SCHERZETTO (2026), di Mario Martone
Nel gergo della musica classica, lo scherzetto è un breve componimento di carattere giocoso, spesso inserito per alleggerire la tensione tra movimenti più seri o lenti. Scherzetto è anche il titolo di un romanzo di Domenico Starnone del 2016, e ora anche quello dell’adattamento che ne ha tratto Mario Martone, presentato fuori concorso alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica del 2026. All’interno della filmografia del regista napoletano si configura come l’ennesimo capitolo ambientato nella sua città d’origine e d’elezione, ulteriore tassello di un mosaico che ne tratteggia e configura drammi e bellezze, in un andirivieni tra passato e presente volto a riconnettere i fili dello sviluppo con quelli del substrato culturale e sociale su cui lo stesso poggia. Per rimanere alle opere degli ultimi anni, se Il sindaco del Rione Sanità era un modo, attraverso la compagnia Nest (Teatro Napoli Est), di attualizzare il teatro eduardiano consegnandolo ad una nuova generazione di attori e spettatori, Qui rido io un ritorno alle origini delle farse di Scarpetta e una cronaca del dissolvimento del maschio (primo)novecentesco prima dell’arrivo delle guerre mondiali, e Nostalgia la certificazione dell’indissolubilità delle radici d’appartenenza (da Ermanno Rea), qui tutti questi temi si fanno insieme leggeri e lugubri, affidandone la portata in scena a due generazioni di napoletani che non potrebbero essere più distanti, almeno all’apparenza. Nonno e nipote, (il solito) Toni Servillo e il prodigioso ragazzino Lorenzo Perrotta, all’esordio sullo schermo quando non ha ancora compiuto i sei anni di età. Pochi giorni in cui i due, praticamente sconosciuti fino a quel momento l’uno all’altro, giocano e si scontrano, si annusano e si comprendono, arrivando a cogliere maggiormente le similitudini, o tare genetiche, più che le inevitabili differenze. L’anziano illustratore Daniele Mallarico (Servillo), di origini partenopee ma ormai milanese d’adozione, torna nella casa natìa dove ancora abita sua figlia (Serena Rossi) con marito e figlioletto di cinque anni. I due coniugi devono andare ad un convegno (o forse a prendersi qualche giorno di riflessione su un matrimonio che pare andare a rotoli) e affidano per tre giorni il piccolo al nonno, impegnato in un lavoro su commissione orchestrato da un giovanotto che gli somministra consigli più che sgraditi. Saranno l’occasione per l’anziano Daniele, in via di convalescenza da un non ben definito intervento chirurgico, di tornare a fare i conti con le sue origini e i suoi fantasmi, ancora aleggianti tra quelle pareti in cui si dormiva in tanti, come da manuale della famiglia meridionale pre-boom economico, con i nonni e un nugolo di fratelli.
Appena arrivato, Servillo/Daniele chiede conto alla figlia sul perché sia rimasta ad abitare lì, dietro la stazione centrale di Piazza Garibaldi, posto ultrapopolare e poco raccomandabile, specie dopo il tramonto. La scelta di rimanere connessa alle radici familiari porta con sé laceranti controsensi: professoressa di scuola, non è riuscita a coniugare la nostalgia (ancora una volta) del passato con la complessità del presente, intrattenendo cattivi e altezzosi rapporti con i condomini. Esempio per tutti è una famiglia residente svariati piani più in basso (ecco che si ripropone la plastica rappresentazione delle classi sociali posizionate su una sorta di ascissa, come ormai prassi nel cinema sudcoreano, da Parasite di Bong Joon-ho al recentissimo Possible Love di Lee Chang-dong, nel Concorso ufficiale proprio di questa Mostra) e la controversa amicizia tra il piccolo Mario e il figlio di questi, dove un cestino, il classico panaro della tradizione, calato verso il basso e ricolmo di giocattoli viene caricato dagli adulti di un senso ulteriore sconosciuto all’infanzia. Come per il polanskiano gioco al massacro di Carnage, ecco che l’innocente concessione di qualche gioco al bambino più povero viene preso come un furto dai più benestanti e come offensiva carità dagli altri; mentre il gioco pomeridiano tra i due viene inteso come una sorta di scarico di responsabilità e gratuito babysitteraggio dagli abitanti dei piani di sotto. Incomprensioni ataviche, che l’ostinato rimanere nella zona d’origine non scioglie ma inasprisce. Con un filo di sovrainterpretazione, si configura in questo piccolo teatrino metropolitano la totale incomunicabilità tra i borghesi acculturati e un popolo che non capiscono più e con cui non trovano un terreno di linguaggio comune, ed è proprio in questo spazio che si configura il ciclico inganno dell’ultradestra. La colpa dell’ascesa vannacciana è anche dunque in capo alla sinistra salottiera di buone letture? Certo che sì, e nessuno può sentirsi escluso o innocente.
Cercando d’instaurare una quotidianità che gli permetta di “sopravvivere” ai giorni insieme, nonno e nipote escono a fare una passeggiata, nell’unico momento che Martone concede allo stereotipo napoletano, che per il resto viene pervicacemente rinnegato e contraddetto, a partire dalla pioggia battente, come facevano i cantori della Nuova Napoli di fine anni Settanta/inizio Ottanta (film manifesto, fin dal titolo, No grazie, il caffè mi rende nervoso di Lodovico Gasparini del 1982), inevitabilmente perdenti contro una cultura classica ricca quanto soffocante, d’immediata riconoscibilità quanto gabbia da cui si rivela impossibile evadere. Massimo Troisi, a cui Martone ha dedicato qualche anno fa il bellissimo documentario Laggiù qualcuno mi ama, era il massimo cantore di questa nuova ondata (accompagnato musicalmente da James Senese, Pino Daniele, Edoardo Bennato ecc ecc), e la sua morte improvvisa, tragica e prematura rappresentò simbolicamente l’estinzione di quel fermento, oggi ricreatosi attraverso il suo opposto, la turistizzazione selvaggia che cementifica gli stereotipi e li riveste solo di vernice fresca. Il vagare di Toni Servillo attraverso l’appartamento, il materializzarsi davanti ai suoi occhi delle scene vissute decenni prima, rappresentano un raffinato tocco martoniano a spiegare la fuga di chi scappa, anche da simbolo; Totò, gli stessi Troisi e Daniele (Pino E il personaggio del film), Eduardo e Peppino De Filippo, ripararono tutti a Roma, per fuggire da quell’abbraccio eccitante e soffocante al contempo. Chi rimase troppo a lungo, come Diego Armando Maradona, ne venne stritolato.
La nuova generazione rappresentata dal piccolo Mario è ricca di contraddizioni, ha imparato ad abitare la solitudine del figlio unico rinchiuso in appartamento senza amichetti con cui giocare, ritorna bambino solo alle prese con quell’anziano doppio, che disegna come lui ma in maniera più cupa, più scura, inevitabilmente più malinconica. La folie-à-deux tra i due è un delizioso esempio di arte recitativa e sapienza registica: Servillo “gioca” alternandosi col ruolo di spalla e Martone dirige magnificamente il piccolo, restituendone sullo schermo tutta la spontaneità e la freschezza. Tornando a Polanski, nume tutelare dell’operazione, ci sono echi de L’inquilino dei terzo piano nell’ultima parte dell’opera, una piccola e (potenzialmente) tragica scena thrilling imperniata su un balconcino e una porta-finestra mal funzionante: è lì che gioco e tragedia, recitazione e vita vera, ballano una sulfurea danza. Una scena magistrale di cui Martone, a nostro parere, non riesce a gestire fino alle estreme conseguenze i cambi di tono, configurandone una frettolosa risoluzione che è il pressoché unico motivo per cui il giallo si affianca al verde in sede di valutazione. Ci si alza dalla poltrona del cinema con un po’ di amaro in bocca, crudele destino dei finali “sbagliati”. Ma per il resto questa ricognizione nelle luci e nelle ombre di una città che, pur avendo ormai raggiunto Roma come presenza costante nel cinema italiano, non smette di rivelare nuove angolazioni e modalità di racconto ci è sembrato l’ennesimo, coerente, capitolo di una filmografia ormai attestatasi tra le migliori (se non LA migliore) del cinema italiano degli ultimi trent’anni. Anche Servillo, attore onnipresente proprio in quegli stessi trent’anni in ogni ambito e salsa ma spesso uguale a se stesso, sembra ritrovare una verginità attoriale al contatto con un piccolo interprete verso il quale deve mettersi a servizio e non ingaggiare una sterile gara di bravura. Vertice di un triangolo che comprende lo stesso Martone e Paolo Sorrentino, l’ex attore di teatro ormai prestato definitivamente al cinema si abbandona alla fragilità di un personaggio con un complesso rapporto con la realtà del presente, e a cui è folle, oltre che salvifico, affidare la cura di un altro piccolo essere umano. Servillo/Daniele scende dal piedistallo, abbraccia le sue debolezze, e ci regala tutta l’umanità che il Mariano De Santis de La grazia non ci aveva fatto arrivare, in nessun modo. In quest’ultimo, sardonico, scherzetto risiede tutta la maestosità di un’arte attoriale che, come abbiamo brevemente accennato in questo pezzo, ha contribuito a traghettare Scarpetta e l’avanspettacolo, Eduardo e il canone, Totò e la macchietta, Enzo Moscato e la nuova drammaturgia artaudian-pasoliniano, nel XXI secolo. Mario Martone e Ippolita Di Majo, anche loro partiti dal teatro per poi approdare alla Settima Arte, sono probabilmente l’esatto connubio tra tradizione e innovazione, e non si può che favoleggiare su un film scritto dai due, diretto da Martone e interpretato da Troisi, in quel ruolo di vecchio saggio che non ha mai raggiunto, per sempre giovane, per sempre colmo d’ironica vitalità. Come Diego.
Donato D’Elia