27 Luglio 2019 -

L’AQUARIUM ET LA NATION (2015)
di Jean-Marie Straub

Versione completa, riveduta, ampliata e aggiornata di uno scritto già pubblicato su “Il Manifesto” del 3 dicembre 2015
Link: https://ilmanifesto.it/straub-e-lacqua-come-metafora-delluomo/

C’è una sottile differenza tra l’esistere ed il resistere, sottile ma estremamente marcata. Pochi uomini, e ancora meno autori, riescono a camminare su quella soglia. Jean-Marie Straub è ancora un partigiano, non è mai stato un indifferente e proprio ora sa che la posta in gioco è altissima. I «confini» socio-politico-culturali dell’Europa e del mondo occidentale sono sempre più in crisi, e l’esigenza stessa dell’indagarli pone l’occhio ed il cuore in uno stato di trincea permanente. L’Aquarium et la Nation, parte del meraviglioso omaggio costruito (d)a Fuori Orario per l’edizione 2019 del Festival di Pesaro, è uno di quegli atti definitivi sul tentativo di comprensione del nostro tempo, forse solo come lo può essere l’ultimo (triplo) Godard; dobbiamo ancora arrampicarci sulle spalle dei giganti per cercare di guardare dove stiamo andando. Rivisto a quattro anni di anni di distanza dalle prime passerelle alla Viennale e al Filmmaker di Milano nel 2015, questo film/saggio/testamento, assume se possibile ancor di più il senso di vertigine del nostro essere interni e specchiati a una società (acquario) in cui nessuna nostra scelta deterministica possa avere una reale portata (politica e/o esistenziale che sia) evolutiva e rivoluzionaria. Resta un anatema surreal-comportamentista, di estremo rigore quasi evoluzionista nei confronti della vita, di ciò che porta alla parola e di come quella nostra stessa vita sia oramai in una cattività senza più spazio originale e ideale. La domanda stanziale di Deleuze sembra affogare nell’acqua originaria di Debord, e a Straub non resta altro che scrutare.

Il film è strutturato in tre sequenze, rigide quanto dialettiche. L’immagine di un acquario domestico, microcosmo liquido di esistenze legate alla meccanicità come alla sopravvivenza, in cui la trasparenza della cattività dei suoi abitanti galleggianti lascia intravedere lo sfondo. Entra la musica, i titoli di testa, poi lo stacco e un uomo (è lo psicanalista junghiano Aimé Agnel) siede a fianco a una finestra, davanti ad un microfono; legge brani tratti da Les Noyers de l’Altenburg, opera ultima di Andrè Malraux che danza attraverso la memoria costruendo una finzione romanzata della sua stessa biografia. Una pagina bianca in cui tutto diventa metamorfosi di vita, letture, ricordi e passioni: si parla del significato che noi stessi dobbiamo dare all’esistenza, con quel senso stesso di struttura per cui ognuno, nella difficoltà estrema della comprensione dell’altro, è in fondo il suo stesso acquario. L’ultima brevissima sequenza è dedicata a La Marseillaise di Jean Renoir, si parla di (anti)democrazia, dell’incubo tedesco alle porte, dell’esilio forzato. L’utopia della conciliazione e della percezione tra uomo e società. Straub si interroga ancora sulla lingua invece che sul linguaggio, in un’opera in cui l’assenza iniziale della parola è estraneità prima di diventare percezione dei sensi (la musica) e poi concetto puro (la lettura), con cui leggere l’umanità e la sua evoluzione sempre più tortuosa. Quest’ultima topografia non indaga uno spazio fisico, ma quello umano delle relazioni, della società, della nazione in un certo senso, in un cinema che sempre di più suggerisce la cosa che deve mostrare. L’acquario è il luogo placentare della possibilità, e l’acqua è memoria dell’uomo, è quella trasparenza che fa vedere ma non comprendere lo spazio esterno ai suoi abitanti. A loro manca il concetto stesso dell’esistere, ma quello l’uomo lo possiede ancora?

Malraux scava – attraverso una delle sue scritture più impossibili e sofferte – nell’abisso del destino, proteso a cercare quale spaccatura storica e ontologica abbia portato all’imbarbarimento, all’incomunicabilità, alla fallacia del progresso. L’ultimo anello di congiunzione, nell’impossibilità di definire l’uomo in funzione delle sue relazioni, è l’annegamento nella temporalità. Uomo, città, stato, la Marsigliese come atto politico e identitario ma soprattutto comunitario; il cinema di Renoir “così eternamente in bilico tra l’amatore ed il sistema”. L’immagine e la parola, per qualche amico e per l’umanità tutta, nulla più. Laddove in Kommunisten Straub cercava ostinatamente una possibile riconciliazione (basti pensare alla figura di soggetto/oggetto di Daniel Huillet in chiusura) tra immagine e parola, come tra passato e presente, lo scatto del lettore dopo la lettura è la tensione verso un futuro sconosciuto e forse spaventoso. L’incredibile complessità del film precedente viene qui scarnificata e ridotta all’osso. Una sfilza di doppi possibili e sdoppiati; dove non esiste una causa come un effetto, una domanda come una risposta, un prima come un dopo. Il lavoro sul dispositivo e sulla rappresentazione è scardinato all’esigenza stessa dell’urgenza sulla nostra visione della Storia che fa sempre più vittime, e sulla totale lacuna di una reale coscienza delle responsabilità che noi animali sociali dovremmo affrontare costantemente. Solo ridiscutendo questa desertificazione può sbocciare il desiderio di distruggere forme stabilite, una volontà ferrea di storicità, di rispetto della memoria verso la ricerca di nuove strutture e comunità possibili. In fondo Straub mostra il suo lato più romantico e poetico lasciando aperto uno spiraglio di nuovo ordine del cosmo in cui rivendicare il nostro spazio, in giorni in cui il caos e la paura generano mostri che intaccano costantemente la nostra lucidità. Un addio o un arrivederci forse, sicuramente un dono e un monito all’anima per continuare a lottare, tutti insieme.

Erik Negro

“L'aquarium et la nation” (2015)
31 min | Short, Drama | Switzerland / France
Regista Jean-Marie Straub
Sceneggiatori André Malraux (novel)
Attori principali Aimé Agnel, Christiane Veschambre
IMDb Rating 7.8

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