15 Febbraio 2017 -

MENASHE (2017)
di Joshua Z Weinstein

Ci sono volte in cui, nella vita, l’uomo ha bisogno di scrollarsi di dosso l’etichetta di inetto, acquistare (auto)stima, tentare di migliorarsi ogni giorno, dimostrare, agli altri ma specialmente a se stesso, di potercela fare. Presentato alla 67ma Berlinale nella sezione Forum, Menashe è un film piccolo e sincero, pronto a mettere in scena, nella lotta di un vedovo contro il fratello della moglie e le strette maglie della comunità Yiddish per la custodia dell’amato figlioletto, un’acuta esplorazione delle vie della Fede, dei rapporti umani e delle dinamiche familiari. All’interno della comunità ebrea ultra ortodossa di Brooklin, Menashe è una sorta di pecora nera: non indossa la tradizionale giacca, non porta il cilindro ma solo la papalina, e persino i suoi payot, le classiche treccine lasciate lunghe davanti alle orecchie per interpretazione dell’ingiunzione biblica di non rasare gli angoli della testa, vengono ogni giorno pazientemente raccolti e legati dietro alle orecchie risultando appena visibili. Vive la Fede a modo suo, Menashe, forse inadatto alla rigidità dei costumi ortodossi, eppure profondamente credente e immerso in una comunità che parla yiddish come prima lingua e che sui dettami della Torah basa tutta la propria vita. Perso fra la pesantezza sudaticcia del suo fisico, una scarsa efficienza sul lavoro legata non certo a mancanza di voglia ma alla sua natura sinceramente pasticciona, i ripetuti inviti a risposarsi che sconfinano nell’imposizione, le più dure difficoltà economiche e i continui rimbrotti di un cognato che non lo ritiene capace, oltre che di crescere un figlio, nemmeno di organizzare la tradizionale visita al cimitero in memoria della moglie e la conseguente cena della comunità dei Rabbini e del Rav (nell’ebraismo ortodosso, il Maestro), Menashe vive profondamente e quotidianamente la propria religione fra le letture della Torah e i quadri affissi dei principali personaggi storici dell’ebraismo ortodosso, si premura che il capo del figlioletto non sia mai scoperto nemmeno giocando o nemmeno per dormire, e persino nel supermercato in cui lavora, quando vede in vendita insalata non lavata e quindi proibita dalla Torah, andrà nel retrobottega a lamentarsene con il titolare senza ottenere nulla.

Nella circolarità delle camminate di Menashe, Joshua Z Weinstein trasporta il pubblico in una New York diversa, dove si parla yiddish come prima lingua, anche le scritte sono in ebraico e l’inglese viene appena accennato dai suoi abitanti solo per parlare con sporadici stranieri e con gli immigrati dal Centro e Sud America con cui il protagonista condivide pessimo lavoro, difficoltà crescenti, ma anche la più pura delle speranze. Menashe è un’immersione totalizzante in una società rigida, chiusa, una società in cui “gli uomini non devono restare soli”, una società che chiede in continuazione di essere all’altezza di una tradizione millenaria, una società che per molti versi è una montagna da scalare, come una montagna da scalare è, nella sua impassibile osservanza della Torah e nella sua ostentata disistima nei confronti di Menashe, il cognato che vorrebbe, perché dotato di una famiglia e di una stabilità ben maggiore, crescere il nipote in luogo del padre. Dalla pelle sudata di Menashe e dalle sue quotidiane peripezie, Weinstein riesce a far emergere un decalogo delle difficoltà della vita, una quotidiana lotta contro i ritardi e le dimenticanze, fra i debiti già contratti impossibili da pagare e i vestiti da regalare al pargoletto, una porta del furgone che si chiude male e oltre mille dollari di pesce che volano per strada, un cibo fondamentale che quasi brucia nel forno, ma che fumo a parte a invadere la cucina sarà invece perfettamente edibile, addirittura buono: il cibo conviviale in memoria dell’amata moglie come riscossa di un uomo.

Quello che davvero interessa al regista, però, in questo suo piccolo film di mappatura etnografica ma anche e soprattutto struggimenti umani, è portare sullo schermo tutta la tenerezza di un rapporto padre/figlio, fra le voci bianche e le canzoni “che sarebbero piaciute alla mamma”, fra le corse per arrivare in tempo a scuola e i giochi al parco, fra le letture insieme dei Testi Sacri e la scelta dei quadri migliori da affiggere, fra chi già capisce le difficoltà e vorrebbe aiutare il padre sul lavoro e chi amorevolmente gli compra un gelato, fino all’apice dei sorrisi e dello strazio con il pulcino che padre e figlio crescono insieme, ma che nonostante le cure e l’amore sarà destinato a non diventare mai una gallina. Menashe scorre fra amore e morte, fra tradizioni e quotidiani miglioramenti, fra malinconia e canti di gioia, fra ricordi, benedizioni e speranze. Joshua Z Weinstein, anche operatore di macchina oltre che regista, è elegante in una messa in scena fatta di dettagli e sfocature, tagli di luce e chiaroscuri, capace di far emergere la profonda stanchezza del protagonista, ma anche la sua speranza e la sua estrema dignità. Menashe non è un film straordinario, non ha particolari colpi di genio, non vuole proporre messaggi profondissimi: vuole semplicemente, riuscendo appieno nei suoi intenti, navigare a vista nell’umanità e nella sincerità, vuole intenerire, vuole mettere al centro un uomo nella sua comunità e nei suoi rapporti di famiglia che da questa comunità non possono in alcun modo prescindere. È un film sulla volontà di migliorare, di farcela, di dimostrare a se stessi e agli altri di essere degni del proprio ruolo e del proprio figlio. Anche a costo di dover cedere al cilindro e alla giacca, anche a costo di cercare davvero una nuova moglie, anche a costo di faticare ancora e di accettare compromessi. Perché, a volte, la vita è anche semplicemente sapersi immergere in una realtà. Proprio come il cinema.

Marco Romagna

“Menashe” (2017)
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Regista Joshua Z. Weinstein
Sceneggiatori Alex Lipschultz, Musa Syeed, Joshua Z. Weinstein
Attori principali Menashe Lustig
IMDb Rating N/A

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