30 Aprile 2017 -

IMMA (2017)
di Pasquale Marino

Fa uno strano effetto recensire un film in cui uno dei protagonisti principali è un tuo amico col quale, tra le ultime esperienze condivise, hai sbranato in compagnia una bistecca alla fiorentina nello scorso weekend pasquale. Ormai da molti anni con Alessandro Aniballi condividiamo la passione per il cinema tramite varie esperienze di critica, confluite poi nella nascita di Quinlan.it di cui Alessandro è uno dei fondatori e il sottoscritto un assiduo redattore. Così come l’amicizia tra Quinlan e CineLapsus si rinnova di giorno in giorno; alcuni redattori (sottoscritto compreso) scrivono per entrambe le testate, per ritrovarsi poi tutti insieme a condividere visioni festivaliere e, a fine giornata, anche bei momenti bacchici, tra fiumi di birra, hamburger, cucina cinese, amari – tutto dopo la mezzanotte, secondo il peggior regime alimentare possibile.
Presentato pochi giorni fa per la prima volta a Nyon, in Svizzera, nel corso dell’edizione 2017 di Visions du Réel, Imma di Pasquale Marino è un mediometraggio per il quale Alessandro Aniballi e Giordano De Luca hanno ricoperto un doppio ruolo: già con esperienze di sceneggiatura alle spalle, del film di Marino sono “coprotagonisti” e in qualche modo pure “sceneggiatori da set”. Dopo la visione è stato agevole fare qualche domanda ad Aniballi sui metodi di realizzazione, perché Imma, come sempre più spesso accade col “cinema del reale”, solleva un’enorme quantità di intriganti interrogativi sui confini tra realtà e finzione, tra spontaneo e preordinato, tra fluire e preparazione. È uno dei temi, anzi, intorno al quale Imma si sviluppa in senso più consapevole. Partendo dall’incontro con Imma Dininni, ex-vincitrice del reality show “Uno due tre stalla”, Pasquale Marino si mette sulle tracce della sua protagonista seguendola nei suoi tentativi di fare una carriera d’attrice, pedinandola tra provini (tra i quali uno per Massimo Gaudioso) e l’incontro con i due sceneggiatori Aniballi e De Luca. Con loro Imma si confronta su una sua idea per un film, poi compiono tutti insieme un viaggio in treno, infine una sosta sulla spiaggia a giocare a pallone, ricreando una dimensione più intima di confessioni sulle proprie vite.

Così facendo, in primo luogo Imma appare uno studio sugli strumenti di (auto)rappresentazione dell’essere umano e sulla sua identità. Ne sono prova le scelte visive, perlopiù affidate a campi stretti o strettissimi sui volti dei suoi protagonisti, in cerca forse dell’attimo in cui l’individuo smette di essere se stesso e si trasforma in artificio, posa o semplice oggetto di un’esposizione (ovvero, in cinema sempre e in larghissima parte pure nella vita). Imma sembra cercare quello spazio imprendibile e rarefatto che sta nella relazione, nel rapporto tra esseri umani, pertinente ai vari soggetti rappresentati ma anche tra soggetti e macchina da presa. Come a dire che nella relazione si è sempre qualcos’altro, ma non necessariamente in senso negativo; si smette di essere soli e si crea un nuovo soggetto del tutto inedito, scaturito dall’interazione di più soggetti. Da tale interazione emerge con forza anche la volontà di scartare nei confronti di se stessi, aprirsi all’esperienza per fuggire dall’immagine consolidata di noi; Imma vuole lasciarsi alle spalle il ruolo di personaggio da reality e diventare attrice, Giordano si lancia nella pratica della boxe, uno degli sport che lui stesso considera più alieno alla sua natura. E, dall’incontro con l’altro, scopre per la prima volta il gioco a carte della scopa.
Ciò vale per gli incontri narrati nel film, ma anche per il momento della creazione e per il rapporto con la macchina da presa. Il grande interrogativo resta quello dell’autenticità e della spontaneità (parola che ricorre spesso nei dialoghi), al quale ognuno riserva risposte spesso diametralmente opposte: per Alessandro scrivere storie per il cinema è un momento di spontaneità in cui magari inserire spunti e pensieri contingenti, mentre per Giordano non c’è niente di spontaneo, tutto è forzatissimo, le strutture da rispettare sono troppe. Se esce fuori qualcosa “non è neanche merito tuo”, come dice Giordano in una delle battute più pregnanti del film. Specularmente, la ricerca condotta da Imma tra provini e momenti di vita si muove sullo stesso interrogativo, e in tal senso forse va interpretato anche il suo bello sfogo alla fine del provino con Gaudioso, in cui la donna pretende una risposta sincera piuttosto che il consueto “Le faremo sapere”: una risposta che si generi dalla relazione nata in quel momento, non la ripetizione di una formula meccanica riproposta in modo impersonale.

Il percorso impossibile verso l’autenticità investe anche le dinamiche tramite le quali dare forma a un’idea per un film: come tradurre una storia, un’idea iniziale? Imma la riferisce ai due sceneggiatori e subito intervengono questioni formali, e soprattutto questioni di senso. Come chiudere il film, che finale dargli? Si valuta subito una delle possibilità come didascalica; interviene insomma la paura di cadere in categorie precostituite, magari assenti nelle intenzioni ma che possono essere lette in quella direzione dalla percezione di un ipotetico pubblico. Così facendo Imma evoca, per cenni e allusioni, all’universale tormento della traduzione della soggettività umana in forma leggibile per tutti. Nientemenoché il tormento della creazione e dell’autenticità. Ovviamente tale interrogativo investe anche i procedimenti di realizzazione del film stesso, ed è proprio su questo che è venuto spontaneo fare domande ad Alessandro Aniballi su come Imma è nato ed è stato realizzato. Non vi è stato un vero lavoro di scrittura preliminare, e quasi tutte le sequenze sono state girate procedendo per temi, cioè dandosi spesso un determinato argomento per ogni dialogo e lasciando poi i soggetti confrontarsi in modo libero e imprevisto. In altri momenti Aniballi e De Luca hanno svolto la funzione di “sceneggiatori da set”, suggerendo magari poco prima delle riprese quali potevano essere alcune chiavi da indagare ed esprimere durante lo shot.
La stessa lavorazione di Imma sembra insomma aderire agli interrogativi del film; fermarsi un passo prima o un passo dopo dalla ricostruzione, dall’artificio, in cerca di quel confine impossibile tra autentico e inautentico. E’ anche un film animato da un pregnante spirito crepuscolare, specie nella sequenza sulla spiaggia in cui di nuovo i tre personaggi s’interrogano su sogni, aspettative e delusioni. Scartare da se stessi per andare incontro all’immagine che vorremmo creare di noi stessi, con una prima amara ricognizione dei propri corpo e mente già in mutamento. Si fa più fatica, il corpo già non risponde più come una volta, i progetti accumulati nel cassetto sono tanti. Per lunghi tratti Pasquale Marino incolla la macchina da presa ai suoi personaggi tagliando spesso fuori gli ambienti, inseguendo volti e corpi, e parole. Si avvertono mutamenti in atto, ogni tanto il crepuscolo prevale, ma in ultima analisi Imma è un film vitalistico, innamorato della relazione umana. Ogni volta che si ricreano le condizioni per un incontro, la vita riparte, si rimette in moto, rinascono nuove idee e nuove finalità. E rinascono possibilità di cinema. Ché il cinema non è nient’altro che il frutto di un grande incontro.

Massimiliano Schiavoni

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