24 aprile 2018 -

GLI INDESIDERATI D’EUROPA (2018)
di Fabrizio Ferraro

“Il passato reca con sé un indice segreto che lo rinvia alla redenzione. Non sfiora forse anche noi un soffio dell’aria che spirava attorno a quelli prima di noi? Non c’è, nelle voci cui prestiamo ascolto, un’eco di voci ora mute? … Se è così, allora esiste un appuntamento misterioso tra le generazioni che sono state e la nostra. Allora noi siamo stati attesi sulla terra. Allora a noi, come ad ogni generazione che fu prima di noi, è stata consegnata una ‘debole’ forza messianica, a cui il passato ha diritto.”
dalle tesi “Sul concetto di storia”, Walter Benjamin

Chi sarebbe Walter Benjamin oggi? A un secolo di distanza sarebbe difficile dirlo per chiunque, ancor più se pensiamo a uno di quegli autori che inesorabilmente hanno scardinato il pensiero del Novecento, per originalità e profondità, nella sua incostante solitudine. Benjamin è ancora oggi punto di incontro pressoché unico di teorie precedentemente (e posteriormente, se si esclude la sua parentesi) spesso inconciliabili e contrastanti – dal misticismo teologico di Scholem alle dottrine critiche di Bloch, al neokantismo di Cohen e Rickert alla sociologia di Horkheimer e Adorno, fino al marxismo di Lukács e Brecht (tanto per semplificare secondo il Dizionario di filosofia Treccani, anche perché questo discorso meriterebbe ben altro spazio e ben altri studiosi) – e per questo è ritenuto spesso marginale e di impossibile collocazione. Basti pensare alle sue possibili prospettive sul linguaggio (l’utopia di una lingua seminale originaria e dei suoi segni ancora oggi riscontrabili nei contemporanei apparati artistici e comunicativi), al suo lavoro continuo sull’asse di una filosofia della Storia rivoluzionaria che possa trarre spinta dal passato (ovvero riscriverla tramite un’emancipazione dialettica del popolo nei confronti delle classi dominanti fermando il degenero di istanti mummificati e svuotati di senso per un nuovo “tempo-ora” attuale e potenzialmente distruttivo verso le strutture del potere), allo studio continuo delle avanguardie (in primis costruttivismo sovietico e surrealismo) e alla loro possibile sconfitta nella massificazione a oggetto di consumo (e come non pensare alla struttura del pensiero dei futuri Francofortisti rispetto alla mercificazione, all’imperialismo e alla dominazione culturale del dominante rispetto anche alle nuove generazioni – vedi la categoria di “industria culturale” citata da Adorno e Horkheimer nelLa dialettica dell’illuminismo e le drammatiche derive che il neopositivismo ha tracciato per la nostra società). È forse ancora più drammatico il fatto che sia stata proprio l’alba apocalittica di quella società a ucciderlo, ed è allo stesso tempo singolare pensare che tutti questi spunti poco abbiano a che fare con questo Les unwanted de Europa, perché di fronte al dramma ogni indesiderato è semplicemente uomo. Non possiamo sapere chi sia e cosa possa simboleggiare Walter Benjamin oggi, quell’uomo che nell’estate del ’40 viveva in esilio costretto a fuggire perché scomodo ed ebreo dopo l’occupazione nazista. Ottenuto un visto per gli Stati Uniti, con una borsa in spalla, decise di attraversare la frontiera pirenaica con la Spagna, ma il confine gli fu negato poco prima del suo passaggio e il visto ritirato. Sentitosi così braccato decise di uccidersi («Le cose che viviamo sono ancora possibili nel ventesimo secolo» recita uno dei suo ultimi scritti a noi giunti); era il 26 settembre 1940, a Portbou.

Fabrizio Ferraro decide di partire da quel luogo per percorrerlo vorticosamente, confondendosi con il suo Benjamin attorno agli stessi passi di quasi ottant’anni fa. Si chiamava “Route Lister” (ora “sentiero Walter Benjamin”) tra Portbou, La Vajol, Banyuls-sur mer e Port-vendres, in una natura travolgente e misteriosa che pare inospitale ma che diventa accogliente perché unico luogo possibile per la speranza. Nel film si parla una lingua complessa e universale (francese, tedesco, italiano e catalano) che sopravvive all’eco del tempo e nella quiete in attesa di un’altra tempesta; spazi sempre più distanti che essa può scolpire liberamente, donandoci la scoperta dell’oggi nel movimento continuo che si sbriciola tra l’oscurità e la luce. Sono confini contesi che già più volte hanno lacerato l’Europa, per la prima volta percorsi verso ovest dagli internazionalisti che proprio lì combattevano la loro guerra privatissima e disperata contro le falangi franchiste (non siamo così lontani storicamente dalla Teruel di Malraux). Sono i confini dove fuggivano attorno al ’39, ora verso est, i profughi di quella guerra civile spagnola dopo le tremende repressioni di Franco, e che l’anno dopo vedranno scappare, nuovamente verso la Catalunia, gli antifascisti, gli ebrei e i perseguitati europei dalla Francia occupata e dunque divenuta collaborazionista. Les unwanted de Europa, presentato all’ultimo Festival di Rotterdam, batte quegli stessi sentieri che batte(va) un Benjamin stanco e disperato, sui quali incontrava miliziani intorno al fuoco con cui parlare di una storia collassata e da riscattare tornando verso l’Occitania. Sentieri battuti continuamente come labirinto della durata (il piano temporale in cui il filosofo agisce ci riporta in una piccola camera, sui suoi ultimi libri e le sue ultime sigarette, e poi ancora in cammino verso un altro incontro, verso l’ultima possibilità). Fermo e in movimento, come quando con una madre e la sua figlioletta (la Gurland, poi moglie di Froom) prova il percorso del mattino seguente per poi tornare indietro: una piccola esplorazione, la scoperta di un attimo che si perde. Si cammina a vuoto, sotto il sole, tra una cresta e l’altra, come ombre di un bianco e nero abbagliante e pieno di contrasti in cui figure cercano l’orizzonte di un possibile futuro sempre più lontano. Sono anime che si sfiorano nelle nebbie di un’alba agognandone un’altra ancora, con la dignità dell’attraversare uno spazio dove la civiltà (e il suo dramma) non è arrivata, e così anche il suono delle armi appare distante. Benjamin è sempre più stanco e malato, dedica le sue ultime energie a conservare quella borsa nera misteriosa che conterrebbe il suo ultimo manoscritto, una riflessione o una visione forse anche su quei passi del destino. Una peregrinazione o un pellegrinaggio, di donne e uomini che lasciano dietro di loro le proprie vite come fantasmi a cui rimane solo il suono di un camminare senza meta, l’ansimare di paura o di stanchezza, il sussurrare di un vento che pare portarsi via ogni pensiero. E allora si rimane in quel limbo, si torna a valle per tornare poi in montagna, con il cuore che fatica e la mente forse già rivolta a ciò che pensiamo oltre. Si addormenta Benjamin proprio su quella borsa nera, si addormenta bagnato dal sole e filtrato dalle fronde di un albero, si addormenta e nessuno sa dire se mai avrà sognato. Ferraro si ferma qui, resta solo un’ultima inquadratura a colori. Siamo all’oggi, diaspora e fuga, esilio e confino, dittatura e guerra: è la riproducibilità drammatica della storia, in un abisso continuo e infinito.

Splendido il cast che comprende Catarina Wallenstein (già musa di De Oliveira), il catalano Pau Riba (icona dell’underground anti-franchista negli anni ’60 e compositore delle musiche – completate da tracce di John Cage), Vicenc Altajo (intellettuale catalano e interprete di Albert Serra) e soprattutto Euplemio Macrì, al suo debutto nel ruolo di Benjamin. Coraggiosissimo è Ferraro a raccontare l’impossibile e a filmare l’invisibile, rigoroso e mai freddo, dai movimenti di macchina avvolgenti e spettacolari pur evitando qualsiasi spettacolarizzazione, costruttore di una ricerca continua del divenire attraversato anche dalle stesse parole del filosofo che straziano lo smarrimento di un tempo che si riavvolge su se stesso, in uno spazio segreto e rischioso, pauroso e così pulsante di vite che vogliono (e devono) resistere. Allora invece che porci la domanda d’apertura forse ne dovremmo pensare un’altra. Chi resiste ora? Chi sono ora quelli indesiderati, Les unwanted de Europa? Ferraro suggerisce traiettorie e dissemina il passato con l’oggi, ma è proprio l’esperienza dell’uomo Benjamin che trova la più completa espressione nel camminare su quel confine. Si alternano storie di ieri e di ieri l’altro, sulla frontiera francese che dà verso l’Italia come sull’isola di Lesbo altra cattedrale della nostra civiltà; storie di uno spettro fascista che si attanaglia in un’Europa alle corde, dai confini militarizzati, dai muri oramai non solo pensati. E allora guardare un film sull’uomo (e non sul filosofo) diventa metafora vividissima di un’immagine dialettica, slegata dall’astenia della storia, che diventa prospettiva e illuminazione di senso; è un’immagine riprodotta dal suo stesso dramma, che inonda di nuova luce la realtà donandocela non solo in profondità, ma in una maniera altra e nuova, sensibilmente evoluta. Ecco l’ennesima urgenza di un film del genere, di quello che lo stesso Benjamin nei suoi scritti vedeva come strumento fondamentale nella possibilità di mutare completamente il presente verso un nuovo piano di natura e di società che ci restituisce ciò che è invisibile al nostro occhio. Quei nostri occhi aridi e stanchi, gelidi davanti alla riproducibilità televisiva e virale, incapaci di soffermarsi sui confini che ancora sono in grado di uccidere, quelli che un secolo fa magari vedevano le trincee e che costringevano carneficine solo allo scopo di conquistare qualche metro da perdere nella battaglia successiva. Come se ogni sentiero del dramma fosse sempre lo stesso, dilato ed espanso, come quelli disegnati dalla penna di Fenoglio nella nostra Resistenza, come quelli che contornano Gaza, come quelli che ora migliaia di migranti percorrono proprio mentre state leggendo questo pezzo, con ancora nel cuore una sempre più flebile fiammella di speranza. Dispersi e imprigionati in disumani campi di accoglienza, proprio come quelli che Walter Benjamin incontra a metà del suo tragitto. Ed è proprio in questa straordinaria dilatazione temporale, nel mostrare il crinale sul cui si ritorce la Storia tutta, che Ferraro si muove seguendo tutti coloro che fuggono, ideologicamente abbracciandoli uno per uno. Così pare proprio essere questo il tempo-ora che il filosofo inseguiva, quel fermare con un’immagine l’accadere del mondo al di là di ogni possibile materialismo, un’immagine interiore e rivoluzionaria che possiamo solo guardare all’interno di noi; l’immagine che dall’io ci porta al noi, uno sguardo collettivo sullo stato delle cose per creare un’altra percezione, farla diventare realtà e riprodurla all’infinito. Una visione che ci liberi da quella che la Storia ci impone, che l’abisso delle storie ci raccontano, che noi umani non possiamo più accettare se vogliamo mantenere la dignità etica dell’esser ritenuti umani. Quella borsa nera su cui Benjamin si addormentò fu ritrovata alcuni anni dopo, nel tribunale di Fugueres, ma del suo manoscritto definitivo nessuna traccia. Sarebbe bello pensare che ora tocchi a noi riempire quelle pagine a cui teneva più della sua stessa vita, al di là dei giorni passati e lontani da quel 1940, al di là delle fratture che possiamo vivere riguardo a ciò che vediamo, al di là di come ci facciamo carico di scegliere una parte. Qualcosa che ci inviti essere attivi oggi, a resistere continuamente. Non è certo un caso che questo film esca in Italia tra il 24 e 25 aprile, perché in queste giornate siamo più che mai convocati a pensare a figure come quelle di Benjamin e a tutti coloro che si sono sacrificati per la nostra libertà, figure verso cui noi, idealmente, oggi dobbiamo rendere conto. Buona Liberazione a tutti, e che il senso più pieno di questa giornata ci faccia pensare ancora una volta che «La nostra identità è il nostro modo di vedere e incontrare il mondo: la nostra capacità o incapacità di capirlo, di amarlo, di affrontarlo e cambiarlo».

Erik Negro

“Les Unwanted de Europa” (2018)
N/A | Spain / Italy
Regista Fabrizio Ferraro
Sceneggiatori Fabrizio Ferraro
Attori principali Vicenç Altaió, Bruno Duchêne, Euplemio Macri, Pau Riba
IMDb Rating N/A

Articoli correlati

HANNAH (2017), di Andrea Pallaoro di Marco Romagna
JUSQU'À LA GARDE – L'AFFIDO (2017), di Xavier Legrand di Marco Romagna
JEANNETTE – L’ENFANCE DE JEANNE D’ARC (2017) di Bruno Dumont di Nicola Settis
'77 NO COMMERCIAL USE (2017), di Luis Fulvio di Erik Negro
TONYA (2017), di Craig Gillespie di Marco Romagna
HANAGATAMI (2017), di Nobuhiko Ōbayashi di Marco Romagna