12 Agosto 2015 -

CHANT D’HIVER (2015)
di Otar Iosseliani

Iosseliani torna alla regia con un film piccolo ma grazioso, denso di significanti e significati che si diverte a giocare con la Storia attraverso le storie, in una Parigi, capitale di una Francia che non ti aspetti, che ancora deve rendere/si conto della ghigliottina per cercare di capire dove (si) stia andando. Il tutto si apre con la Rivoluzione appunto, o almeno con le ultime epurazioni fisiche che in quel tempo si contraddicevano. L’esecuzione che diventa lo spettacolo, la memoria di una testa tagliata il trofeo, la Storia reiterata il contesto stesso. Dalla rivoluzione alla guerra, il passo è breve. Lo stacco è marcato, un esercito qualsiasi invade un paese qualsiasi, qui non è il contesto che conta ma l’atto. La resistenza di quella popolazione non può essere altra se non la fuga, due ragazzi lasciano le macerie di quell’ameno villaggio. E siamo a Parigi, oggi, o almeno ci pare. I ragazzi sfollati traditori e quell’enigmatico e magrittiano teschio con la pipa si riuniscono in una ville lumiere vista sempre dal basso, e non solo da un punto di vista stilistico.

Un microcosmo quasi imperscrutabile, perfetto per il gioco della parti in cui Iosseliani fa sbocciare il suo cinema. I protagonisti sono molteplici, il set un palazzo e le stradine adiacenti. Come in tutte la favole c’è il cattivo, un commissario di polizia con alla sua corte i due giovani in fuga. Nel limbo c’è tutto uno splendido substrato di borghesia ed aristocrazia decaduta, che più della mera sopravvivenza cerca ancora un briciolo di dignitosa identità; su tutti regnano il collezionista di teschi annoiato e bevitore, una anziana e malinconica signora ricchissima e servitissima in cerca ancora degli ultimi piaceri e soprattutto un nobile che presto verrà sfrattato (interpretato da uno splendido quanto funzionale Enrico Ghezzi) e la cui figlia è costretta a prostituirsi con il cattivo. I buoni probabilmente sono il colto guardiano dell’edificio somigliante al clochard investito in apertura, le giovani e belle ladre sui pattini ed il loro amico innamorato della figlia del cattivo, il musicista che dorme in auto come il folle solitario che colleziona pietre per costruirsi la sua casetta della memoria (piccolo cameo di un sempre gigantesco Mathieu Amlaric).

Da qui il Canto d’Inverno, gli incontri, e soprattutto gli scontri tra questi personaggi, vagabondi nella vita quanto nella narrazione che si prestano a rappresentare, sempre sulla fune tesa di un cinema che non c’è più, tesi alla comicità fanciullesca del muto come alla fragilità clownesca della sopravvivenza per strada. Ognuno dovrebbe avere il suo spazio attraverso il tempo che definisce, all’interno di questo tenero racconto, ma proprio negli scarti, nelle derive, nei momenti in cui lo sguardo di Iosseliani decide di perdersi nella topografia di questi luoghi come nell’antropologia dei suoi abitanti, il film si apre in una poesia terribilmente umana. Anche perché il controcampo di questa dolcezza, non può non far pensare a cosa si possa nascondere al suo interno. La politica c’è eccome, il cattivo decide di “ripulire” Rue Messier e dintorni, la poesia scompare al tempo degli sgomberi, quel microcosmo così fragile implode nella desolazione di una repressione. Nel campo e soprattutto nel punto di vista del grande cineasta georgiano, straordinariamente libero e giocoso emerge alla fine il quadro di questa nostra Europa fatta di paura dell’altro come della sopraffazione verso l’estraneo, uno spazio di intolleranza stupida e gratuita che non fa altro che ridefinire una circolarità nella Storia di queste piccole ed indifese storie. La legge del più forte, qualunque esso sia, continua a mietere le sue vittime, e solo nel cuore si può ancora respirare la solidarietà umana, che oltre ad essere seduzione è allo stesso modo resistenza dei nostri giorni.

Ma non tutte le speranze devono essere differite, il tessuto di una società come quello di una città sarà sempre sostenuto anche da queste schegge impazzite dell’animo umano, le sole che possono ancora dare qualche timida pennellata di colore nel grigio del terrore di una cultura (?) sempre più esclusiva davanti ad ogni possibile forma di inte(g)razione. Due tra i “degenerati” superstiti dalla retata del bruto passano l’alba in un caffè, sorseggiando un vino. E sogghignano, e ridono; non tanto del loro destino, ma di quello degli altri, di tutti noi. Poi ricominciano a camminare, per l’ennesimo viaggio al termine di una giornata. Iosseliani da uomo di straordinaria sensibilità ne è consapevole, ed anche per questo dipinge un film che in realtà scalda il cuore di un gelido inverno come rinfresca l’anima di questa torrida estate locarnese. L’emozione vincerà sempre, o almeno, visto che di favola si tratta, proviamoci a credere.

Erik Negro

“Winter Song” (2015)
117 min | Comedy, Drama | France
Regista Otar Iosseliani
Sceneggiatori Otar Iosseliani (scenario)
Attori principali Rufus, Amiran Amiranashvili, Mathias Jung, Enrico Ghezzi
IMDb Rating 6.3

Articoli correlati

OCTAVIA (2018), di Yan Cheng e Federico Francioni di Nicola Settis
I SOGNI DEL LAGO SALATO (2015), di Andrea Segre di Marco Romagna
BLIND SUN (2015), di Joyce A. Nashawati di Marco Romagna
THAT CLOUD NEVER LEFT (2019), di Yashaswini Raghunandan di Marco Romagna
INLAND/MESETA (2019), di Juan Palacios di Marco Romagna
KNIGHT OF CUPS (2015), di Terrence Malick di Nicola Settis