14 giugno 2017 -

HOW TO TALK TO GIRLS AT PARTIES (2017)
di John Cameron Mitchell

Il punk è ribellione, libertà, rifiuto di ogni tipo di regola. È uno spirito, ben prima che che un movimento musicale, è un’ondata culturale, è un approccio unico e originalissimo alla vita: diretto, semplice, sincero, perché quello che conta non è la qualità dello strumento, ma l’anima di chi suona. In questo senso, ben al di là delle tematiche trattate e della sua ambientazione nei sobborghi londinesi del 1977 vestiti di borchie per sputare sul giubileo per i (primi) 25 anni della regina Elisabetta, il ritorno alla regia di John Cameron Mitchell How to talk to girls at parties, presentato al Biografilm di Bologna pochi giorni dopo la prima fuori concorso a Cannes e a breve distribuito in Italia da Cinema, è un film profondamente punk, orgogliosamente ostinato nel rifiutare qualsiasi possibile regola e classificazione, scombiccherato e fondamentalmente privo di senso, ma spassoso e totalmente imprevedibile nel mescolare senza soluzione di continuità il videoclip con il documentario, la fantascienza con il melodramma, l’horror con l’eros, il coming of age con la commedia dell’equivoco, passando per la metaforica denuncia di una società soffocante (o meglio fagocitante) verso chi è costretto a viverla. Tratto dall’omonimo racconto – edito in Italia con il letterale Come parlare con le ragazze alle feste – pubblicato nel 2006 dallo scrittore britannico Neil Gaiman all’interno della raccolta Cose Fragili e già adattato a fumetto dallo stesso autore con disegni di Fabio Moon e Gabriel Bà, How to talk to girls at parties è un pastiche fuorviante e anarchico già dal titolo, è un colpo di testa, è una corsa sfrenata, è un oggetto cinematografico assurdo e seducente, altalenante ma pronto a deflagrare in lampi di purissima genialità, che può respingere nella sua incoerenza di fondo ma, se la si accetta, non può che divertire nelle sue continue trovate e nel suo ritmo forsennato, fra balli con improbabili madri, possessioni di bambini, rituali di culture incompatibili che si scontrano e deflorazioni aliene di gruppo.
Certo, non si pensi al Derek Jarman di Jubilee, al quale smaccatamente How to talk to girls at parties guarda: è ben lontana la sostanza del capolavoro di Jarman, è ben lontano il suo capire e incarnare in pieno il punk, il suo dargli vita; Cameron Mitchell non ha le stesse ambizioni, ma si limita consapevolmente all’omaggio. How to talk to girls at parties è “solo” un giocattolone, nel quale nemmeno mancano sconfinamenti nel kitsch con libertà visive che a volte sembrano appiccicate e gratuite, e del resto lo stile personalissimo di John Cameron Mitchell, da non confondersi con il David Robert Mitchell di It Follows, è ben felice di danzare sul crinale, fra animazioni di stelle e di allusioni sessuali, fra fiamme verdi nei cestini e continui fulminei cambi di tono. Eppure, in un certo senso, anche gli scivoloni di How to talk to girls at parties non fanno altro che alimentare ancor di più la sua sfrontatezza eversiva che è ben precisa cifra stilistica, e alla fine ci si affeziona pure a quelli.

How to talk to girls at parties mette in scena tre ragazzi londinesi nel pieno dell’ondata punk, il loro sottobosco underground fatto di locali gestiti da un’inedita Nicole Kidman (“Il sesso è superato”), i concerti dei gruppi più provocatori pronti a scendere dal palco per baciare in bocca i discografici major e metterli in fuga, e poi, appunto, la ricerca di ragazze con cui parlare alle feste dopo i concerti, trovando il modo di imbucarsi in una casa abbandonata dalla quale proviene “la musica del futuro”. Gli occupanti della casa si riveleranno però ben presto essere turisti alieni, senza velleità di conquista ma semplicemente verso la fine del loro tour galattico/ciclo vitale, organizzati in ben precise sezioni, rigide gerarchie contrapposte alla libertà eversiva del punk secondo le quali i genitori dovranno nutrirsi dei figli per continuare a portare avanti una specie in via d’estinzione, fino al ritorno di tutti al ventre di una decana fondatrice le cui fattezze ricordano, non certo per caso, la regina britannica. Fra i figli spicca la bionda Zan, una forse mai così fulgida Elle Fanning, che ottiene un permesso di 48 ore per scoprire il punk e che, insieme alla sua umanità, non potrà che trovare anche l’amore. Il suo rapporto con il timido Enn (Alex Sharp), il cui sogno di diventare disegnatore e fumettista non è estraneo al passaggio per la graphic novel di questa storia prima di essere adattata per lo schermo, nasce come una volontà di scoperta con la quale nutrire ulteriormente la specie, e invece diventa una nuova stella, un anello che cambia simbolo e colore per salutare la nuova genitrice-maestra, e da qui la necessità di scelte anche dolorose, fra alieno e umano, fra rimanere e tornare, fra tradizioni e abolizioni per migliorare il futuro, fra la ribellione del punk e le responsabilità nei confronti della propria progenie. Passando per un nuovo trucco e look, passando per un duetto sul palco ispirato dal destino, passando per una serie infinita di trovate spassose quanto rigorosamente assurde, passando per il Rocky Horror Picture Show e passando per The Neon Demon, con un occhio ai riti orgiastici di Eyes Wide Shut e all’ironia pungente e così orgogliosamente punk di The return of the living dead.
John Cameron Mitchell, nella sua bizzarra e divertita creatura cinematografica di integrazione e libertà, affastella situazioni, luoghi, disegni, citazioni più o meno esplicite, musiche, giri in bicicletta, atmosfere, fughe dalle finestre, cibo lanciato proprio sul cartello che chiede di mantenere pulito, acconciature provocatorie, giubbotti di pelle, casse, giradischi, deviazioni sessuali e attrazioni tanto proibite da sconfinare nel terrore. Fra chitarre e verità scomode urlate nei microfoni, il regista non solo mette in croce il British Style, ma ne prende apertamente in giro le derive puritane, le ribalta, le distrugge. “We are England” è il grido di battaglia di chi procede contro tutto e contro tutti, di chi attacca anche gli alieni a colpi di pogo pur di attaccare una società, di chi subisce il fascino ed entra nella magia del punk pur provenendo da un mondo lontano. Fra gli squilibri di How to talk to girls at parties trovano spazio i consigli degli amici segnati da opposte esperienze, gli equivoci sulla “setta suicida” a cui apparterrebbe l’aliena, i dialoghi impossibili fra Zan e il suo padre-maestro pronto a prendere in prestito qualsiasi corpo, le votazioni all’interno della “Camera dei Lord” aliena, qualche delirio onirico di bocche spalancate e di virus punk che incontrano batteri creando amori e specie interplanetarie, i concerti più rumorosi e vitali, i piedi da tenere nella vaselina perché rimangano lisci, le case sull’albero lasciate da un padre in fuga ma “che mai avrebbe mangiato suo figlio”, e perfino le battute sul “razzismo di quando i bianchi fanno musica da neri”. How to talk to girls at parties è un film strambo, scombiccherato, non certo privo di problemi, eppure risulta difficile, per la sua libertà, per il suo cuore e per la sua anima così sfrontata nel rifiutare qualsiasi regola, non difenderlo a spada tratta. E quando, 20 anni dopo, i dubbi diventeranno infinita gioia, non si potrà che sorridere teneramente, perché l’amore, il vero cuore del punk, va ben oltre i pianeti. Basta non farsi fagocitare, basta non diventare i propri genitori. Basta sapersi ribellare.

Marco Romagna

“How to Talk to Girls at Parties” (2017)
102 min | Comedy, Music, Romance | UK / USA
Regista John Cameron Mitchell
Sceneggiatori Philippa Goslett (screenplay), John Cameron Mitchell (screenplay), Neil Gaiman (based on the short story by)
Attori principali Nicole Kidman, Elle Fanning, Ruth Wilson, Alex Sharp
IMDb Rating 6.5

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