28 Agosto 2019 -

LE VERITÀ (2019)
di Hirokazu Kore-eda

Probabilmente qualcuno sarà tentato di dire che a Hirokazu Kore-eda ha fatto male la Palma d’Oro. Ma a ben vedere è ancora più a monte, già dal pure (ancora) buono e meritatamente premiato Shoplifters, che si innestano le radici del problema del deludente La Vérité, suo primo film occidentale per produzione, attori, lingue e meta-riferimenti, realizzato in Francia con cast all-star (Catherine Deneuve, Juliette Binoche e persino un sottoutilizzato Ethan Hawke) e presentato come film d’apertura della 76ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Perché stava già nel lavoro precedente l’inizio delle avvisaglie di una sostanziale banalizzazione delle sue tematiche di riferimento, stava già nel lavoro precedente qualche preoccupante indizio del progressivo annacquarsi della sua ben precisa, preziosa e struggente poetica verso un cinema d’autore più “europeo”, stava già nel lavoro precedente qualche traccia della volontà di compiacere un pubblico più ampio e “normalizzato” a costo di adattare ai suoi gusti e alle sue abitudini il proprio accorato linguaggio cinematografico. Ma se Shoplifters, per quanto probabilmente minore rispetto alle sue più alte vette, ha segnato la definitiva consacrazione festivaliera di Kore-eda con un film in ogni caso ancora profondamente radicato al suo universo autoriale e alla sua straripante emotività, qui emerge il paradosso di un lavoro ben più programmatico che ispirato, troppo ingabbiato nelle maglie quasi dittatoriali della scrittura per liberare il suo cuore, in cui, per quanto guardi fin troppo evidentemente agli ultimi lavori di Olivier Assayas, finisce per essere molto più koreediano il fantascientifico-sentimentale film nel film che lo stesso La vérité. Il cineasta nipponico, fra il francese e l’inglese dei suoi protagonisti, emerge solo a sprazzi, e ogni volta che parrebbe avvicinarsi a uno dei suoi consueti apici di emozione e ritrovata intimità familiare, non di rado con il contrappunto di musiche un po’ retoriche a evidenziarle, stacca puntualmente verso altre sequenze, verso altri capitoli tutto sommato comuni e incolori, ben lontani dalle sue solite stratificazioni, di una comicità metacinematografica transalpina che, per quanto “funzioni” e sia ben maneggiata, e per quanto La Vérité prima di essere tradotto e riadattato nasca direttamente da un suo vecchio testo teatrale mai messo in scena, semplicemente non sembra appartenere più di tanto al cineasta di Tokyo.
Certo, non si pensi a un totale disastro come poco più di un anno fa lo fu, dall’Iran, l’incauta avventura fahradiana in terra spagnola con Todos los saben; fra le troppe sterilità che emergono dall’arruffarsi di tematiche di La Vérité non mancano momenti in cui comunque emergono la mano e lo sguardo di Kore-eda, così come non mancano spunti di interesse – che probabilmente sarebbero anche promettenti di fronte all’esordio di un giovane, ma che nelle stratificazioni di un autore Palma d’Oro e oltre i venti lungometraggi realizzati segnano un troppo netto passo indietro per non percepirlo in quanto tale – nella centralità assoluta della famiglia e nelle dinamiche di affetto e ipocrisia come unico possibile motore del doppio e speculare (pure se un po’ banalotto) binario fra realtà (che poi è una finzione) e finzione (che è meta-finzione), a sua volta innestato nel più generale intrecciarsi fra la vita dell’attrice/diva (appunto, l’ὑποκριτής della tradizione ellenica), la sua recitazione e la sua personalissima percezione di se stessa. In una verità che non è mai davvero fino in fondo verità, o che per lo meno, quando il mestiere è essere convincenti nel mentire, non è mai certificabile nel suo essere totalmente sincera. Ma prima o poi non potrà che ripresentarsi nei sensi di colpa e nei decennali risentimenti, nelle vecchie gelosie e nelle eterne altezzosità, nel rinfacciare e nel tentare di capirsi, come un fantasma del passato con cui tutti devono convivere e prima o poi riconciliarsi. Eppure la Fabienne di Catherine Deneuve lo dice quasi subito e senza peli sulla lingua, durante l’intervista con cui, lanciando la pubblicazione della sua ben poco fedele autobiografia, commenta la sua prossima interpretazione: «Non sarà un gran film». Purtroppo, quasi come in un intento programmatico. Parlando del meta-film, ovviamente, ma (in)consapevolmente anche di La vérité: un lavoro che non rischia nulla, che si accontenta della superficie, che si declina quasi del tutto al femminile relegando gli uomini al letto e alla cucina (magari passando per un loro vecchio problema di alcolismo, appena accennato e poi non sviluppato), e che si diverte (troppo) a mettere in scena se stesso mentre cerca un’approvazione cinefila occidentale tutto sommato troppo facile nel portare sullo schermo Catherine Deneuve nel ruolo del suo stesso mito fino a riesumare il suo abito nero di Bella di giorno, o a citare Kim Novak e lo chignon di Vertigo.

Come una novella Norma Desmond dalle risposte piccate e dall’incidente diplomatico sempre dietro l’angolo – «Non puoi fidarti della memoria» –, o forse come una nuova regressione del personaggio interpretato nove anni fa dalla stessa Deneuve nel tutto sommato dimenticabile Potiche di Ozon, Fabienne sta malamente interpretando da (ex) diva narcisista, superficiale e capricciosa che non vuole arrendersi al personale viale del tramonto un personaggio che a breve si renderà conto essere lo specchio esatto di sua figlia, trascurata da una madre che non invecchia proprio come negli anni lei la ha trascurata per coltivare l’immortalità del suo mito, e sofferente proprio come la sua Lumir, appena tornata a trovarla dalla sua vita statunitense con il marito attore di serie Z Hank e la figlioletta Charlotte, ha sofferto i suoi ripetuti abbandoni. Nel rinfacciare di Fabienne alla “madre” della finzione ciò che nella vita reale ha sempre sentito e sofferto la sua stessa figlia abbandonata (per negarlo ora nell’autobiografia, inventando di sana pianta i momenti insieme mai vissuti), non possono che riemergere le tensioni e le incomprensioni, non possono che riemergere i dolori mai sopiti e ora rinfacciati, non può che scendere una lacrima a rigare il volto di Juliette Binoche, e soprattutto non può che riemergere la figura ingombrante di Sarah, quell’amica e collega a cui Fabienne, invidiosa del talento, aveva portato via il ruolo più importante della vita, il César, e poi la voglia di vivere. Fino a pensarci ogni giorno, ad accettare il ruolo nel meta-film solo per lavorare con «la nuova Sarah», ma a eliminarla del tutto dal suo La vérité, quella biografia di mezze verità, bugie e omissioni occasione per Kore-eda di innestare la sua riflessione sulla paura del confronto e del dover fare i conti con la propria mediocrità, sul terrore che esploda quella bolla dorata che Fabienne si è costruita intorno nell’altezzosità e nell’illusione, fino al suo rendersi conto di incarnare nel film nel film tutti i personaggi della grande tragicommedia della sua vita. In un parallelo, ben lontano dal brillare per originalità ma pienamente coerente, fra la realtà e la recitazione, fra il vero e il falso, fra un livello e l’altro della messa in scena, fra le scuse fasulle e il reale scoramento, fra prime riprese disastrose e il meta-personaggio che lentamente emerge forgiandosi sulle esperienze, sul quotidiano, sul tardivo percorso di maturazione di chi da sempre sminuisce tutti e tutto autoesaltando la sua figura. Ma nella sua vita da pessima madre e pessima donna ha sofferto per i suoi errori, per la sua figlia trascurata, per la sua gelosia da mamma disprezzata più ancora che da attrice nei confronti della nemesi Sarah, più talentuosa, più umana e più amata.
La vérité è una diva egocentrica e approssimativa con i suoi riti, i suoi capricci e la sua aura di autoreferenzialità, La vérité è la famiglia con le sue incomprensioni, La vérité è il senso di colpa che aleggia come uno spettro del passato. La vérité è l’atto di spazzolarsi i capelli, sono la memoria e la rimozione, sono la verità e la menzogna, sono la scrittura e la recitazione, è il ballo tutti insieme fra le vie di Parigi, è una figlia sceneggiatrice a Hollywood che finirà per scrivere all’attrice le battute della vita ed è l’innocenza della sua bambina, incontro/scontro generazionale con cui viversi, scriversi e recitarsi nelle vicendevoli emozioni. La vérité sono i mariti (magari stranieri nel loro francese strascicato proprio come Kore-eda sul set) e i maggiordomi (ancora una volta spinti verso Viale del Tramonto), sono i padri e con gli affetti che ritornano, sono i rapporti fra le età che si innestano in quella stanza con i giochi e i libri della madre temporaneamente occupata dalla piccola Charlotte, con il suo tenero legame con la nonna che vede come una sorta di Maga Circe in grado di trasformare gli uomini in animali, o con quel momento in cui si ritrova a giocare con il padre come un’aquila issata sulla spalla. Alla ricerca di quell’istante di puro sbalordimento del regista del film nel film incredulo di fronte al monitor, finalmente di fronte a una performance attoriale di Fabienne in grado di turbarlo, di emozionarlo, di trovare il grande cinema. Quello vero, quello della sua esistenza, quello a cui riuscire a credere e di fronte al quale innamorarsi e struggersi, ma anche quello che Kore-eda, stavolta, non ha trovato. Per lo meno non in profondità, non al di là di un gioco di metariferimenti tanto fine a se stesso da finire per perdere la sincerità, la credibilità, il trasporto. E non bastano i begli istanti immediatamente mozzati, non bastano le grandi interpretazioni, non basta guardare più o meno esplicitamente ai più grandi maestri del cinema europeo e americano. Non basta ragionare su una diva allo specchio né augurarle un’eterna vita immaginaria su un’astronave, quando a mancare e a mancarle è purtroppo, e drammaticamente, l’anima.

Marco Romagna

Ci è gradito comunicare che “LE VERITÁ” di Kore-eda Hirokazu, distribuito da BIM Distribuzione, è stato designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani – SNCCI.
Motivazione:
“Una diva del cinema francese al tramonto, una figlia sceneggiatrice da sempre adombrata dall’egocentrismo della madre e un’autobiografia che, rivelando segreti e bugie, riapre ferite mai guarite. Nel suo primo lavoro fuori dal Giappone, Kore-eda esalta l’universalità dei suoi temi riflettendo sul controluce dell’arte recitativa capace di mescolare realtà e finzione per ottenere una verità plurale, da credere e da tutelare. Il gioco pirandelliano diventa (meta)cinema da camera, affresco familiare e luminosa sfida tra attrici, con una Catherine Deneuve oltre sé stessa”.
“The Truth” (2019)
106 min | Drama | France / Japan
Regista Hirokazu Koreeda
Sceneggiatori Hirokazu Koreeda, Léa Le Dimna (adaptation)
Attori principali Catherine Deneuve, Juliette Binoche, Ethan Hawke, Ludivine Sagnier
IMDb Rating N/A

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