8 Febbraio 2019 -

GRÂCE À DIEU (2019)
di François Ozon

Sono oltre quarantacinque le vittime accertate del “caso Preynat” e circa settanta quelle presunte, ma le altre rimaste in silenzio potrebbero essere altre centinaia. Tutte, ovviamente, ampiamente minorenni ai tempi delle molestie sessuali subite dal sacerdote, catechista e capo scout pedofilo, indisturbato o quasi nel suo ministero sacerdotale sin dai primi anni Ottanta fino a quel 2015 in cui, passando per una breve sospensione nel ’91 dopo la quale fu reintegrato come se nulla fosse accaduto, venne finalmente rimosso dagli incarichi religiosi mentre la giustizia ordinaria, autocastrata dalle sue stesse leggi, non poteva fare altro che proscioglierlo per la prescrizione di un reato vecchio più di vent’anni. Ma a Grâce à Dieu, che pure rimette minuziosamente in scena dal punto di vista delle vittime i passi che hanno portato all’esplosione e all’evolversi del caso che negli ultimi anni, come una bomba a mano, ha colpito e stravolto l’Arcidiocesi di Lione, interessa relativamente la figura di padre Bernard Preynat, che da parte sua non ha mai negato nemmeno con le autorità religiose prima e giudiziarie poi di «avere un problema con i bambini». Come pure, al nuovo film di François Ozon presentato in concorso a Berlino giusto un paio di settimane prima dell’uscita in Francia e, dettaglio ben più importante per metterne in luce il coraggio pur nella sostanziale assenza di veri e propri guizzi e zampate, un mese esatto prima della data annunciata per il pronunciarsi della sentenza definitiva nei confronti del cardinale Barbarin accusato di essere da tempo al corrente e di aver eretto un muro di gomma a coprire il sacerdote molestatore, interessa relativamente l’omertà ipocrita e interessata di chi potrebbe agire (e con la sua denuncia salvare altre potenziali vittime) ma preferisce insabbiare, paradosso morale di una religione impostata sul pentimento e sul perdono che, anche quando dichiaratamente colpevole, alle responsabilità e alla giustizia preferisce una silente e comoda indulgenza. Quello che conta, in Grâce à Dieu, sono le stratificazioni psicologiche dei personaggi, delle diverse vittime e del carnefice, di chi intorno alle vittime vive come moglie, figlio, genitore o fratello, di chi è riuscito a superare il trauma e chi forse non lo supererà mai.
C’è Alexandre, che pur nel ripercuotersi quotidiano delle molestie subite da bambino ha un lavoro solido, ha costruito una magnifica famiglia che lo supporta, ha la prontezza di bacchettare i prelati che improvvidamente paragonano la pedofilia all’omosessualità ed è ben conscio che padre Preynat è un malato, che più che essere punito deve semplicemente essere allontanato per il bene della Chiesa. Denis è meno inquadrato, aggressivo nel suo coinvolgere la stampa insieme agli inquirenti, bellicoso nel voler scioccare apertamente la popolazione con il progetto di affittare di un aereo al quale attaccare un enorme pene nel cielo, tanto coinvolto dall’associazione da renderla unica ragione di vita e motivo di litigi familiari con chi non lo supporta a sufficienza, mentre il suo passato l’ha reso profondamente e convintamente agnostico. Ma è Emmanuel il personaggio che più ha sofferto le molestie d’infanzia, convinto di aver subito malformazioni, incapace di mantenere una relazione stabile e non tossica, incapace di ricucire un minimo di rapporto con il padre, e ogni volta che sale la tensione affetto da ripetuti attacchi epilettici, disagio nato dal disagio, trauma nato dal trauma. Ozon costruisce su di loro, come tre diversissime facce della stessa medaglia, la narrazione, affidando alle loro analogie e differenze tutte le stratificazioni e tutti i ben precisi, per quanto forse fin troppo misurati, messaggi politici, morali e sociali.

Era il 2014, quando un padre di numerosa famiglia e fervente cattolico, rendendosi conto che il suo ormai settantenne molestatore di un tempo non solo era ancora prete, ma era ancora a contatto con i bambini, decise di parlare, di iniziare una lotta, prima personale e poi sempre più collettiva in un’espansione a macchia d’olio, per la verità e per la giustizia. Ed è proprio da questo punto che prende le sue mosse Grâce à Dieu, per poi riflettere nel suo scorrere sulla natura di un trauma e sui suoi tempi di elaborazione, sulle possibili e magari opposte reazioni delle vittime, sulla Chiesa e sulla sua troppo sovente doppiezza, sulla natura stessa del perdono e dell’imperdonabile, sulla giustizia e su tutto ciò che tenta di fermarla, ma soprattutto sulle responsabilità che progressivamente cambiano, con le testimonianze che progressivamente rivelano come padre Preynat, dai baci e dalle masturbazioni, si fosse spinto sempre più in là, e con il procedere dell’inchiesta che si rende conto di come il cardinale Barbarin fosse già dal 2007 al corrente della pedofilia del sacerdote ma, «fidandosi della sua parola» che si dichiarava innocente dal ’91, avesse preferito mettere il tutto sotto silenzio continuando ad affidargli catecumeni preadolescenti. Magari fino a farsi scappare, nella conferenza stampa del 2016 a commento del non luogo a procedere per prescrizione nei confronti del prete pedofilo, il raggelante «grâce à Dieu» che dà il titolo al film, che se da un lato riapre tutte le riflessioni che sembravano chiuse sulle zone d’ombra del perdono dall’altro è la gaffe che tradisce il sollievo di chi, in barba a qualsiasi idea di giustizia, ha fatto scientemente in modo che la verità non venisse a galla.
In una struttura narrativa sostanzialmente tripartita fra i tre personaggi, con i primi barlumi di verità che si focalizzano inizialmente solo sul primo protagonista e sulla sua famiglia e poi lo spostarsi e l’intrecciarsi dei punti di vista in una vera e propria class action con le vittime che aumentano, si riuniscono in associazione e, una volta messo finalmente in moto il meccanismo della legge e dei media, attendono che per lo meno la giustizia faccia il suo corso (?), Grâce à Dieu è un film classico di pura scrittura, quasi opposto, nella sua rigorosa ed elegante sobrietà, rispetto agli esuberanti svolazzi confusionari (magari affascinanti, magari irritanti) del precedente lavoro di Ozon L’amant double. Del resto, non si sa mai che cosa aspettarsi dal regista francese, capace di attraversare ogni genere e molteplici linguaggi passando dal più puro classicismo al kitsch più estremo, dalla personalissima zampata al precauzionale passo indietro, da Otto donne e un mistero a Il rifugio, da Potiche a Jeune et jolie, da Il tempo che resta a Frantz, in testacoda qualitativi che non possono che renderlo un autore, nel bene e nel male, sempre sorprendente nel suo alternare vette e rovinose cadute, classicismo e intuizioni, (fin troppo) brusche accelerate e poi prudenti ritorni sul pedale del freno. Questa volta François Ozon, mettendosi al servizio della storia vera e della tematica di per sé forte e urgente, rimane esattamente a metà strada fra gli apici e gli abissi, confezionando un film pienamente dignitoso, lucido e misurato nel suo mettere di fronte vittime di Fede ed estrazione sociale differenti, indubbiamente pulito in una sapiente scrittura e in una messa in scena che evitano svolazzi e toni scandalistici, intelligentemente privo di qualsivoglia possibile pietismo o di retorica e tutto sommato, pur con qualche lungaggine nella parte centrale e invece complice la straordinaria batteria di attori (Melvil Paupaud, Denis Ménochet e Swan Arlaud, di gran lunga fra i migliori quarantenni francesi) narrativamente efficace, ma che di fatto, nella (letteralmente) canonica inchiesta che ripercorre, aggiunge ben poca sostanza a ciò che già si sapeva, non graffia fino in fondo, non rischia troppo, e per questo non penetra in profondità.

François Ozon firma un film di denuncia, atto d’accusa che segue passo dopo passo il nascere, il crescere e l’evolversi del caso, e che si schiera apertamente con chi ha subito e ora chiede giustizia sin dalla scelta di lasciare invariati tutti i nomi dei religiosi coinvolti mentre cambiano tutti quelli delle vittime. Eppure, pur nel suo prendere una posizione ben precisa contro il cardinal Barbarin e le storture di una Chiesa che fa proclami e poi si muove in direzione opposta, Grâce à Dieu quasi evita l’affondo concettuale o politico anche quando forse avrebbe potuto azzardarlo, preferendo il rigore e l’eleganza, la misura e i non eccessi anche quando l’emotività li avrebbe richiesti, la precisione quasi documentaristica dei fatti e delle carte, o al massimo il progressivo rendersi conto che l’entusiasmo per aver trovato compagni di battaglia sarà prima o poi destinato a scemare e che certe ferite non si potranno mai rimarginare del tutto. Basti pensare in questo senso alla scelta di virare precauzionalmente i momenti di più atroce malizia e di shock verso gli unici leggeri spunti comici d’alleggerimento, oppure al continuo ripetere di Ozon, probabilmente preoccupato dalle possibili reazioni scandalizzate dei più conservatori, di non aver voluto fare un film “contro la Chiesa”, o ancora, più in generale, alla profondità non certo banale ma nemmeno abissale dei ragionamenti e degli assunti, lontana anni luce, tanto per rimanere sul tema “preti pedofili”, non solo da ciò che aveva saputo mettere sullo schermo Pablo Larraìn con il suo El Club, straordinario nella sua forma spiazzante e nei suoi assunti atrocemente intelligenti a scandagliare il potere, ma anche dal ben più mainstream Il caso Spotlight, che complici le condanne definitive e la ancor più smaccata forma di inchiesta giornalistica poteva permettersi qualche stoccata in più. Eppure, nel suo relativo seguire quello che è lo standard dei film d’inchiesta, Grâce à Dieu è un film profondamente di François Ozon, fatto dei suoi doppi che continuamente emergono fra vittima e vittima, fra padre e figlio, fra prete e cardinale, fra fedele e ateo, fra uomo vittima di violenze e la donna a sua volta vittima di violenze che lo supporta nella battaglia rimanendo al suo fianco, con il ruolo centrale di ogni madre come unica possibile prima confidente. Come pure Grâce à Dieu è un film profondamente di François Ozon nella gestione del tempo, con il passato che continua a ripercuotersi nel presente, e con un vicinissimo futuro come unica via verso una conclusione di speranza e di giustizia.
Ozon riflette sulla Fede, quella solida, quella che finirà per vacillare, quella che non esiste più da tempo e dalla semplice dichiarazione di ateismo sta per passare alla definitiva richiesta di sbattezzo e apostasia, quella di chi nonostante le sue colpe più volte confessate senza il minimo pentimento continua(va) a celebrare messa, e poi quella di chi nel nome stesso della Fede cerca di mettere a tacere fra false promesse e faccia di gomma, fino a cercare di convincere i figli per far recedere il padre dalla sua volontà di uscire allo scoperto e denunciare le molestie subite, fino a occultare prove e segnalazioni, fino a mentire apertamente rassicurando e poi facendo il contrario. Riflette sulla colpa, sulle responsabilità, sulla ricerca della verità e della giustizia anche quando in aperta contraddizione con i dettami del proprio credo, «se lo perdonerai sarai sua vittima per tutta la vita». Ma soprattutto Ozon, con Grâce à Dieu, riflette sulla Parola, con e senza la P maiuscola, quella urlata, quella sussurrata e quella omessa, quella scritta e quella che vola, quella di Dio e quella liberatoria di chi finalmente riesce ad affrontare i propri fantasmi, quella dei verbali di polizia e quella dei cartelli finali che fanno il punto della situazione aggiornato a oggi, e non certo in ultimo quella delle voci fuori campo che si intrecciano con il sostanziale romanzo epistolare che apre il film con i ripetuti carteggi fra Alexandre, Barbarin, la psicologa della diocesi e un Papa Francesco che mai risponderà alle mail. La parola è la via per la salvezza, ed è al contempo la via per la menzogna, in un cortocircuito infinito e paradossale. La parola è paura, la parola è atto, la parola è emancipazione, la parola è arbitrio, la parola è redenzione. La parola è quella che il 7 marzo pronuncerà il tribunale di Lione guardando negli occhi Barbarin. Poi potrà parlare solo la Storia. Si spera, per lo meno.

Marco Romagna

“By the Grace of God” (2019)
137 min | N/A | France / Belgium
Regista François Ozon
Sceneggiatori François Ozon
Attori principali Melvil Poupaud, Denis Ménochet, Swann Arlaud, Josiane Balasko
IMDb Rating N/A

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