12 Agosto 2015 -

TIKKUN (2015)
di Avishai Sivan

È segnalato nel programma di Locarno68 come un film contenente immagini che potrebbero disturbare lo spettatore e che il direttore artistico dello stesso festival, Carlo Chatrian, ha definito “uno dei film più folli del concorso”, però per la durata quasi intera del film di Avishai Sivan si ha la sensazione di un’opera in bianco e nero pacata e minimale, a volte derivativa nell’approccio e nello stile. Tikkun è la storia di un uomo patetico, un aspirante rabbino in una comunità ebraica severa (ma meno degli Amish: sono permesse forme basilari di tecnologia, ad esempio) chiamato Haim-Aron, e di suo padre, rabbino e macellaio. Haim-Aron è in un periodo strano della sua vita, a metà tra la crisi mistica e la crisi ormonale. Dopo aver rischiato la morte, viene salvato dal padre con una manovra praticamente miracolosa. E da lì tutto (il loro rapporto, le loro rispettiva identità e coerenze religiose e morali) va in peggiorando.

Lo stile è rigoroso e sottocutaneo, con inquadrature a macchina fissa di severità statuaria (ricordando a tratti il cinema di Michael Haneke), e ciò aiuta nel rendere interessante un dramma interiore che, in una salsa o nell’altra, abbiamo già visto più volte. Il protagonista è un eroe patetico di incoerenza conflittuale ripetitiva, per esempio, ed il suo processo di degrado psicosomatico ha la cadenza di un qualsiasi processo di cambiamento psicologico in un film europeo. Se non fosse per la fluidità con la quale Haim-Aron peggiore, lo si potrebbe paragonare a Larry Gopnik, il protagonista di A serious man (2009) dei fratelli Coen, con cui Tikkun condivide la coralità e il gusto estetico ebraici: entrambi i personaggi finiscono per trasgredire a dogmi preconcepiti a causa di bisogni primitivi necessari, ma l’uno con una parabola discendente e l’altro con il ritmo di encefalogramma mezzo instabile. E il padre di Haim-Aron ha anch’egli un processo simile, anche se meno studiato e interessante. A causa di sogni grotteschi (che vedono coccodrilli mandargli maledizioni in yiddish, echeggiando quasi la profetica volpe di Antichrist (2009) di Lars Von Trier), il padre cambia il proprio rapporto con la carne da macello che occupa il suo secondo lavoro: nella primissima scena del film, sventra una vacca nel nome di Jahvè, ma poi col passare dei minuti nel film cambia idea, diventa meno sanguinario, più libero (c’è un pizzico di inconfessato e nascosto buonismo, ma più o meno si perdona). Il simbolismo mostra che quello che fa il padre è sopprimere(/uccidere) la sessualità del figlio, ma giunge la redenzione – e anche se la porta Jahvè, è mossa da sincero rimorso.

Insomma, il film procede per due ore di durata senza troppi blocchi, con alcune scene che usano simbolismi enigmatici principalmente animaleschi: insetti stecco, coccodrilli e soprattutto un cavallo, quasi messo divino che cerca di aiutare il protagonista portandolo, poi, nel nulla assoluto. E, superata l’attentissima, quasi illuminante analisi della psicologia del personaggio, il nulla assoluto sembra anche essere il film stesso, che appunto si auto-riduce ad una riflessione di natura mentale e, a tratti, religiosa, senza fortunatamente scadere in esistenzialismo becero. Ma poi giunge un pre-finale che ribalta i giochi, inserendo la scena che ha portato a scrivere che il film è disturbante sul programma e che è meglio non rivelare in maniera troppo esplicita. Basti solo dire che, in una sequenza che molti registi avrebbero messo in scena con gratuitismo provocatorio, Sivan riesce a rendere massimamente compiuto il proprio talento visivo rendendo elegante il più morboso e perverso dei voyeurismi, immergendolo nella lenta, soffice e alienante nebbia divina che sembra giudicare e osservare Haim-Aron, che però continua imperterrito nelle sue azioni oscene, cercando di rivendicare il proprio diritto di libertà uscendo dai canoni prefabbricati dalla religione in cui è imprigionato. Il problema giunge dopo: una scena così è giusto che sia girata con la staticità sinuosa ed estraniante che ha caratterizzato tutto il film, ma con quest’ottenimento della libertà sarebbe anche giusto ottenere un maggiore movimento dalla macchina da presa da lì in poi, o anche un maggiore surrealismo nello svolgersi degli eventi successivi – che sono palesemente poco interessanti e buttati lì per non rendere troppo estremo l’epilogo. Tikkun esplode nel proprio pre-finale e poi cade rovinosamente nel rigore che si impone nel finale. È un film da subito controverso, senza dubbio discutibile dall’inizio alla fine per le proprie riprese stilistiche ed estetiche, ma una visione necessaria e interessante per Locarno68.

Nicola Settis

“Tikkun” (2015)
120 min | Drama, Mystery | Israel
Regista Avishai Sivan
Sceneggiatori Avishai Sivan
Attori principali Aharon Traitel, Khalifa Natour, Riki Blich, Gur Sheinberg
IMDb Rating 6.4

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