2 Marzo 2020 -

DAYS (2020)
di Tsai Ming-liang

«Questo film è intenzionalmente privo di sottotitoli». Perché non serve più nemmeno una parola, al minimalismo dilatato e all’intensità commovente del cinema sempre più in sottrazione di Tsai Ming-liang. Basta e avanza un piccolo carillon a manovella, punto di incontro e di conforto breve e intensissimo fra due parabole di solitudine e di dolore, pegno d’amore eterno e testimone cinematografico che passa dolcemente da una mano all’altra nel tempo fugace di un bacio. Basta e avanza la sua dolce armonia, rallentata e sublime, che dal cilindro fa risuonare fra le lamelle il tema chapliniano di Luci della ribalta mentre l’attore feticcio di una vita Lee Khang-sheng, realmente sofferente per una misteriosa malattia, pare in effetti nei suoi lunghi immobilismi e nel suo trascinarsi affaticato, zoppicante e sgraziato un po’ una novella Terry che crede di essere rimasta paralizzata, e solo con la forza dell’amore riuscirà forse a riprendere il controllo del suo corpo. O più probabilmente a ricordare realmente la giovane e bella Terry che si innamora di chi è ormai anziano è Non, il giovane laotiano di stanza in Thailandia Anong Houngheuangsy incontrato per caso dal regista e che sarà in futuro il nuovo (in)stancabile camminatore di Tsai, mentre il Kang malato e appesantito di Lee Kang-sheng è forse più un novello e rugoso Calvero ormai disteso un passo dietro le quinte, proteso a guardare verso l’infinito del palco dal suo ultimo divano. Da Walker a quasi non riuscire più a fare un passo, fra enigmatiche agopunture e pigne che bruciano sulla pelle, fra elettrostimolazioni e sospensioni nell’acqua per tentare di alleviare la fatica, fra il fastidio del collare rigido e i lunghi momenti a scrutare la città attraverso un vetro tentando invano di dimenticare la caducità fisica. Tsai Ming-liang, tornato con Days a scrivere e dirigere un lungometraggio narrativo di finzione sette anni dopo Stray Dogs con in mezzo esperimenti rigorosamente privi di sceneggiatura, ne scruta le sofferenze nelle attese e negli assoluti silenzi dei giorni tutti uguali, nel patire e nel continuare a sperare, nel volto segnato dai bordi del lettino medicale e nella ricerca costante di almeno un momento di sollievo e di calore umano, incrociandolo con gli identici silenzi di Non che in tutt’altra città passa il tempo a cucinare, va al mercato, tenta di vivere, ma giorno dopo giorno si ritrova allo stesso modo drammaticamente solo. Sarà una camera d’albergo di Bangkok il punto d’incontro fra i loro destini e le loro traiettorie, un massaggio via via sempre più erotico e un happy ending ad alleviare almeno per un attimo il dolore, qualche banconota per la prestazione e il carillon per quello che invece non ha prezzo, non ha forma, ma nella sensibilità sconfinata di Days si percepisce chiaro e struggente come un’intesa impossibile, come un’intimità insperata, come un’emozione vibrante e sincera. Come una connessione umana, come una luce nel buio, come un ricordo destinato a non sbiadire. Come il sublime di una comunicazione che non ha bisogno di discorsi, ma solo di tempo, di un volto, di un corpo, di un regalo, di una musica, di un apparentemente infinito guardarsi. Del saluto prolungato, tenerissimo e doloroso, di chi non riesce ad alzarsi da quel letto e andare davvero via.

È un cinema di spazi, di tempi e di sensazioni, quello di Tsai Ming-liang. Un cinema da sempre materico di vigorosi primi piani e di impercettibili ombre che attraversano il campo e i corpi dei personaggi. Un cinema di inquadrature e di durate che si espandono necessariamente estenuanti, perché è solo dalla lentezza che può emergere la pura intensità bigger-than-life delle emozioni, l’intimità più straziante, l’affetto, quel motivo inspiegabile per il quale due persone rimarranno legate. Un cinema che non ha quasi più bisogno di narrazione, ma solo di istanti cristallizzati nella loro dilatazione e nella loro quasi insostenibile intensità emotiva, di un gesto che in un solo barlume di inusitata purezza rompe ogni muro di incomunicabilità. Un cinema di puro cuore, che nella sua programmatica e necessaria lentezza osserva il quotidiano per estrarre il senso più profondo e disarmante di ogni sentimento. Da una parte il dolore e le cure, l’immobilismo di fronte alla pioggia e il faticoso trascinarsi fra i palazzi di Lee Khang-sheng, e dall’altra la frutta da lavare, le pentole sul fuoco, qualche massaggio e forse qualche marchetta per arrotondare di Anong Houngheuangsy. Al centro, quell’unico ma tutto fuorché fugace incontro, il massaggio, l’erotismo, il bacio, la doccia. Ma soprattutto quel momento di sollievo e di intimità il più possibile prolungato, il loro non volersi più staccare, il loro massimo ritardare il momento di abbandonare la stanza/alcova, e poi la cena insieme senza riuscire a smettere di guardarsi prima che ognuno debba di nuovo ripartire per la sua strada. E ovviamente quel piccolo carillon, oggetto simbolico destinato a rimanere al di là di ogni sguardo di intesa e di (non) addio, con stampata l’iconica bombetta della silhouette chapliniana e con quel motivo sempre meraviglioso, già utilizzato anche dallo stesso Tsai in I don’t want to sleep alone, che risuona metallico quasi come un pianto di gioia nel dolore. Un oggetto, stando all’intervista rilasciata da Tsai Ming-liang a Giampiero Raganelli (Quinlan.it) nel corso di questa 70ma Berlinale in cui Days è stato presentato in prima mondiale nel concorso principale, regalato nella realtà dallo stesso autore taiwanese al giovane amico e neo-attore Anong Houngheuangsy, e riportato sul set per un’intuizione estemporanea diventata – quanto sa essere semplice e bellissimo il cinema! – principale apice emotivo e poetico dell’ennesimo capolavoro di un autore che ha trovato la chiave per mostrare e far sentire il calore dei sentimenti. Un oggetto passato da una mano all’altra per girarne di nuovo la manovella in un momento di sconforto, di solitudine, magari in mezzo all’ennesimo viaggio verso il nulla. Di certo per pensarsi ancora, per tornare a quell’incanto e a quello strazio, per tornare a quei silenzi e a quella lentezza, per tornare a quel sollievo e a quelle lacrime. Per tornare a quel momento umanissimo e sincero di sentimento, di tenerezza, di poesia muta, di autentico e disinteressato amore. Quello che, come si diceva, in teoria non si può vedere né filmare, e che invece è lì, sullo schermo. Chiarissimo, lirico, limpido, potente. Semplicemente magnifico. A vincere ogni difesa, a inumidire gli occhi, a solcare le guance. A non andarsene più via.

Marco Romagna

“Days” (2020)
127 min | Drama | Taiwan
Regista Ming-liang Tsai
Sceneggiatori Ming-liang Tsai
Attori principali Kang-sheng Lee, Anong Houngheuangsy
IMDb Rating N/A

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