10 Febbraio 2017 -

MY HAPPY FAMILY (2017)
di Nana & Simon

In ogni famiglia, anche nelle più coese, c’è inevitabilmente qualche problema. C’è stress, c’è qualche rapporto teso, c’è qualche parente che non fa sempre piacere vedere, ci sono quei sorrisi di facciata destinati prima o poi a implodere, ci sono i piccoli e grandi egoismi di ognuno, ci sono le invadenze, i fastidi crescenti e i compromessi per quieto vivere. Specialmente da moglie e madre in una società ancora patriarcale, in cui sotto lo stesso tetto già convivono tre generazioni e la speranza quotidiana di tutti, ulteriore fonte di pressione, di stress e di tensioni, è quella di aprire prima possibile alla quarta, ma questo bambino è già da più di un anno che non arriva. In una casa, pur con tutto l’affetto verso genitori, marito, figli e genero, l’aria può essere pesante, a volte irrespirabile, e non sempre può trovare spazio l’autodeterminazione dell’individuo. Dal rumore dell’armadio che sveglia chi sta dormendo a qualcosa di succoso che ha sporcato l’interno del frigorifero, tante sono le lamentele e le rimostranze, e capita a volte di sentire il bisogno assoluto di rimanere da soli, prendersi i propri spazi e le proprie libertà, fuggire da una vita quotidiana che non si può né si vuole cancellare, ma che ormai è diventata soffocante come un cappio. Soprattutto quando, come nel caso di Manana, protagonista del georgiano My happy family che arriva al Forum della Berlinale pochi giorni dopo i primi applausi al Sundance, sei un’insegnante di 52 anni, hai un marito tanto “buono” e “brav’uomo” da essere apparentemente senza più alcun nerbo, hai due figli ormai cresciuti dei quali una è sposata a 24 anni e ancora in casa con marito, l’altro ventunenne che passa l’intera giornata davanti al computer, hai una madre invadente che da tutta la vita ti rimprovera in continuazione e hai un padre ormai anziano, silenzioso e ben lontano dalla forma mentale e fisica di un tempo. Giorno dopo giorno, in una routine sempre più stretta nel trilocale a Tbilisi, Manana guarda alla sua vita e si rende conto che di libertà, in sostanza, non ne hai mai avuta, non essendo mai uscita, nemmeno con il marito e nemmeno con i figli, dalla casa dei suoi genitori, e realizza, semplicemente, che “Non ho più voglia di vivere con voi”.

Nana & Simon è la firma familiare che appongono sui propri lavori la regista e sceneggiatrice georgiana Nana Ekvtimishvili con il marito Simon Gross, che già aveva esordito in solitaria nel 2007 con Fata Morgana, coppia anche nella vita e al secondo film insieme dopo In Bloom (2013). Nel cast tecnico, come direttore della fotografia, appare la firma illustre del rumeno Tudor Vladimir Pandaru, collaboratore di Cristian Mungiu anche in Bacalaureat, ed è proprio di Pandaru l’eccezionale mano che tiene la macchina da presa elevando a straordinaria eleganza una messa in scena necessariamente nervosa, elettrica ma mai davvero tremolante, capace di risolvere i momenti di pressione crescente in famiglia con asfittici e infiniti pianisequenza in cui l’inquadratura è costantemente in divenire eppure straordinariamente fluida, cambiando personaggio a ogni incontro, seguendo i movimenti senza mai indugiare, senza mai lasciare un solo istante di respiro allo spettatore né agli attori. Sin dal titolo, My happy family è la costrizione di una felicità imposta, ormai di facciata, mentre nell’animo di Manana la routine è ormai sempre più insostenibile, come un veleno che agisce quotidianamente sui nervi. Manana, già dalla mattinata del suo cinquantaduesimo compleanno, ha voglia di stare sola, di non vedere nessuno, e quando alla sera, nonostante le sue specifiche richieste di tranquillità, le verrà sostanzialmente imposta una festa dal marito reo di avere invitato amici e il di lei fratello, forse ancora più possessivo della madre, a casa, Manana rimarrà il più possibile isolata, si negherà, affogherà nella depressione di chi, semplicemente, non ne può più. Dentro di lei c’è una pressione crescente, e quando apprenderà di una sua studentessa appena ventenne già impegnata nelle pratiche di divorzio a soli sei mesi dal matrimonio, deciderà semplicemente di fare le valigie e andare a vivere da sola in un appartamento in affitto, in fuga dalla quotidianità opprimente, in fuga da una casa senza lo spazio vitale, in fuga dalle continue intromissioni nella sua vita. È la sua valvola di sfogo, il suo unico modo per non implodere, forse l’unico per rimanere se stessa e non continuare a imbruttirsi di insoddisfazione. Non c’è una vera e propria causa scatenante, non c’è un torto subito, non c’è un litigio: è una decisione covata chissà quanto a lungo, eppure un fulmine a ciel sereno. “Ci stai disonorando di fronte ai vicini”, tuona la madre come a ricordare ancora una volta quella rigidità nei costumi che è proprio la causa scatenante del crollo, mentre il marito, mollo, capisce di non poterci fare nulla e la lascia andare incenerendo una sigaretta davanti alla solita finestra della cucina.

My happy family è una storia semplice e universale, un film sincero e di granitica umanità, che la protagonista Ia Shugliashivili si porta sulle spalle in ogni sguardo, in ogni gesto, in ogni movimento. La fuga di Manana potrebbe sembrare un atto di egoismo, ma è in realtà un gesto necessario di dignità, è una spallata all’ipocrisia, è una fuga che porta a guadagnarsi i propri spazi e a rinascere, ma senza alcuna volontà di rinnegare la vita precedente, né di cancellarla. Manana continua a vedere i figli, continua ad avere le chiavi di casa, continua a vedere anche il marito e a mantenere rapporti più che cordiali, anche quando scoprirà nel peggior modo possibile, ovvero dalle risate delle amiche convinte che lo sapesse, che il “brav’uomo” nascondeva lo scheletro nell’armadio di una vecchia ma importante relazione clandestina con tanto di figlio di 13 anni. Manana, nella sua piccola casa in affitto, riscopre se stessa, trova i suoi spazi, vede il suo sguardo cupo tornare a splendere, cambia e torna a fiorire, prende coscienza con la realtà a costo di fingersi operaia del gas pur di vedere e toccare con mano, a costo di farsi del male ma con il diritto sacrosanto di sapere di avere avuto ragione, il figlio segreto di suo marito. Lo script di Nana Ekvtimishvili non ha mai scossoni, ma lavora sempre per sfumature a volte impercettibili, come un sorriso enigmatico, come un sopracciglio che cambia leggermente direzione, come un vulcano che carica ma non erutta. Anche il momento della separazione, quando Manana va via di casa, è un momento di calma, in cui la donna spiega le sue ragioni facendo comodamente le valigie, dicendo a ognuno che non c’è stato nulla in particolare a ferirla, ma che semplicemente era giunto il momento di pensare a se stessa e di fare questo passo, conscia di lasciare figli ormai autosufficienti e comunque pronta a esserci nel momento del bisogno. Infatti, mentre Manana riscopre la vecchia passione per la chitarra a sette corde e il suo talento per il canto, vince la depressione e impara a reagire con maturità e senza più pressioni agli alti e bassi della vita, è presente quando la figlia ha bisogno di essere accompagnata all’ennesima visita ginecologica, è presente quando ancora la figlia avrà bisogno della spalla della mamma dopo essere stata lasciata dal marito, è presente quando il figlio al quale nessuno avrebbe dato una lira si presenterà in casa con fidanzata molto incinta al seguito ad annunciare le imminenti nozze, non necessariamente riparatrici – “Mi chiedo come abbia fatto una ragazza così a prendersi proprio lui”. Nel frattempo, nella sua casa di famiglia verranno spostati i bicchieri e poi cambiata, per evitare eventuali problemi con l’ormai ex marito della figlia, la serratura, ma Manana non ha perso la propria casa, ha semplicemente riacquistato la propria vita e la propria dignità, e la sua vecchia casa patronale si è svecchiata con lei. My happy family è un ritratto umano, un (melo)dramma ribollente che mai esplode, uno schiaffo ai costumi georgiani dalla “vergogna” del divorzio all’invasività della società patriarcale, dall’ossessione per la sicurezza al controllo imposto agli individui. Certo, non è un film perfetto: una ventina di minuti in meno girando un po’ meno intorno alle stesse idee gli avrebbero probabilmente giovato, e il finale aperto, più che un finale aperto, finisce quasi per lasciare il retrogusto di un finale mancante, quasi come se, una volta create le giuste suggestioni e ricollegati i giusti fili emozionali, concettuali e narrativi, i due autori non sapessero bene come concludere. Ma si tratta di peccati veniali, che non possono né devono sminuire un film che, con sincerità, acume e dolcezza, sa rimbalzare fra il sorriso e l’amarezza per tracciare una parabola umana universale e sociale, ritratto di una famiglia patriarcale che è ogni famiglia del mondo. Perché in ogni famiglia, anche in quelle più coese, c’è inevitabilmente qualche problema. E può bastare un “E tu, chi sei?” per distruggere una maschera indossata per più di 13 anni.

Marco Romagna

“Chemi Bednieri Ojakhi” (2017)
120 min | Drama | Georgia / France
Regista Nana Ekvtimishvili, Simon Groß
Sceneggiatori Nana Ekvtimishvili, Nana Ekvtimishvili
Attori principali Ia Shugliashvili, Merab Ninidze, Berta Khapava, Tsisia Qumsishvili
IMDb Rating N/A

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