5 Settembre 2023 -

HIT MAN (2023)
di Richard Linklater

Non è certo un caso che si chiamino Es ed Ego, i gatti del Gary Johnson messo in scena da Richard Linklater nel suo nuovo e strabordante Hit Man presentato fuori concorso, anche se avrebbe ampiamente meritato la competizione e probabilmente pure qualche premio, a Venezia 2023. Un dettaglio che non si può sapere se sia davvero una nota biografica del professore universitario di psicologia e falso sicario microfonato dalla polizia, realmente esistito e al quale si devono oltre 70 arresti di aspiranti mandanti di omicidio, oppure se si tratti di una fra le non poche pure invenzioni con cui il regista texano, con la collaborazione alla sceneggiatura dell’attore protagonista Glen Powell, si ispira liberissimamente alla sua vita per trasformarla in paradigmatico emblema su cui cucire un film sull’identità (personale, e magari doppia) e sulla sua aperta costruzione, sulle diverse istanze della psicanalisi e sulla recitazione come manipolazione, in qualche modo sul senso stesso del (fare) cinema su uno sfondo sociale di prevaricazioni di genere e di violenze domestiche, di rivalità sul lavoro e di tentativi di ricatto, di sbilanciate dinamiche di coppia e di rigide regole da (fingere di) seguire. Per una brillante commedia che, senza mai smettere nemmeno per un momento di divertire, si sporge costantemente verso gli elementi più tipici degli altri generi, dal thriller al noir, dal dramma psicologico a un crime-melò innervato di più d’una pennellata di erotismo, in cui il protagonista si ritroverà (sempre più, o forse sempre meno) spartito fra il monotono ego razionale dell’ordinario Gary e l’affascinante es animalesco dell’alter ego Ron (o Billy, o qualsiasi altro nome inventato) con cui fingersi killer su commissione e muoversi sotto copertura. Due vere e proprie personalità in cui declinare la propria esistenza sull’incrocio (stradale) fra pietà e piacere, salvo magari ritrovarsi a impersonare la variante animalesca del duro e spietato Ron, pronto a incastrare l’ennesima aspirante uxoricida, quando scatta improvvisa un’attrazione reciproca nel gioco di sguardi, un colpo di fulmine che porta Gary a rompere il protocollo per salvare dalla colpa e dall’arresto la più bella fra le donne (semplicemente mozzafiato la conturbante Madison cui dà corpo, voce e giochi di seduzione una sensualissima Adria Arjona) convincendola a non uccidere il marito, per non potere poi che continuare a mantenere nella loro relazione la falsa identità di quel personaggio fittizio e un po’ spaccone, di successo in tutto ciò in cui la mediocre esistenza di Gary da sempre fallisce, mentre la loro lussuria inevitabilmente si evolve, passando per le più disparate e multiformi peripezie, in un reciproco innamorarsi.

«Come si può essere così ingenui da fidarsi di uno sconosciuto disposto a rischiare la pena di morte per risolvere i propri problemi in cambio di pochi dollari?», dice apertamente la voce fuori campo del protagonista sottolineando come i sicari, centro di tanto cinema espressamente citato da Linklater in un breve e geniale montaggio d’archivio che da Orson Welles corre insieme alle buste che passano di mano in mano fino a Seijun Suzuki e Brian De Palma, nel mondo reale non esistano né probabilmente possano esistere. Mentre, una rapida missione dopo l’altra, il suo falso Hit Man si camuffa con ogni tipo di parrucca, con false cicatrici, con copridenti d’argento e con lenti a contatto colorate, fino a imparare proprio dalla costruzione della pura finzione di un personaggio apparentemente opposto alla propria indole a costruire e finalmente (ri)conoscere se stesso, senza più maschere da indossare, senza più menzogne in cui rifugiarsi per non dover affrontare le proprie paure e le proprie inadeguatezze. Un esercizio di autocoscienza al quale, come in una sfida con se stessi e con il mondo, Gary inviterà espressamente pure i suoi giovani studenti durante una lezione. Perché l’identità non è un blocco monolitico, ma è un qualcosa da edificare ed evolvere nel corso del tempo, attraverso le proprie scelte nei momenti cardine e sui bivi fondamentali della vita, attraverso le mediazioni fra l’uno e l’altro punto di vista, decidendo chi si vuole essere e perseguendo fino in fondo i sentieri necessari per diventarlo. Fino a trovare un Gary nuovo, ancora onesto ma non più innocuo o “sfigato”, capace di mantenere al suo interno i caratteri di quel Ron personaggio nato in un momento di emergenza per continuare a sventare assassinii ingannando e raccogliendo le prove per incriminare i clienti alla ricerca di killer su commissione durante la sospensione per reiterati comportamenti inaccettabili del poliziotto generalmente preposto a quel compito da infiltrato, e diventato poi per il protagonista una piena dicotomia, una maschera da indossare anche al di fuori dei brevi appuntamenti in cui inchiodare il sospettato di turno in collegamento radio con le ricetrasmittenti della polizia, e soprattutto l’occasione per un viaggio dentro se stesso alla scoperta dei suoi lati profondi e nascosti, di una capacità dialettica e di improvvisazione fino a quel momento sconosciuta, di un’arte seduttoria e di testosterone di cui mai si sarebbe creduto capace. Due anime – debole e forte, legale e illegale, razionalità e piacere, dottor Jekyll e mr Hyde – destinate progressivamente a compenetrarsi e a riemergere una nell’altra, in un percorso, magnificamente reso dall’interpretazione di Powell, che parte dal mediocre e monotono Gary dell’inizio per giungere a «quand’è che il prof è diventato un figo?», come si chiederanno maliziose due studentesse colpite dal suo inedito fascino e dalla rinnovata fiducia in se stesso. Fino al precipitare degli eventi e alla necessità di togliere per sempre la maschera ormai non più necessaria di Ron, per trovare nell’amore un bilanciamento fra le fragilità umane della sua anima accademica e la fiera baldanza ammaliante – ma anche il desiderio, e l’attitudine a mettersi in gioco, l’inventiva, la libido sessuale, la destrezza nell’improvvisazione e nell’imbroglio – di quella più edonistica.

«Dovresti trovarti una donna» dirà a Gary la sua ex Alicia, rimasta nella sua vita nel ruolo di migliore amica, subito prima del primo incontro di lui con Madison. Perfettamente consapevole di come solo (ri)cominciare a provare emozioni forti potesse in qualche modo scuoterlo e cambiarlo, renderlo vero attore e non più semplice spettatore della sua vita, renderlo (metaforicamente o forse no, per lo meno nella finzione) «capace di uccidere» nel vivere finalmente intenso e completo della sua esistenza. È per questo che sarà proprio nel suo neonato rapporto di coppia con Madison che Richard Linklater, in un’America che ben più che chiarirsi preferisce sparare (ai piattelli, ai nemici, alla propria stessa famiglia), innesta tutto il percorso di crescita del protagonista, fra i cani di cui fingersi appassionato nel compromesso da accettare per compiacere Madison, le regole di una relazione basata sulla finzione e da tenersi rigorosamente segreta (tanto che sarà proprio la prima uscita pubblica il punto di non ritorno in cui, fra incontri indesiderati, attacchi personali e minacciose pistole in faccia, la situazione inizierà a precipitare), le definitive colpe da insabbiare e lo schermo del cellulare su cui scrivere le regole per improvvisare una recita in diretta in cui farle negare tutto e dire le frasi giuste per scagionarla fra occhiolini e sorrisi d’intesa. Nell’ennesimo straordinario capolavoro del regista, tanto spassoso negli imputati giudicati non colpevoli che baciano appassionatamente quel coniuge che si erano decisi a (far) uccidere quanto teso quanto teso nei momenti in cui tornerà minaccioso il marito di lei o quelli in cui il disonesto e pericoloso Jasper, collega di Gary geloso per i suoi successi come infiltrato e totalmente fuori controllo nelle sue derive umane, scoprirà e tenterà di usare a proprio uso e consumo la verità. Un film che, pure da vecchi sostenitori di Linklater e del suo cinema, si finge scanzonato per spingersi in realtà ben al di là delle più rosee aspettative, per tornare da qualche parte fra la brillantezza di School of Rock e la profondità nello scorrere del tempo di Last Flag Flying ma soprattutto di Boyhood, per una riflessione esistenziale tutto fuorché banale intorno alle specificità individuali e nelle modalità con cui rapportarsi con gli altri e con le loro aspettative. Tutto è recitazione, in Hit Man, è costruzione, o forse è semplicemente (grande) cinema con cui commistionare generi e suggestioni, con cui vivere come performance, con cui formarsi come persona finalmente capace anche delle qualità più inaspettate, in un nuovo e inedito percorso di vita. Con l’ego finalmente capace di inglobare l’es, di trovare un punto di incontro fra la consapevolezza e le pulsioni, di costruire una personalità, forse un super-Io. Senza più bisogno di trovare metafore nei nomi dei gatti, ma semplicemente essendo fino in fondo i se stessi che si decide di essere, con tutte le contraddizioni necessarie.

Marco Romagna

“Hit Man” (2023)
113 min | Action, Comedy | United States
Regista Richard Linklater
Sceneggiatori Skip Hollandsworth, Richard Linklater, Glen Powell
Attori principali Adria Arjona, Glen Powell, Retta
IMDb Rating N/A

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