12 Settembre 2021 -

IL PALAZZO (2021)
di Federica Di Giacomo

L’importante non è mai stato «finire il film». L’unica cosa che realmente contava era «farlo», lasciare liberi di prorompere l’immaginario e la più genuina passione, crederci fino in fondo, vivere intensamente giorno dopo giorno il sogno di realizzare qualcosa di grande e di bello, esprimendo ciò che ognuno aveva dentro. Senza la necessità di ottenere un risultato tangibile, e forse senza nemmeno chissà quale talento da dimostrare: l’importante era continuare a girare per continuare a esistere, non fermare mai la creatività e la visione, fino a crescere, invecchiare, ingrassare, ammalarsi e magari pure morire in quella sorta di comune di artistoidi nel centro di Roma, per più di vent’anni set permanente di un kolossal consapevolmente immontabile. Un intero palazzo con vista sulla cupola di San Pietro, nel quale rinchiudersi anche fisicamente nella propria illusione fino a ritrovarsi isolati dentro una sorta di realtà alternativa, staccata dal resto del mondo e surreale almeno quanto quel film in eterna genesi, a coinvolgere amici e mezzi per portare avanti un progetto la cui stessa ragion d’essere è forse sempre stata l’incompiutezza, la non-fine, la totale perdita di controllo, il destino già scritto di diventare prima o poi un’eredità monumentale di foto e di migliaia di ore di video sospesi fra l’aspirazione e la disfatta.
È per questo che Il palazzo, proiezione speciale di Giornate degli Autori e in assoluto fra i migliori titoli di Venezia 2021 nei suoi riecheggiare teorici e umani già di Alberto Grifi, non è, non vuole e non può essere quel film di Mauro Fagioli, prematuramente scomparso a quarantasette anni nel 2018. Sarebbe stata, anzi, quasi una mancanza di rispetto portare realmente a conclusione quel monumento all’incompiuto che è invece giusto e doveroso rimanga per la maggior parte fuori dal campo e dalla timeline, intrappolato nei suoi rushes visionari senza un apparente filo logico a legarli, inciso su quei chilometri e chilometri di nastro che è stato preferibile morire piuttosto che tagliare, doppiare e dichiarare conclusi. Un sublime fallimento cinematografico che, in questo straordinario grande freddo di amici che si ritrovano per commemorare il defunto e per fare i conti con le proprie aspirazioni presenti e passate, si limita a puntellare le riprese dal vero di Federica Di Giacomo con qualche manciata di frammenti da un lascito monolitico, come un fantasma, come un controcampo, come un’ombra ancora alle spalle, come ciò che è rimasto. Come un figlio, forse. Come uno solo fra i piani di chi ora riguarda negli schermi alla (propria) memoria e al passare del tempo, alle proprie fattezze di vent’anni prima e al sogno di far parte di un capolavoro, alle (dis)illusioni di una vita e alla strabordante umanità di quell’amico e collante entusiasta che non c’è più, e che in modo diverso manca a tutti quelli che hanno fatto parte del suo mondo. Solo così il progetto e lo spirito del (sedicente? non è questo il punto) regista Mauro Fagioli possono sconfiggere la morte e continuare a vivere eterni nel loro senso più intimo. Solo così dall’incompiuto, dopo una fine che non sarà mai davvero una fine, si può nuovamente ricominciare a scorgere l’infinito.

Era entrata in contatto con Il palazzo diversi anni fa Federica Di Giacomo, quasi per caso e in punta di piedi, appena trasferita in capitale dalla sua La Spezia. Erano stati il pigmalione Mauro Fagioli e il mecenate Rocco, proprietario di (sempre meno) appartamenti per finanziare i progetti artistici della sua novella Farm warholiana, ad assumerla a scatola chiusa come aiuto per realizzare qualche scena particolarmente complessa, per poi lasciarle alla fine del suo lavoro, mentre la sua carriera partiva con Il lato grottesco della vita, cresceva con Housing e poi si consacrava con Liberami vincitore della sezione Orizzonti di Venezia 73, il ricordo indelebile di una comunità scalcagnata che aveva in un film, e più in generale nella libera espressione, la propria missione di vita e la propria professione di Fede. A costo di dilapidare un patrimonio immobiliare in cause perse, a costo di continuare a sognare il successo come cantante anche quando non si riesce nemmeno ad andare a tempo, a costo di ereditare centinaia d’ore di un girato, rigorosamente accompagnate dalle costanti indicazioni a voce del regista, al quale non sarà mai possibile – e nemmeno sarebbe giusto – provare a dare una forma. Le immagini di ieri, tutti giovani e aitanti, attori e artisti, intellettuali pieni di passione e di speranze, e quelle di oggi, scrittori disoccupati dai mille libri non pubblicati o giornaliste di trentesima pagina che invece pubblicano quotidianamente refusi, insegnanti senza ruolo o tristi venditori di articoli ortopedici, poetesse da terrazzo o mariti fedifraghi, nuovi incontri graditi o numeri di telefono bloccati. Tutti riuniti, e al contempo nuovamente divisi, dalla morte di colui che li aveva convinti, spronati, fatti esprimere, coinvolti in quel processo collettivo di eterna creazione, e ora costretti a confrontarsi con quel lascito, con quella memoria, con il tempo passato e a volte impietoso, con l’amicizia, con il senso più profondo dell’aver vissuto e condiviso Il palazzo sede dell’immaginario instancabile di Mauro. Ma anche, proprio per questo, la sua tomba, il luogo di volontaria reclusione per gli ultimi quindici anni della sua vita, il luogo della malattia e del corpo deformato dal cortisone, il luogo della paralisi e della schiena sorretta dal busto. Quel luogo ormai disabitato che ormai bisogna svuotare e ristrutturare, ma nel quale forse aleggerà per sempre la creatività visionaria e (in)consapevolmente autodistruttiva, costantemente sospesa fra l’ambizione e la mitomania, che per tanti anni lo ha pervaso e nutrito.
Un costante sovrapporsi di realtà, immaginazione e messa in scena che in qualche modo non si è ancora esaurito, e che Federica Di Giacomo osserva, riscrive e mantiene in vita in un documentario che si innesta nel medesimo alveo, rifuggendo ogni prassi di frontalità per poi comporre solo in montaggio, tassello dopo tassello, il mosaico fragile e umanissimo di un uomo, della sua tela di Penelope e di una generazione a cui «s’addormenta e s’adopera ancora la tormenta, la nostra giovinezza». Dalla serata di veglia su quella terrazza che fu set di chissà quanti falsi vescovi e falsi pontefici alle visite al cimitero con o senza formiche, dalle reazioni di chi si rivede diverso sullo schermo al finire per rinfacciarsi le assenze, dalle diversioni in riva al mare agli abbracci sulle panchine, ma soprattutto dal giovane biondo e magrissimo che cammina nudo nei pixel su nastro ai capelli rasati su un corpo ormai tondo nella pulizia del digitale. La finzione e i backstage di ieri continuano nel reale di oggi, i personaggi ridiventano persone con (dis)illusioni e fragilità, il falso sfuma i suoi contorni nel vero e nel sincero, ed è così che in qualche modo il film infinito di Mauro Fagioli può e potrà ancora continuare il suo eterno farsi. Senza nemmeno più la necessità di macchine da presa e di direzioni, senza nemmeno più la necessità di immaginare, e forse senza più nemmeno Il palazzo. Basta un pensiero, basta l’appartenenza, basta la consapevolezza. Basta che qualcuno continui, anche senza esserci più, a creare e a portare avanti legami, a fare da collante, a stimolare un gruppo e un’illusione. Quello che conta è che le traiettorie di vita si siano di nuovo intersecate, che il ricordo sia portato avanti, che non tutto sia stato vano. Che prima o poi, anche solo per un attimo, si possa ripresentare in fondo agli occhi quella stessa luce di un tempo, a farsi largo fra le lacrime di ogni giorno.

Marco Romagna

“Il palazzo” (2021)
100 min | Documentary | Italy / Czech Republic
Regista Federica Di Giacomo
Sceneggiatori Federica Di Giacomo
Attori principali Corrado Puccetti, Tiziana Rocca, Andrea Sanguigni Zvertkov
IMDb Rating N/A

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