12 agosto 2017 - e

LONTANO DAL PARADISO – FAR FROM HEAVEN (2002)
di Todd Haynes

Già dal titolo originale Far from Heaven, evidente richiamo a quel All That Heaven Allows che in Italia ricordiamo come Secondo amore, il più celebrato lavoro di Todd Haynes omaggiato dal 70mo Festival di Locarno con il premio alla carriera e una nutrita retrospettiva in pellicola non fa mistero dei propri intenti né delle proprie fonti di ispirazione. In un mulinello Come le foglie al vento, mentre deflagra la partitura classica di Ed Bernstein e il 35mm fotografato da Ed Lachmann restituisce, nel 2002, quegli stessi colori granulosi e saturi del Technicolor anni Cinquanta, Lontano dal Paradiso/Far from Heaven non si limita a porsi come semplice omaggio, fra rimandi formali e citazioni esplicite, al melodramma classico di Douglas Sirk, ma lo riporta letteralmente in vita, come se fosse una dichiarazione d’amore infinito a un cinema senza tempo, a un cinema di sguardo e di sensibilità umana, a un cinema di tematiche sociali intrecciate e di un’emotività sincera e bruciante. Prima di tutto c’è, come si diceva, Secondo amore, del quale Far from Heaven riprende lo spunto narrativo basilare di una donna in preda a un amore ostacolato dalle convenzioni sociali – nel caso di Sirk perché s’innamora di uomo molto più giovane di lei, in questo perché si tratta di un afroamericano, di un “diverso” atterrente per la società del tempo ancor più della “malattia” dell’omosessualità, di un povero giardiniere “negro” che la mentalità classista e razzista degli anni Cinquanta mai avrebbe potuto tollerare seduto nel suo stesso salotto borghese.
Già nel cinema del tedesco Sirk fuggito negli Stati Uniti pur di non partecipare alla follia nazionalsocialista, del resto, la questione razziale era stata nel ’59 al centro di Imitation of Life (Lo specchio della vita), un’opera quasi rivoluzionaria per l’epoca, che non solo viene citata da Haynes nella scena dell’aggressione nel vicolo, ma è senza dubbio quella il cui nucleo tematico e morale più influenza Far from Heaven, spartito fra l’integrazione razziale, l’omosessualità (molto spesso cardine, da Poison a Carol, nella filmografia del conclamato omosessuale Todd Haynes), le classi sociali e l’evoluzione del ruolo della donna in quell’America così minuziosamente ricostruita. Come ci dice Annie Johnson nel capolavoro di Sirk, rinnegare la propria identità e i propri desideri è il più grande peccato che qualcuno possa commettere nei confronti di sé stesso perché porta a vivere una vita inautentica, e allo stesso modo i personaggi di Far from Heaven si trovano in questa condizione, “lontani dal paradiso” della loro realizzazione poiché ostacolati da una società ipocrita nel suo moraleggiare progressismo mentre, subito dietro alla facciata, ancora si aggrappa con tutte le sue forze ai suoi privilegi e alle sue retrive convenzioni, pronta a girare letteralmente le spalle anche alla propria migliore amica quando sembra che, nel suo percorso di donna verso l’indipendenza e l’evoluzione a una mentalità più aperta e moderna, si stia spingendo un po’ troppo in là.

Siamo ad Hartford, nel Connecticut, poco dopo la metà del secolo scorso. Cathy Whitaker (Julianne Moore) è madre di due figli e moglie fedele, impegnata in una quotidianità apparentemente perfetta fatta di automobili che, filologicamente, non possono che simulare il loro correre ferme davanti allo sfondo del trasparente, feste d’alta società pianificate con cura certosina e interviste che seguono il successo imprenditoriale della coppia nel commercio di televisori. Ben presto, però, la conoscenza del nuovo giardiniere Raymond (Dennis Haysbert) e quell’attrazione (im)possibile che Cathy inizia a provare nei confronti di un uomo di colore inizieranno a incrinare il suo microcosmo di plastica, e il resto lo farà la scoperta in flagrante del marito Frank (Dennis Quaid) impegnato in effusioni con un altro uomo in quello che sarebbe dovuto essere un suo ritardo lavorativo. Quella di Frank è un’omosessualità che viene vissuta in prima persona come una malattia in una società non ancora in grado di accettarla, eppure l’unico che paradossalmente riuscirà a raggiungere una sorta di tortuoso lieto fine sarà proprio lui, marito così simile a quello del sirkiano Written on the Wind (Come le foglie al vento) a partire dal mestiere di pubblicitario. Frank, così come il Kyle del film di Sirk, è un uomo la cui virilità viene messa in discussione e che per questo affoga le sue insicurezze nell’alcool, e soprattutto è un uomo che, quando la sua omosessualità verrà scoperta, inizialmente la rigetterà decidendo di volersi far “curare” fino all’elettroshock, ma poi si renderà conto di come quella sia la sua vera e unica natura, riuscendo finalmente ad abbracciarla dopo essersi innamorato di un altro ragazzo. Un po’ come negli anni Cinquanta di Douglas Sirk, volendo forzare ulteriormente la mano sui paragoni, il suo attore abituale Rock Hudson tenne nascosta la sua omosessualità per anni e anni di ruoli da macho, salvo poi trovare il coraggio per essere il primo nella storia dello star system a dichiararsi pubblicamente per quello che era.
Nel melodramma classico il conflitto di base oppone sempre i bisogni e i sentimenti personali ai valori della società che cerca di ostacolarli: l’America borghese degli anni Cinquanta è un microcosmo bigotto, perbenista, in cui le apparenze dominano sulla sostanza, in cui i veri problemi restano quasi sempre inaffrontabili, addirittura innominabili, e quando questi saltano fuori, il finto progressismo si rivela in tutta la sua assenza di vera empatia umana. L’unico rapporto costituitosi nel film che riesce ad andare oltre alla superficie, fra l’innocenza di una bambina e la vis poetica di un nastro per capelli volato via e restituito, fra l’amicizia e un qualcosa di più che viene frenato ma che non riesce a frenare le malelingue, fra una giornata in campagna e gli sguardi fra chi non può vivere liberamente il proprio destino, è quello tra Cathy e Raymond, ma qui sarà proprio l’ipocrisia della società ad averla vinta, ad allontanare ulteriormente il paradiso proprio quando sembra di poterlo sfiorare con la punta delle dita.

Haynes riprende il mondo idilliaco di Sirk con lo stesso immaginario, con le stesse ambientazioni e con gli stessi elementi decorativi, con la stessa incredibile tavolozza di colori straordinari e con le stesse modalità narrative, con lo stesso afflato popolare e con la stessa sublime tenerezza, ma Far from Heaven è tutt’altro che un film nostalgico o bloccato nel passato: Haynes riesce ad andare oltre a dove si era dovuto fermare Sirk per ovvie ragioni storiche, ampliandone lo sguardo, scovando angoli nascosti sia con la sensibilità sia con la tecnica cinematografica moderna, sia con il volto di Cathy segnato dagli eccessi e dalla frustrazione del marito, sia con la figlia di Raymond colpita da un sasso lanciato da mano giovanissima e rigorosamente bianca che prelude alla decisione da parte del giardiniere di colore di abbandonare per sempre una città razzista e maligna, nella quale è impossibile integrarsi. Far from Heaven è un film di decisioni difficili, di scoperta della propria intimità, di passeggiate in campagna e di tradimenti nelle stanze d’albergo, di maliziose dicerie e di inaccettabili vessazioni, di locali per soli neri e di telefoni roventi per sputtanare chi ha la sola colpa di non condividere lo stesso bigottismo conservatore, di amicizie tenere quanto sconvenienti che è necessario troncare e di una moralità di facciata che nient’altro fa che allontanare sempre più dal paradiso. Quello di Haynes è un film che sistematicamente distrugge la perfetta famiglia americana degli anni Cinquanta, di oggi e di domani, e lo fa fra le lacrime dell’uomo e i fremiti della donna, in un calderone di emozioni e di classe cinematografica purissima che si pone come atlante sentimentale di ciò che sarebbe semplice, eppure non si può (ancora) raggiungere. Come quando, con ritardo di giorni e subito dopo la concessione del divorzio, Cathy apprenderà del ferimento della figlia di Ray, e la sua corsa verso la giustizia e un amore soffocato non potrà che giungere al traguardo troppo tardi, quando le decisioni saranno già state prese e rimarrà solo il tempo degli addii.
Non rimane che un ultimo incontro alla stazione, mentre il treno sta per partire, non rimane che un ultimo sguardo verso ciò che si è perso per darla vinta a una società sconfitta in partenza. Ed è proprio nel finale che Far from Heaven giunge all’apice della sua poetica e del suo strazio, ponendosi come la vetta più alta del cinema di Todd Haynes, regista fra i più indispensabili della contemporaneità proprio per il suo sguardo proteso verso il passato e il suo superamento, proprio per la sua sensibilità innata, proprio per la sua capacità di essere sempre, prima di tutto, un uomo, ben al di là dell’assoluta perfezione tecnica e della magnificenza che trasuda ogni sua composizione dell’immagine.

Marco Romagna, Tommaso Martelli

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