14 Febbraio 2019 -

NOS DÉFAITES (2019)
di Jean-Gabriel Périot

Nella sempre ricca sezione Forum della Berlinale è tempo anche di Nos défaites, nuovo lavoro di Jean-Gabriel Périot già realizzatore nel 2015 del controverso Une jeunesse allemande. Il regista francese cerca ancora di ragionare sulla politica, ma rispetto al film precedente, dove ondeggiava tra gli archivi senza mai prendere una posizione, in questa nuova sortita sugli schermi impiega un interessante dispositivo narrativo che mescola la cinefilia con la rappresentazione e la riflessione personale.
Tra maggio e giugno 2018 Périot ha tenuto un laboratorio con sedici studenti all’interno di un un corso di cinema in una scuola superiore di Ivry-sur-Seine, alla periferia di Parigi, nella stessa scuola dove Claire Simon aveva girato il recentissimo Young Solitude.
Gli studenti hanno lavorato sia come attori davanti alla camera da presa sia sul set, ricreando e allestendo le scene di scioperi, resistenze e dispute sul lavoro da film che vanno dalla fine degli anni ’60 alla fine degli anni ’70. Le scene ricreate vanno da La salamandre di Alain Tanner (1970) a La Chinoise di Jean-Luc Godard (1967), da With the Blood of Others del Medvedkine de Sochaux Collective (1974) a Compagni di Marin Karmitz (1969), da La Reprise du travail aux usines Wonder di Pierre Bonneau, Liane Estiez-Willemont e Jacques Willemont (film fondamentale sul 1968 ripreso anche di recente dallo straordinario No intenso Agora di Joao Moreira Salles) a Citroën Nanterre mai – Juin 1968 di Édouard Hayem e Guy Devart (1968), da A pas lentes di Cinélutte Collective (1979) a Be Seeing You di Chris Marker e Mario Marret (1968).

Davanti agli studenti scorrono così “le nostre sconfitte”. I ragazzi recitano le evoluzioni e le illusioni di sinistra, con frasi come «la proprietà è un furto» e «non crediamo più nel socialismo», in quel che dicono emerge l’ineguaglianza di classe, si pongono domande sugli obiettivi degli scioperi dei lavoratori, si rendono conto di combattere solo su rivendicazioni economiche e non sulla messa in discussione del modo di lavorare, mentre affiora il desiderio di azione radicale («una rivoluzione è un’insurrezione, non è un pranzo di gala») e vengono messi in discussione tutti i limiti dell’idealismo.
Nos défaites mostra le scene girate per l’occasione del laboratorio alternandole in un semplice gioco di montaggio con interviste in cui il regista interroga gli studenti sulle scene in cui hanno appena recitato, su concetti come “classe”, “sindacato” e “impegno politico”, “rivoluzione” e “violenza”. Périot affronta e discute questi argomenti individualmente con ciascuno studente per comprendere meglio la loro percezione della società di oggi e il potenziale di rivoluzione e lotta sociale. Gli studenti (Swann, Natasha, Ghaïs, Jackson, Julie, Rosalie, Alaa, Marine, Floricia e Martin) dimostrano tutta la loro sfiducia nei confronti della politica professionale, esprimono il loro rifiuto di usare la violenza per cambiare il mondo, sostengono in modo chiaro che le leggi sono sacre, e uno di loro dice persino che «senza regole, sarebbe il caos». Tanto che la parola «anarchia», per esempio, viene vista solo con paura, in modo estremamente negativo.
Il dispositivo è semplice e incisivo, ma è anche abbastanza ovvio. Vediamo delle scene girate e interpretate magnificamente, ma poi nelle risposte alle domande troviamo il vuoto da parte degli studenti, quasi incapaci di rispondere e di fare un minimo di analisi. È così facile che gli spettatori pensino male di una generazione di giovani incapace di vedere la politica, mentre gli studenti che sulle scene sono aggressivi e sembrano credere a quel che recitano, e invece nelle interviste sono pavidi, non credono negli scioperi e la rivoluzione li spaventa, pare troppo eccessiva. Sono dentro a un sistema che non hanno la minima intenzione di mettere in discussione. Non potrebbe essere altrimenti del resto: oggi le parole della sinistra e di anni di battaglie oggi nel linguaggio comune sono parole inesistenti, abolite dal discorso comune, dal linguaggio di tutti i giorni, e ancor di più dai discorsi televisivi.
Il film documenta anche i tentativi di Périot di provocare gli studenti e farli reagire, quasi senza risultato. Il problema evidente, semmai, è ancora una volta la posizione del regista francese, che sembra essere più che manicheo nel fare questi accostamenti, e con tale approccio i risultati non potevano che essere questi. Nel q&a a fine film, addirittura, è emerso come queste interviste siano state realizzate agli studenti nei primi giorni del laboratorio, con i ragazzi quasi presi alla sprovvista e senza preparazione, quasi con la volontà e l’intento di metterli in difficoltà. Mentre le scene, per stessa ammissione degli studenti, sono imparate a memoria senza comprenderle davvero, perché il vocabolario rivoluzionario che esprimono in scena è a loro assolutamente alieno, come se recitassero in una lingua non loro.

Nos défaites si ripete su questa falsariga per più di un’ora, ma poi, mentre il film pare finire con l’apparizione del titolo, ecco il colpo di scena. Sono passati sei mesi dal laboratorio, e nella scuola è stata organizzata un’occupazione in seguito all’arresto di alcuni studenti. È il famoso fatto, rimbalzato al tempo su non tutti ma nemmeno pochissimi media, in cui vennero allineati con le ginocchia a terra dalla polizia di Mantes-la-Jolie. Ed è proprio in questo che la realtà sfugge a Périot e il film ha una scossa. La solidarietà verso gli altri studenti che sono stati arrestati porta i suoi studenti, quegli stessi studenti che sembravano incapaci non solo di combattere ma anche solo a pensarci, a protestare e a occupare il loro liceo per tre settimane, in una lotta collettiva, condivisa, sentita, personalissima.
I gilet gialli e il movimento degli studenti hanno fatto emergere idee, mentre le violenze della polizia hanno fatto comprendere il passaggio dalla teoria all’azione. E hanno fatto anche capire a Périot che un film non è solo fatto di una costruzione banale, ma aveva bisogno di liberarsi. Ora le parole degli studenti nelle interviste sono diverse, hanno capito qualcosa e lo stanno mettendo in azione, insieme, lottando. Serviva un evento, serviva una svolta, serviva una nuova consapevolezza, ed è la decisione di Périot di inserirla che cambia il discorso e la prospettiva di e su un film che altrimenti avrebbe avuto limiti enormi, sia etici sia contenutistici. Nos défaites diventa così un film complesso, che voleva essere un ritratto sulla fragilità di una generazione e invece è diventato qualcosa di più. Qualcosa di diverso, in cui si può vedere una riflessione sull’impegno, sugli ideali e sulle ideologie che a cinquant’anni dal ’68 sembravano essere state messe nel dimenticatoio, e che sono invece pronte a essere, in modi diversi, riprese e fatte ritornare al centro del discorso politico e sociale di una nazione.

Claudio Casazza

“Nos défaites” (2019)
100 min | N/A | France
Regista Jean-Gabriel Périot
Sceneggiatori N/A
Attori principali Swann Agha, Natasha Andraos, Ghaïs Bertout-Ourabah, Jackson Ellis
IMDb Rating N/A

Articoli correlati

EARTH (2019), di Nikolaus Geyrhalter di Erik Negro
MEKTOUB MY LOVE: INTERMEZZO (2019), di Abdellatif Kechiche di Marco Romagna
MONSTERS. (2019), di Marius Olteanu di Marco Romagna
ÊTRE VIVANT ET LE SAVOIR (2019), di Alain Cavalier di Erik Negro
FUKUOKA (2019), di Zhang Lu di Marco Romagna
PORTRAIT DE LA JEUNE FILLE EN FEU (2019), di Céline Sciamma di Marco Romagna