11 Gennaio 2019 - e

GLASS (2019)
di M. Night Shyamalan

Glass è l’edizione limitata. Dopo la presentazione dell’eroe e quella della sua nemesi, M. Night Shyamalan chiude la sua Eastrail 177 Trilogy con un episodio che non presenta (quasi) nessuno, ma che anzi decide di reiterare, di lavorare sul già noto innervandolo di ambiguità e stratificazioni, e di modificare fino a sostanzialmente far rinascere gli stilemi sopiti di quello che a suo modo è a tutti gli effetti un neo-genere postmoderno, (meta)ponderato, destrutturato e straordinariamente profondo nelle sue riflessioni teoriche. Il titolo parte da Elijah, l’antagonista di Unbreakable interpretato da Samuel L. Jackson, ma il fragile mastermind affetto da osteogenesi imperfetta sarà l’ultimo fra i tre protagonisti a palesarsi sullo schermo, mai uscito da quel carcere/manicomio in cui fu rinchiuso nelle didascalie alla fine del primo film. Per primo appare Kevin, l’Orda di Split, maschera psicotica tanto degli impulsi animaleschi quanto dell’aspirazione alla luce degli uomini che torna a manifestarsi con le ventiquattro personalità del suo Disturbo Dissociativo dell’Identità di fronte alle nuove vittime «impure» da cannibalizzare, e subito dopo torniamo a fare conoscenza con David Dunn, che nel giro di quasi vent’anni, a furia di sfiorare persone in mezzo alla città, è diventato un vero e proprio vecchio Batman stanco, con suo figlio che lo aiuta via radio come un novello Robin, o forse come una giovane versione di Alfred. Ma quella che nel mondo Marvel (apertamente preso in giro non solo citando e omaggiando solo eroi DC come Batman e Superman, ma trasformandola nella frase di lancio, «a true marvel», di quel grattacielo da inaugurare che si rivelerà un inutile MacGuffin) sarebbe stata destinata a diventare una storiella che vive solo ed esclusivamente in funzione di una sorta di scontro fra titani, nella visione cinematografica di Shyamalan si dimostra invece sin da subito un qualcosa di ben più stratificato, sia nella fase di scrittura sia nel mettere in scena. Quello che interessa non è la violenza della contrapposizione, ma è al contrario l’incontro, il faccia a faccia, il confronto dialogico. Da una parte la psicologia, la scienza, la spiegazione razionale, e dall’altra la metafisica, la dote inspiegabile, la forza, la cognizione, la mente che domina il corpo, o forse il sogno. Ormai dedicato interamente alla costruzione di un proprio Universo narrativo personale e coerente, il regista di origine indiana fa una scelta autoriale già nelle premesse profondamente coraggiosa: non solo mescola la regia iperteorica di Unbreakable con il mondo depalmiano di Split, ma unisce i due filoni all’interno di una (prevedibilmente) imprevedibile e antispettacolare non-storia, volutamente sbrigativa nei preamboli e poi puro thriller dialettico, come di consueto racchiuso in ambienti il più possibile raccolti e il più possibile senza finestre, e come sempre lavorato di cesello su movimenti di macchina e parole. Due mondi apparentemente separati, quello dell’estetica e quello dei dialoghi, il primo asservito alla costruzione di una coerenza registica raffinata e il secondo atto a descrivere un percorso ideologico, e invece qui più che mai correlati e concatenati, come cinema di ogni grande autore prevede. La sceneggiatura è verbosa, colma di riflessioni cerebrali e di frasi simboliche, che paiono quasi astratte e che invece sono ben concrete sia nello scavare nel senso più intimo e nella struttura del raccontare per immagini sia nelle pervasive correlazioni fra il fumetto, la realtà e il cinema, mentre la regia di questo intrecciarsi teorico studia la forma, virtuosistica ma mai eccessivamente barocca, fra l’oggettività e la percezione, fra la spirale ipnotica e le geometrie, fra i colori/simbolo (il viola, il rosa, il verde scuro) e gli sviluppi dei ribaltamenti, fra il campo e il fuoricampo, fra la fiaba e l’incubo. O, se si vuole, il grande e il piccolo, fra l’interno e l’esterno, fra la realtà e la fantasia, fra il fisico e il metafisico, fra il quotidiano e l’inspiegabile, fra la potenzialità e la scienza, fra l’inganno e la Fede.

Già, la Fede. Perché no, David, Elijah e Kevin non sono sovrapponibili secondo alcun sistema logico alla Trinità Cristiana, ma quello verso Glass è un percorso ben coerente e profondamente spirituale, dove la mente controlla e domina il corpo, e la chiave è sempre stata quella di (riuscire a) credere nelle proprie soprannaturali – se non proprio mistiche per lo meno superiori – potenzialità. Shyamalan prima racconta con Unbreakable il bene e il male interiori, con il supereroe riluttante e con il ribaltamento finale che vede come la sua possibilità di perseguire il bene sia in realtà nata da un piano criminale, poi innesta con Split l’orrore e la fragilità nascosta di chi forgia il proprio super-personaggio sul dolore, sui traumi e sull’intimo convincersi della sua/propria esistenza, e infine scatena in Glass i pensieri razionali e le azioni degli uomini, che lo vogliano o meno spesso crudeli mediante le loro modalità antitetiche. Gli uomini «normali» spiegano, negano, forse raggirano, di certo non credono, e nella scienza cercano altre direzioni plausibili, (in)attaccabili. Al di là di quelli che saranno i classici stravolgimenti finali di Shyamalan, dei quali vista la natura del film parleremo solo più avanti e dopo adeguata avvertenza, si può tranquillamente anticipare senza rischiare di rovinare la visione che il vero “cattivo” concettuale di Glass non è Mr Glass e non è nemmeno l’Orda, villain che non sono mai stati realmente malvagi, ma la dottoressa Ellie Staple, psichiatra che tiene in cura i tre protagonisti con lo scopo di convincerli che non sono i supereroi che credono di essere, con lo scopo di minare la loro Fede nelle proprie possibilità, nelle proprie capacità, nel proprio dono. Nelle ambiguità e nelle stratificazioni di Shyamalan, il terrorismo pianificatore dell’Uomo di Vetro finisce quasi per diventare (o forse per essere sempre stato) un qualcosa a fin di bene, perché rappresenta una (non) crudeltà devota, uno spingersi verso la resurrezione dell’immateriale, verso la costruzione di una Fede. Un qualcosa di terribile come la morte di innocenti, ma a suo modo necessario, perché non ci può essere catarsi senza tormento, non ci può essere evoluzione senza dolore. A dimostrarlo vi sono anche i cameo hitchcockiani dello stesso Shyamalan, che in Unbreakable interpretava un presunto spacciatore (uno dei “cattivi” nel film sul “buono”) e in Split un amico della psicologa di Kevin (un “buono” nel film sul “cattivo”), mentre in Glass riappare per confermare che le due precedenti apparizioni corrispondevano nel medesimo personaggio, e che anche lui ha avuto un percorso spirituale, dall’oscurità sempre più in direzione della luce. Non è come Mr. Glass, che è pronto a uccidere brutalmente chiunque pur di raggiungere i propri scopi, ma dà una prima lettura simbolica alla strutturazione di questa trilogia che per ora, nella storia del cinema, rappresenta un qualcosa di assolutamente inedito. Del resto, il nobile scopo di Shyamalan è sin dal 2000 quello di fare un discorso esistenziale attraverso il cinema supereroistico, e, sfruttando con una grande tesi metamediale lo stesso mondo dei supereroi per portare avanti il suo discorso, l’autore pone una barriera tangibile tra reale e non reale, cercando di ipnotizzare nel contempo personaggi e spettatori, e cercando di suggerire il “chissà” dell’impossibile. Il credere nei supereroi, che in Unbreakable era il fulcro di un recupero del senso del mito, diventa in Glass una riflessione metafisica più ampia, il cui fine ultimo, si può dire, è la testimonianza apocalittica della necessità del caos, della sofferenza e del sacrificio per giungere all’Eternità. Credere nei supereroi in questo momento diventa allegoria sia dello sconfiggere la triste “normalità” illuminista e razionalista che ogni giorno contribuisce a minare e a decostruire lo spiritualismo e la natura, sia del credere nelle proprie potenzialità e nel poter superare il dolore, origine e conseguenza di ogni trauma, fulcro della formazione di ogni uomo, ma al contempo anche suo punto debole, sua kryptonite, sua mancanza, sua acqua, sua luce, sua fragilità ossea. Sua risposta raziocinante e (quasi) perfettamente logica messa di fronte all’inspiegabile di un dono che è anche condanna, una macchia, una clandestinità da identità segreta, l’ambiguità di un vendicatore, il continuo caos mentale di un dissociato, oppure diciannove lunghi anni rinchiuso in una cella. A spegnersi, o forse a studiare il piano perfetto.

Ma non è nelle riflessioni concettuali e teoriche, come da migliori auspici perfettamente portate a termine e brillanti ben oltre ogni previsione, che si annidano i piccoli problemi di Glass. Perché questa volta, e va detto, a latere di momenti magnifici e a differenza che nei due straordinari capitoli/genitore il film di Shyamalan scopre il fianco anche a qualche dubbio, di certo non sufficiente per trovare un senso nelle feroci stroncature giunte da oltreoceano, ma che rende pienamente comprensibile la posizione di chi lo considera indubbiamente buono, forse buonissimo, coerente e a tratti straordinario, avvincente e acuto, fascinoso e a tratti ipnotico, ma in sostanza il film più debole della trilogia, l’unico che fra tante eccellenze parrebbe avere anche qualcosa che, a livello narrativo, non torna fino in fondo. Come se Shyamalan avesse scelto di esagerare, di allargare – forse troppo – il campo, di uscire dalla consueta sfera intimista e di fare un piccolo passo indietro rispetto alla completa verosimiglianza che aveva sempre accompagnato i primi due capitoli, perfetti nel trasformare l’impossibile in perfettamente credibile partendo, appunto, da dati certi e da patologie cliniche scientificamente accettate e comprovate, per giungere a twist ending che erano in realtà in un certo senso già chiari, come una naturale conseguenza, come una soluzione che non richiedeva, o quasi, di sospendere l’incredulità. Qui lo si richiede invece quasi da subito, da quando dopo anni di indagini a vuoto sul Vendicatore alla squadra speciale bastano pochi minuti per localizzare e arrestare tutti i supereroi conoscendo già alla perfezione ogni loro punto debole, oppure quando in manicomio praticano liberamente loro lobotomie contrarie a ogni deontologia medica senza che ci sia alcuna possibilità di obiezione, o ancora quando basta allontanare di pochi passi chi non dovrebbe sentire per poter confessare liberamente le proprie colpe. Ma nel percorso di sviluppo “fumettistico” e teorico della trilogia anti-saga di Shyamalan, con i suoi umanissimi e dolenti supereroi invecchiati e stanchi dopo più di 18 anni di solitarie fatiche e di interminabili studi, forse era proprio questo l’unico modo possibile per procedere verso lo scontro e la conclusione, forse era questo l’unico modo per chiudere realmente il discorso sulla messa in scena la sua versione dolente e suicida del (cine)fumetto. Forse era necessario che la realtà soffocante che distrugge la fantasia fiabesca, ma che è al contempo la base necessaria perché la fantasia fiabesca possa nascere e svilupparsi nel rappresentarla, in forma di fumetto, nei suoi sogni e nelle sue potenzialità evolutive, evolvesse in una narrazione vorticosa eppure semplificata e discontinua, fatta di brillanti e necessarie intuizioni ma anche di istanti forzati, fino a un twist ending che questa volta è in realtà il deflagrare di un arcipelago di piccole e grandi rivelazioni, alcune perfettamente sensate e anticipate da anni, e altre invece più difficili da credere, come su un’altalena fra momenti grandiosi e montagne che partoriscono topolini. E qui è necessario fermarsi a riprendere fiato, per poi riprendere il cammino su una strada leggermente differente, parallela. Come è ormai noto, a CineLapsus non amiamo più di tanto le allusioni, preferiamo cercare di entrare nel merito, a costo di svelare dettagli. Scrivendo prima dell’uscita in sala di questo particolare film, tuttavia, fortemente atteso e di certo non prevedibile nel suo febbrile e vertiginoso procedere, abbiamo preferito usare un’insolita cautela. Da questo momento, però, per poter proseguire con l’analisi non potremo più evitare di fare uso di spoiler, non potremo più evitare di inoltrarci nei meandri delle soluzioni e dei dettagli di trama. Al lettore scegliere se andare avanti o meno. Certi che M. Night Shyamalan, che pure ha sempre saputo coniugare quella segretezza produttiva totale necessaria per fare realmente funzionare le sorprese con soluzioni narrative tanto straordinariamente spiazzanti da aver fatto dono del suo cognome come antonomasia a tutti gli stravolgimenti, continuerebbe a leggere, ben conscio che nei film non conta il “cosa”, ma il “come”, e che la psicosi da spoiler che tanto contraddistingue la società contemporanea (che guarda caso non crede ai supereroi) non ha mai avuto alcun senso. Tanto da dire apertamente, senza alcun pelo sulla lingua, spiazzante e orgogliosamente spoilerante, che «Sanno tutti che alla fine de L’esorcista il prete muore». Ecco, allo stesso modo in Glass, nell’Universo Cinematico di Shyamalan, sanno tutti forse già da Unbreakable che nella contemporaneità (mis)credente non può che esistere un complotto di chi è normale contro chi è superiore, che non può che esserci una continua ostilità nei confronti di ciò che l’uomo non riesce a comprendere, non riesce a spiegarsi, o meglio ci riesce benissimo, ma non vuole accettarlo, non può accettarlo, perché «gli dei non possono camminare in mezzo a noi». L’obiettivo dei congiurati – non solo la tutto sommato prevedibile dottoressa Staple, ma interi corpi di agenti swat e chissà quanti infiltrati incravattati in ogni ramificazione del potere, ed è proprio qui, in un numero di tatuati “normali” così elevato da far quasi vacillare tutto il discorso sulla riluttanza e difficoltà nel credere ai (propri) poteri, che sta il principale limite di verosimiglianza cui si accennava prima – è quello di riportare allo stato materico l’inspiegabile, di portare al “normale” ciò che è raro e superiore, di riportare, un po’ seguendo e un po’ ribaltando la simbologia già lanciata nei manga da Clover (1997-1999, giusto giusto prima di Unbreakable), i quadrifogli alla normalità del trifoglio. Cercando, come soluzione “umana”, di convincerli con una scienza mendace spacciata come nuova Fede «di essere normali», e in caso contrario stanandoli città dopo città e trovando il modo per ucciderli.

Allo stesso modo, per chiunque abbia colto le anticipazioni e i segnali disseminati lungo la trilogia, era lecito aspettarsi sin dalla nascita della Bestia sul treno di Split che la sparizione di quel padre come trauma da cui, vittima di madre dispotica, sono iniziate a emergere le personalità di Kevin Wendell Crumb (ben venti quelle messe in scena in Glass dopo le otto visibili in Split, in quella che è forse la miglior performance attoriale di James McAvoy sempre pronto a cambiare personaggio, voce, gestualità, personalità e atteggiamenti direttamente di fronte alla macchina da presa) avesse in realtà origine da quell’Eastrail 177 del quale l’unico sopravvissuto fu David Dunn, con tanto di inquadratura iniziale di Unbreakable genialmente riproposta e ricontestualizzata come doppia “creazione” di eroi da parte di Mr. Glass, ed era chiaro sin da subito che il discorso teorico non potesse che concludersi, dopo l’inevitabile (e inevitabilmente de-spettacolarizzato) scontro nel parcheggio del manicomio, con la morte di tutti e tre i super-protagonisti in un finale amarissimo, apocalittico, senza vie di scampo, in cui si sfrutta l’unico momento di tenerezza (a tratti commovente il rapporto che si instaura fra Kevin e Casey, la vittima lasciata andare in Split, innervato sui sentieri dell’ambiguità e al contempo di sincerità straziante in un reciproco e umano comprendersi) per sparare il colpo letale al petto, o in cui basta una banale e minuscola pozzanghera per vincere “l’inscalfibile” sfruttando il suo unico punto debole. Una morte asfittica come la sua messa in scena, atroce, eppure in un certo senso inevitabile. Senza più divisioni fra buoni e cattivi, ma solo con un forte senso di ingiustizia. Fino all’ultimo e ulteriore twist con il rivelarsi del reale piano dell’Uomo di Vetro, Genio e Grande Burattinaio in grado di ingannare chi inganna, con la sua missione suicida, con il suo MacGuffin usando come sotterfugio una Torre che mai ha avuto intenzione di raggiungere, con il suo (e di Shyamalan) passare dai bassifondi innervando di nuovi sensi ogni inquadratura delle telecamere di sorveglianza, e con la sua vittoria che poi è la vittoria di tutto il fumetto, sin dai tempi delle pitture rupestri primo segno di civiltà, nella semplicità – di nuovo perfettamente reale, quotidiana e anzi contemporanea – del display di uno smartphone. È la vittoria di chi rimane, di chi sa di poter portare avanti una nuova professione di sogno, di dolore e di Fede, di chi sa di poter scoprire altri eroi quotidiani, di chi sa che basta credere nelle proprie (ultra)potenzialità per vederle emergere. Una madre, un figlio, una ex-vittima «pura», forgiata dal dolore e “colpevole” di tenerezza, altre pedine inconsapevoli mosse dalle fila del grande tranello materialista, che si staccano dalla normalità di una realtà scientifica fasulla per ergersi a sognanti e (ir)reali doppi di fantastici supereroi che hanno consacrato le loro vite per diventare immagine, video, racconto, realtà (in)credibile alla quale credere, in cui si manifesta l'(im)possibile di due forze e un’intelligenza sovrumane. Diventano il loro lascito, il loro senso, il loro emergere dai bassifondi per volare nella veridicità della rete, il loro abbandonare il corpo per diventare digitale, riproducibile, eternamente “vero” e consultabile. La congiura del trifoglio ha vinto la battaglia, ma Mr. Glass, rendendo reale il non reale e consacrazione il dolore, ha vinto la guerra. E noi con lui. In questo Glass è un saggio di regia con una struttura narrativa vertiginosa e interessantissima, fatto di visibile e di fuori campo, di chiarissimo e di sfocato, di virtuosistico e di perfettamente simmetrico, ma dentro e fuori da ogni inquadratura geniale, da ogni approfondimento umano dialogico o da ogni brivido causato dall’efficacissimo sound design, la forza motrice (il Dharma) è sempre la sofferenza. Shyamalan rimane nel simbolo del Tao, ma, dopo aver caratterizzato le due energie che si respingono, con Glass ha deciso di mettersi a ballare coraggiosamente al centro del cerchio, vivendo con libertà l’omnidirezionalità della macchina da presa per entrare nelle vene dei suoi personaggi, per esporre le loro debolezze, per far vivere e deflagrare la loro forza. Per farli realmente vivere in un nuovo e ultimo senso, ben oltre la morte, ben oltre la teoria, ben oltre la messa in scena, ma proprio lì, dove stanno l’anima, il sentimento, l’intimità, la Fede, la volontà di credere all’impossibile, la forza dentro se stessi per il bene di tutti. Gli ultimi barlumi di umanità, forse. Quelli con cui risvegliarsi ogni giorno quadrifogli.

Marco Romagna, Nicola Settis

“Glass” (2019)
129 min | Drama, Mystery, Sci-Fi, Thriller | USA
Regista M. Night Shyamalan
Sceneggiatori M. Night Shyamalan, M. Night Shyamalan (characters)
Attori principali Sarah Paulson, Anya Taylor-Joy, James McAvoy, Bruce Willis
IMDb Rating N/A

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