9 Settembre 2023 -

DAAAAAALI! (2023)
di Quentin Dupieux

Presentata fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2023 giusto un mese dopo la prima di Yannick a Locarno, Daaaaaali! è l’ultima opera del prolifico Quentin Dupieux, artista multiforme e poliedrico come il gigante del Novecento Salvador Dalí, protagonista assoluto di questa sorta di omaggio stilistico e biografia “emotiva”, un po’ sulle orme di quel che fece Todd Haynes con Bob Dylan in Io non sono qui. Quando la grandezza del personaggio trattato è difficile da rinchiudere in un racconto canonico, una delle vie possibili di rappresentazione è quella di frammentare le diverse essenze, tendenze, periodi storici in tanti personaggi (e attori) differenti, scomponendoli in un prisma atto a rivelare, o almeno sbozzare, i tratti caratteristici di ogni faccia. Dupieux divide il titanico ego del pittore/scultore/fotografo/cineasta/scrittore affidando a cinque attori transalpini (Gilles Lellouche, Édouard Baer, Jonathan Cohen, Pio Marmaï, Didier Flamand, dalle sfumature interpretative e carriere molto differenti tra loro) la caratterizzazione, e inscrivendoli in un surrealistico omaggio che non può che coinvolgere, pur non nominandolo direttamente mai, il sodale cineasta spagnolo Luis Buñuel. Il segmento più lungo del film, infatti, è una riproposizione della struttura onirica alla base del capolavoro del 1972 Il fascino discreto della borghesia, una composizione a scatole cinesi già più volte omaggiata nel corso della storia, specie con effetti orrorifici di jump scare (esempi celebri? Un lupo mannaro americano a Londra di John Landis e Il seme della follia di John Carpenter). Dalí e Buñuel scossero il mondo, dell’arte e tout-court, tra la fine degli anni Venti e l’inizio dei Trenta, al culmine dell’avanguardia surrealista e in uno dei momenti più bui per l’Europa, tra il tramonto della Belle Epoque è l’ascesa dei totalitarismi che porteranno, nel corso di un decennio, al devastante conflitto mondiale: Un chien andalou e L’âge d’or, rivoluzionari per stile e contenuto nella stessa misura, sembravano prefigurare scenari evoluzionisti, anche di cambiamento di morale e costumi, poi spazzati via dal conservatorismo reazionario di stampo religioso da una parte e dal burocratismo ipercontrollato dall’altra. Dalí diraderà le sue collaborazioni per il cinema (ricordiamone due su tutte, quella con Walt Disney nel corto Destino e l’ideazione del segmento onirico in Io ti salverò di Alfred Hitchcock), mentre Buñuefuggirà dal franchismo riparando prima in Messico e poi di nuovo in Francia, dove terminerà vita e carriera. Dopo questo breve excursus, rientriamo in argomento: Quentin “Mr. OizoDupieux, musicista e regista di videoclip prima ancora che cineasta, si sobbarca il compito improbo di, citiamo le sue stesse parole, «connettersi con la coscienza cosmica di Dalí e lasciarsi da lui guidare, a occhi chiusi». L’indubbio coraggio per il cimento viene parzialmente ripagato da un risultato unico, brillante, ancorché diseguale e meno esilarante di quanto vorrebbe (o dovrebbe).

Si apre e si chiude su uno dei quadri più celebri dell’artista spagnolo, Necrophiliac Fountain Flowing from a Grand Piano del 1933, “riallestito” come scenografia in movimento e traccia tematica d’interpretazione immediata: dare vita all’arte e all’artista rimettendo in moto il flusso d’acqua che scorre dall’interno di un pianoforte a mezza coda, immagine riassuntiva di un approccio anarchico e libero da condizionamenti alla materia. Una giovane giornalista (Anaïs Demoustier) è emozionata per un’intervista che potrebbe cambiare la sua vita, umana a professionale; aspetta l’arrivo di Dalí, e quest’attesa verrà prolungata ad libitum in una brillantissima scomposizione di tempo e spazio nell’angusto orizzonte di un corridoio d’albergo. L’artista non vuole un’intervista scritta ma (anche) filmata, e dalla camera più grande possibile; è questo il punto di partenza e arrivo per una speculazione cinematografica che procede per accumulo e libere associazioni, mantenendo un (esile) filo narrativo a fare da struttura e scombinando continuamente le percezioni di personaggi diegetici e spettatori. Sarebbe completamente inutile, e pernicioso per il lettore, cercare di dare forma compiuta a poco meno di ottanta minuti di audiovisivo che rifuggono da ogni categorizzazione, anche in maniera ostentata e programmatica, una violenza vera e propria alle intenzioni. Basti sapere che i cambi di scenografia, epoca e attore protagonista avvengono spesso nello spazio di uno stacco di montaggio, o di un nuovo livello di sogno del sogno di un cardinale, o ancora dell’ennesimo schermo nello schermo, ed è necessario lasciarsi andare al flusso processando il tutto con l’emisfero destro del cervello, quello deputato a creatività, immaginazione e percezione delle immagini.

Dupieux è di sicuro (non si parla di qualità, si badi bene, ma di approccio alla materia) molto adatto, in quanto estraneo da sempre ai dettami del realismo e impegnato in una riproposizione personale del mondo e dei rapporti umani che lo abitano. Con opere spesso sbilanciate, slabbrate e debordanti, si pensi all’appena precedente Fumer fait tousser che imbastiva un elogio al piacere del tabagismo attraverso un film di supereroi, tendenza contemporanea se ce n’è una nel cinema mainstream, si è autoassegnato il compito di smascherare e mettere a nudo le ipocrisie relazionali del mondo borghese, in continuità quantomeno spirituale con gli eccessi avanguardistici di cui è (o si sente) erede. Nel suo cinema sono ancora presenti le classi sociali nel senso novecentesco del termine, e la conflagrazione tra esse (si pensi al catastrofismo demente dei due sottoproletari protagonisti di Mandibules, presentato a Venezia 2020, che accedono ad una villa di ricchi e la devastano) “eleva” a paradigma sociologico un pensiero per immagini che, superficialmente, può apparire come un divertissement senza ulteriori livelli di lettura. L’incontro diretto con i giganti del surrealismo, ragionando a posteriori, era un approdo del suo cinema abbastanza naturale e prevedibile, un inchino ai numi tutelari che di inchino comunemente inteso non ha però quasi nulla, mantenendo l’obbligatorio approccio dissacrante e irriverente che i due spagnoli avrebbero, probabilmente, apprezzato. Come l’altra grande commedia di questa edizione della Mostra (Hit Man di Richard Linklater) il film è stato presentato fuori competizione. Avvenuto ormai lo sdoganamento di ogni tipo di genere all’interno dei grandi festival (un body horror ha vinto la Palma d’Oro, un fantasy il Leone, i concorsi principali sono ormai infarciti di thriller e fantascienza), manca ancora il più nobile di tutti, la commedia, all’appello. La speranza è che anche quest’ultima barriera cada al più presto possibile, una barriera che preclude non solo i premi ma persino la selezione nelle competizioni. Anche se è proprio su questo fronte che il lavoro di Dupieux latita e di conseguenza aggiunge un giallo al verde del semaforo: apprezziamo, come abbiamo cercato di spiegare, l’idea e il modo di metterla in pratica, ma non abbiamo riso molto durante la proiezione e, viste le intenzioni, questo si configura come un difetto, non da poco.

Donato D’Elia

“Daaaaaali!” (2023)
77 min | Comedy, Drama | France
Regista Quentin Dupieux
Sceneggiatori Quentin Dupieux
Attori principali Edouard Baer, Nicolas Carpentier, Alain Chabat
IMDb Rating N/A

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