gli occhi su quell’amore ormai palese ma non ancora ammesso a se stessa, e a spingerla, attraverso quell’amore, a risolvere definitivamente il proprio passato e risvegliarsi finalmente adulta, completa, realizzata. Donna. Di campagna. Felice. Il percorso goccia a goccia di Taeko passa per Toshio, passa per la vita agreste e per le sue esperienze, passa per il rispetto per la natura, passa per le serate di pioggia concluse a guardare le stelle dalla minuscola e vecchia Subaru, e passa per il rendersi conto che anche il paesaggio regolare e sereno della campagna è opera dell’uomo che spiana e coltiva con amore ma con risolutezza, dominando l’ambiente. Bisogna agire, prendere di petto le situazioni, modificarle, ridiscuterle, rendersi conto della centralità della propria umanità. Quella stessa umanità che Taeko scopre con Naoko, la bambina della “grande famiglia” agreste così simile alla Taeko piccola. È figlia di un qualche cugino, non importa quale, quello che conta è la complicità che nasce e cresce. Conta la sincerità, conta l’affetto, conta che diventino “sorelle”, aprendosi l’un l’altra in un crescendo di dita che si sfiorano a metà strada fra Michelangelo ed ET. La Pioggia di ricordi di Taeko – nel titolo originale Omohide poro poro, dove il “poro poro” che accompagna il termine giapponese per il ricordo nient’altro è che l’onomatopea delle gocce di pioggia che, come lacrime di tenerezza, rimpianto e malinconia, non possono che sgorgare copiose e al contempo, poco per volta, plasmare l’animo della donna – è come un film che scorre nella testa della protagonista, e che quasi ne sospende il presente, lo annulla, mettendola in scacco nel dovere per forza riconsiderare e risolvere quelle verità del passato mai capite e sempre sofferte fra sensi di colpa e rimpianti.

Era convinta di aver preso il volo, la Taeko di ventisette anni, la sua carriera avviata e la sua vita da sola nella grande città in cui è nata e cresciuta, ma sarà la sua versione di dieci anni a disilluderla, a farle capire che la sua felicità è nel ritorno alla semplicità della vita bucolica, e che a volte persino il bullismo, il disgusto e il disprezzo nient’altro sono che una corazza sotto la quale nascondere i sentimenti. Perché i sentimenti, quelli veri, fanno paura, sono forti e incontrollabili, sono il mettersi a nudo, il rivelare la propria intimità, volare o cadere. Ed è proprio nei sentimenti che, con il solito afflato politico (questa volta contadino più ancora che proletario) e ambientalista, con la solita ricerca di valori e tradizioni del Giappone più antico e con la solita irresistibile poetica nella messa in scena (o meglio, su tavola), Isao Takahata ha sempre trovato il terreno più fertile su cui far nascere e crescere il suo cinema sublime, omaggiato a due mesi dalla sua morte dal 20mo Future Film Festival di Bologna con una nutrita, e doverosa, retrospettiva. È una questione di sensibilità, di piccoli e apparentemente insignificanti gesti, di dialoghi che sussurrano anche quando gridano, di ben precise scelte stilistiche, tecniche e cromatiche. È una questione di farfalle che si librano in volo nella rugiada, di antichi procedimenti di manifattura, di Pippero che esplodono quando meno ce li si aspetta. E quello che, fra l’intimismo esistenziale e antispettacolare che fino a quel momento mai era entrato nell’animazione e l’ovvia difficoltà nel reperire un target adulto che fosse interessato agli interstizi sentimentali femminili, era nato come un capolavoro ma anche come un consapevole suicidio commerciale (del resto, nelle dinamiche interne e quasi utopistiche di quel miracolo irripetibile che è stato lo Studio Ghibli, è sempre stato Miyazaki il regista dal quale monetizzare e il non-disegnatore Takahata quello più smaccatamente artistico, “per adulti”, sperimentale, avanguardista e prettamente autoriale) finì per sbancare sia il botteghino sia soprattutto il mercato home-video giapponese, dove si piazzò primo per vendite dell’intera annata. Un dato che però, evidentemente, non è bastato per distribuire il film in occidente, dove è rimasto – salvo qualche VHS più o meno di contrabbando – pressoché invisibile fino a pochissimo tempo fa. È uscita solo a fine 2015 e senza passare dalla sala l’edizione italiana LuckyRed di Pioggia di ricordi, come tutti i Ghibli massacrata dall’adattamento letteralissimo quanto aulico e desueto di un Gualtiero Cannarsi secondo il quale raccogliere fiori sarebbe «ganzo», ed è addirittura di febbraio 2016, a un quarto di secolo dalla realizzazione del film, il primissimo lancio sul mercato statunitense di quello che in titolo internazionale è sempre stato Only Yesterday, con voci di attori (in testa la Daisy Ridley degli ultimi Star Wars) che all’epoca dell’uscita del film in Giappone non erano ancora nemmeno nati. A Taeko non resta che ripartire verso Tokyo per rendersi conto che sul treno ci sono ancora una volta tutti i suoi ricordi, non più fantasmi ma bagaglio di esperienze, consiglieri, amici di sempre sui quali proprio l’amato Toshio ha fatto luce. Ora sono dietro di lei, tifosi del suo cambio di treno, del suo tornare indietro, del suo decidere per cambiare vita, del suo lanciarsi fra le braccia dell’amore. La accompagnano di nuovo in campagna, la guardano quasi fuori campo mentre incontra di nuovo Toshio, e poi, consci di avere egregiamente fatto il loro lavoro, possono finalmente sparire. Per sempre. Finalmente felici, soddisfatti, commossi: la crisalide è diventata una farfalla bellissima, e ha già spiccato il volo.

Marco Romagna

“Only Yesterday” (1991)
118 min | Animation, Drama, Romance | Japan
Regista Isao Takahata
Sceneggiatori Hotaru Okamoto (manga), Yuuko Tone (manga), David Freedman (english adaptation), Isao Takahata (screenplay)
Attori principali Miki Imai, Toshirô Yanagiba, Yoko Honna, Mayumi Izuka
IMDb Rating 7.7

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