10 Marzo 2017 -

ULYSSES IN THE SUBWAY (2016)
di Ken Jacobs – Flo Jacobs – Marc Downie – Paul Kaiser

E voi, da piccoli, avete mai pensato di poter guardare un suono? Io si, certamente, anche se non ricordo quando, l’attimo in cui rapito da un rumore chiudevo gli occhi aspettando che la mia retina formasse un’immagine (a sorpresa). Il rapporto tra ciò che si vede e quello che si sente è un fondamentale strumento di approccio nei confronti di tutti i messaggi multimediali da cui siamo bersagliati, a partire dal nome con cui siamo abituati a catalogare oggi questi “file”, ovvero audio-visivi, doppi e/o sdoppiati, poco cambia. Anche in questo caso perciò viene più difficile pensare a coloro che studiano a livello artistico e concettuale questi rapporti: non ragazzi che navigano sulle onde di questa conversione, spesso comprensibili, ma autori che nemmeno si potevano sognare tutto ciò quando iniziarono a lavorare su certi supporti. Ken Jacobs da mezzo secolo è un pioniere dell’avant-garde cinema ed è tra i primi sperimentatori delle possibilità visive della stereoscopia sul movimento legata sopratutto al possibile utilizzo rappresentativo e interpretativo del reale. Non gli restava quindi che vestirsi dei panni di Ulisse (più quello joyciano che il suo progenitore omerico) per gettarsi in metropolitana e cercare la strada verso casa e la sua Penelope (la moglie Flo) attraverso una selva di suoni che si fanno immagine. Il risultato di Ulysses in the subway, presentato all’ultima Berlinale nella sezione Forum Expanded, è a tratti sbalorditivo e di difficile lettura (e comprensione, e spiegazione).

Siamo sulla 42esima, attraversiamo la bolgia si Time Square verso Chambers Street. Ascoltiamo le voci, i passi, il rumore sordo del pantografo che percuote i fili e quello fastidioso della voce meccanica che avvisa della chiusura porte. Vediamo uno spettro, più spettri, in tre dimensioni, che si avvicinano all’occhio quasi a ferirlo. Non ci mettiamo molto a capire che l’intensità delle onde visive nascono dalle tracce sonore, per un fotogramma (un ventiquattresimo di secondo) arrivano duemila campioni di suono. Per farla breve, con ventuno algoritmi diversi si ricostruisce e si mette in scena la gamma di fonti uditive che noi percepiamo in un semplice spostamento quotidiano. Già Edison nel 1905 si soffermò su questo (e sempre Jacobs ce lo fa vedere, rendendolo anch’esso nel rilievo tridimensionale) e in fondo il gioco di oggi pare essere lo stesso, cambiano solo gli strumenti e i formati, cambia la tecnologia, ma non la tecnica. Arriverà il nostro Ulisse dalla sua Penelope, dopo un’ora di traversata che pare infinita, dopo aver scalato fino al quinto piano di un soppalco, dopo aver guardato ciò che lui stesso ha sentito (pensate solamente al ruolo di una possibili Circe ai tempi del 3D…). Come ogni viaggio, piccolo o grande che sia, il senso è unicamente percepire il mondo in un modo nuovo, cosi che ogni spettatore diventa autore della propria esperienza sensoriale, sinestetica e ipnotica.

Ken Jacobs, con la moglie Flo e l’aiuto degli artisti visuali digitali Marc Downie e Paul Kaiser realizza così una cosa (quasi) mai vista che trasla la metafora epica con la sperimentazione più pura, lavorando sulle sorgenti e sulle possibili espansioni che esse implicano. La sintesi immagine/suono si trasforma in presenza fugace, astratta ed errante senza possibile direzione proprio come nella deriva claustrofobica in cui Joyce relegò il suo Ulisse, in preda al proprio monologo di (in)coscienza. L’immagine (si) blocca con la pupilla espansa allo schermo nel vagare liberamente per la complessità impossibile di un momento della vita di tutti i giorni che mai saremmo in grado di interrogare attraverso il nostro personale rapporto occhio/orecchio. Il sottotesto di Edison è un gioco di superfici attraverso il quale solo tramite il passato si può percepire il presente nella completa profondità spaziale e temporale della nostra presenza come autori/spettatori dell’azione. Proprio per questo, l’illusione della sequenzialità che Jacobs dagli anni settanta (prima attraverso flicker, stop-motion analogici ed ora attraverso processi digitali, con e senza bisogno di supporti ottici) tenta inesorabilmente, pare essere un collocarci in luoghi e periodi diversi ma che riflettono una stessa identità. In tutto ciò, l’artista newyorkese, oggi ottantaquattrenne, si pone ancora come demiurgo visionario e ingenuo scopritore delle infinite possibilità di reinterpretazione e ricostruzione di una porzione di realtà, e come indagatore continuo di una grammatica attuale dello sperimentale che rivendichi l’autonomia della (propria) immagine.
Vi sembra poco? In fondo anche in noi resta la sensazione di essere quasi nella stessa condizione di Penelope, in ansia per un ritorno, in attesa di un nuovo viaggio. Potere del suono che si fa immagine, tornare indietro nei ricordi e riavvolgere il film stesso. Tornare a casa, chiudere gli occhi. E poi (forse) vedere.

Erik Negro

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