15 Febbraio 2019 - e

LA PARANZA DEI BAMBINI (2019)
di Claudio Giovannesi

Sei ragazzi intorno ai 14/15 anni corrono con i loro scooter per le stradine del quartiere Sanità a Napoli. Si chiamano Nicola, Tyson, Biscottino, Lollipop, O’Russ, Briatò, e vivono con incoscienza la loro formazione criminale. Non studiano, e vogliono fare soldi il più in fretta possibile in un quartiere dove i loro modelli sfoggiano abiti firmati che loro non si possono permettere. Sono affascinati dal Palazzo Striano, la casa dell’ex boss del quartiere ora caduto in disgrazia. Una casa piena di oggetti, quadri e pacchiana chincaglieria, riempita però da tutti i macchinari di una moderna palestra.
Nicola (un esordiente Francesco Di Napoli in grado di spalancarsi chissà quante porte con il suo puro e già travolgente talento) ha una madre, lavandaia, che deve dare il pizzo ai nuovi boss che trattano tutti con disprezzo. Devono garantirsi il controllo sul quartiere, e lo fanno con le maniere forti, a differenza dei vecchi boss che, almeno per quello che dice la leggenda, trattavano tutti bene e non chiedevano neanche il pizzo. È il mito della “camorra buona” che affascina Nicola, l’unico con un nome e non un soprannome, e proprio da questo mito decide di dare una svolta alla sua vita. Un po’ per difendere la madre e un po’ per suo bisogno personale, si fa notare dai nuovi boss con un’improvvisata e improbabile rapina a una gioielleria. Nicola usa la sua giovinezza e l’aspetto da bravo ragazzo per introdursi nell’ambiente malavitoso, mentre i sei ragazzi iniziano ben presto a confrontarsi con i soldi facili, che permettono loro di acquisire lo status da grandi e comprarsi così i vestiti tanto agognati e i tavoli da vip in quella discoteca, tanto depalmiana che pare uscita direttamente da ScarfaceCarlito’s way, che li aveva inizialmente respinti.

Presentato in concorso, e tratto dall’omonimo libro di Roberto Saviano, il nuovo film di Claudio Giovannesi La paranza dei bambini ha sorpreso molti qui alla Berlinale, e sono partiti fin da subito, probabilmente inevitabili, i paragoni con Gomorra. Ma a Giovannesi è evidente che interessi altro, rispetto al materiale già di Matteo Garrone e poi della successiva serie televisiva. Perché non è la violenza il punto, non è la criminalità, e forse non è nemmeno l’ambiente ostile. Il punto di Giovannesi, qui come nei lavori precedenti, è esattamente al contrario l’innocenza, l’umanità nella tenerezza dell’amore, la fuga (im)possibile dalla delinquenza, dal dolore, dal disagio sociale. È quell’innocenza dei giovani, un’innocenza ancestrale che rimane immutata anche nella colpevolezza, l’innocenza di chi è costretto ad adattarsi e a sbagliare per poter sopravvivere a un mondo troppo più grande di lui.
Con l’ottima direzione della fotografia di Daniele Ciprì, il film racconta questa “ascesa agli inferi” che si consuma quasi con una sconcertante semplicità, in un’ascesa e declino all’interno del comando sul quartiere fatta di alleanze, di tradimenti, di attentati, di drammatiche rinunce e di ancor più drammatici epiloghi. Senza il furore né il rumore di molti film sul genere, rievocati giusto al momento di provare le armi al fiume e nella scelta di scritturare fra i boss il feticcio garroniano ed ex-camorrista Aniello Arena, i quindicenni protagonisti sono però profondamente inadatti alla guerriglia che volontariamente intraprendono, costretti a guardare tutorial su youtube per capire come usare una mitragliatrice e disastrosi nel fare inceppare la pistola e poi schiantarsi in motorino proprio nel momento in cui si dovrebbe scappare più velocemente. Più che minacciare, sparare e uccidere sembrano quasi giocare con le armi, quando si esercitano sui tetti della città, ma il loro percorso sembra lo stesso inevitabile, avviluppati come sono da una società soffocante e criminale, spietata, pericolosa e mortifera.

Semmai, i (perdonabili, ma ci sono) limiti del film iniziano quando Giovannesi lascia troppo campo libero a Saviano, autore anche della sceneggiatura insieme a Maurizio Braucci e allo stesso regista. Limiti che stanno in una retorica un po’ forzosa, in cui non c’è più spazio (quasi in contraddizione rispetto al cinema di Giovannesi, compresa la tenera storia d’amore messa in scena in questa Paranza) per alcun tipo di speranza. Nonostante siano poco più che bambini, i protagonisti del film vivono un rapporto quotidiano con la morte, hanno l’ambizione della conquista e scelgono la via dello spaccio prima e della guerra poi, in un mondo (troppo) privo di futuro, in cui anche nell’innocenza dei bambini non c’è una sola anima che li potrà, né si potrà, realmente salvare. Un mondo in cui nemmeno una madre sulla carta onesta nella sua piccola bottega assediata dalla camorra farà un fiato o muoverà un dito rendendosi conto delle decine di migliaia di euro in contanti nella tasca del figlio, disposta anche a vederlo inoltrarsi nella criminalità rischiando di perderlo pur di arredare pesantemente la piccola casa. E anche la storia d’amore che Nicola ha con la bella Letizia, così straordinariamente giovannesiana nei suoi palloncini rossi, nella sua innocenza, nella sua tenera speranza e nel suo sogno di fuga, finirà alla lunga per essere travolta da Roberto Saviano e dalle sue solite forzate ridondanze, alle quali come sempre sembra quasi premere più attaccare tout court una città con deduzioni parossistiche e amare conclusioni affrettate che viverla e cercare di capirla.
Il loro primo appuntamento è significativo: Nicola porta la bella ragazza al San Carlo, all’opera, e i due sono entrambi sorpresi dalla maestosa bellezza del teatro che è tanto lontano dalle loro vite. Lei ha però la sfortuna di abitare ai Quartieri Spagnoli dove il padre gestisce una pizzeria, e questo porterà al conflitto, anche questo inevitabile, con la banda della Sanità. Ed è qui che La paranza dei bambini esprime soprattutto il suo lato sociale, quello che ci si aspetta sempre da Saviano e che, pur nelle sue esagerazioni (a Napoli, come in ogni posto del mondo, si può tranquillamente vivere una vita onesta, basta volerlo), ci mostra quanto sia facile in un simile ambiente sociale tagliare il confine fra giocare a essere camorristi ed essere camorristi per davvero. Regista e sceneggiatori vogliono evidentemente dirci di come la camorra è tornata a chiedere il pizzo ovunque, le organizzazioni si stanno riprendendo i territori, e i giovani, fra soldi, cocaina e scuole pressoché inesistenti, sono compromessi e forse condannati fin dalla nascita. L’inevitabilità sottolineata all’inizio è la chiave del film, che ci porta a un finale che, nel suo interrompere la fuga dei (quasi) innocenti con il coinvolgimento di altri ancor più innocenti, forse esagera e forse in parte contraddice quella purezza messa in scena nonostante tutto, ma è forse l’unico possibile per (non poter) chiudere i discorsi.

La paranza dei bambini è anche un film sulla rappresentazione di questa generazione, la continua volontà nel cercare il look perfetto copiando i modelli più grandi, il sistemarsi i capelli sempre in modo preciso, il farsi fotografie e selfie (e qui scatta inevitabile il paragone con il film omonimo di Ferrente, sempre alla Berlinale in Panorama Dokumente, che invece che allontanarsi da questa rappresentazione la cerca) con i boss e con le armi. Sono tutti elementi importanti nella costruzione dei personaggi, che Claudio Giovannesi ha saputo mettere sul piatto mantenendo e anzi accrescendo la sua personalissima sensibilità verso le giovani vite che aveva dimostrato nei film precedenti. Alì ha gli occhi azzurri e soprattutto Fiore erano già buoni film, capaci fra pochi bassi e moltissimi alti di raccontare la periferia umana e sociale con una chiave intima e riflessiva. E anche qui la direzione dei giovanissimi attori, tutti non professionisti, reperiti da Giovannesi insieme ai responsabili dei casting in giro per i bar e le vie delle città, è ancora più mirabile e da sottolineare.
Sono tutti elementi che ci dicono come La paranza dei bambini, lavoro evidentemente ben diverso da Gomorra che aveva un’autorialità di sguardo più spiccata, sia innegabilmente un buon film. Che forse, limitando un po’ di più il pessimismo retorico savianesco, sarebbe anche potuto essere ottimo, ma non è questo il punto, perché quello che realmente conta non è tanto il “cosa”, ma il “come”. E Giovannesi, dimostrando un maturo controllo della macchina produttiva, confeziona quello che è a oggi il suo miglior lavoro stando a metà strada tra quei film violenti e rapidi che stanno addosso ai personaggi (quel cinema che abbiamo ammirato dai Dardenne in poi) e il film di Garrone, che aveva dei tempi cinematografici più lunghi. Quello di Giovannesi sono invece i tempi, probabilmente, che il pubblico cerca oggi al cinema, necessari per il successo di un film che è sia espressione di un autore cinematograficamente sempre più maturo sia un’operazione industriale. E non dobbiamo dire questa parola con sdegno, perché la capacità di sfruttare un “genere” di successo con sicura abilità è ciò che potrà portare a dei buoni risultati sia sul mercato italiano che all’estero. Più che meritati, oseremmo aggiungere. Nonostante Saviano.

Claudio Casazza, Marco Romagna

LA PARANZA DEI BAMBINI di Claudio Giovannesi,
distribuito da Vision Distribution, è stato designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani – SNCCI.
Motivazione: Giovannesi posa nuovamente il suo sguardo, affettuoso e mai giudicante, su adolescenti in ambienti difficili senza prospettive né riscatto. Tra codici e ambienti riconoscibili del crime-movie partenopeo, costruisce un racconto di formazione universale che dall’estetica della violenza si sposta sul piano delle emozioni, ribadendo ancora una volta l’innocenza dei suoi personaggi.
“Piranhas” (2019)
N/A | Italy
Regista Claudio Giovannesi
Sceneggiatori Roberto Saviano (novel), Claudio Giovannesi (screenplay), Roberto Saviano (screenplay), Maurizio Braucci (screenplay)
Attori principali Francesco Di Napoli, Viviana Aprea, Ar Tem, Pasquale Marotta
IMDb Rating N/A

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