8 settembre 2018 -

THE TREE OF LIFE (VERSIONE ESTESA) (2011-2018)
di Terrence Malick

Alla 75esima edizione della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia è stata presentata una versione estesa di The Tree of Life, l’opus di Malick più complesso e citato, vero e proprio preludio alla sostanziale metamorfosi della sua filmografia. Con una durata di poco più di tre ore, il film, ricostruito dalla Criterion con l’ausilio del DoP Emmanuel Lubezki, è praticamente un’opera a parte rispetto alla versione “ufficiale”. Nel procedere in questa recensione, tratterò prima le sostanziali differenze tra le due versioni (e cosa ciò comporta nel caso di questa, che uscirà in Blu-Ray per la Criterion l’11 settembre) e poi cosa quest’operazione ci può dire su The Tree of Life a 7 anni dall’uscita.

La struttura di The Tree of Life è di per sé un flusso coscienziale complesso e quasi improvvisato, a causa del metodo che Malick ha inaugurato con questa fase della sua filmografia. Poche sono le scene, mentre molte sono le inquadrature, però lo scheletro dell’operazione è uno e uno solo, e permane anche nella versione estesa. Il film è una preghiera panteista, in cui le origini cristiane del pensiero spirituale alla base servono come pretesto per fare un discorso in realtà universale sul creato, rievocato tramite un continuo confronto tra macrocosmo e microcosmo, tra la nascita dell’universo e la nascita dell’uomo. Ci sono, diciamo, quattro filoni, che si intersecano: il primo è astratto, concerne la preghiera nello specifico e si dipana come una visione estetizzante e quasi surrealista del mondo noumenico, rievocato tramite sparuti sprazzi visionari in cui immaginazione, sogno e illuminazione si intersecano, con un’entità (Dio?) manifestata come luce con cui il film si apre e si chiude; il secondo vede la storia autobiografica dell’infanzia di Malick, il rapporto coi genitori e coi fratelli; il terzo vede il suo personaggio cresciuto, incarnato da Sean Penn; il quarto invece occupa l’inizio del secondo atto del film, è praticamente autoconclusivo, ed è appunto il racconto/bignami del nostro pianeta dal big bang ai dinosauri, dall’accumulo della materia alla nascita del libero arbitrio e della compassione negli esseri viventi. Tutto ciò rimane anche nella versione estesa, ma la diversificazione nella gestione dei contenuti ha portato anche a un’eterogenea e differente modalità nella costruzione della progressione della matassa filmica. I blocchi della storia rimangono eguali, e in particolare i climax inevitabili, i momenti che ogni spettatore anche distratto del film può ben ricordare (la nascita, il furto del vestito, il clown, l’Aldilà), ma l’aggiunta di 50 minuti alla durata del film in realtà non corrisponde a un’aggiunta di soli 50 minuti: molte delle sequenze del film originale sono state rese più corte, per lasciare spazio a una quantità ingente di materiale prima assente. Le tre ore quindi sono piene di sorprese: il personaggio del padre (Brad Pitt) ha più spazio rispetto alla madre, la storia della vita del protagonista ha una continuazione che dal montaggio ufficiale sarebbe insospettabile, le scene di Sean Penn sono di meno ma sono sostanzialmente diverse, e ci sono almeno due momenti sublimi completamente inediti, ovvero un montaggio ipercinetico che mescola visioni catastrofiche a riprese d’archivio e una sequenza in cui un temporale mette subbuglio nella città.

Perché esiste questo Tree of Life? Innanzitutto, e questa è la cosa più importante che bisogna prendere subito in considerazione, questa versione esplicita in maniera definitiva che l’opera di Malick da The Tree of Life in poi (anche se di questa fetta di filmografia il titolo più importante rimane assolutamente questo) è un unico macro-film solo apparentemente privo di struttura. L’organismo filmico ha una forma ben precisa e distinta, sono le immagini a essere talmente libere da fuoriuscire da ciò. Il fatto che sia uscito fuori così tanto materiale (e ancora non abbiamo visto la maggior parte del girato con Sean Penn, a questo punto probabilmente irrecuperabile, ma chi lo sa…) dimostra probabilmente che dietro questa storia così piccola, semplice e pura è perfetto e quasi facile trovare un intero universo, con una magia irrazionale. Il fuori campo delle infinite possibilità della trama di questo film, ovvero la vita di Malick, costruisce un microverso infinito, in cui ogni inquadratura sembra sacra, gremita sia di visione sia di non-visione. L’impossibilità di avere un’immagine completa crea la necessità nello spettatore di colmarla, di credere in qualcosa che non è visibile: in ciò consiste la preghiera, nel creare un inno sia al rappresentabile sia all’infinito non rappresentabile. Voyage of Time ricreava col digitale un ideale di assoluto che sembrava incompleto, perché al posto di un pensiero ontologico c’era una discorsività priva di visione ulteriore. In The Tree of Life la potenza stava e sta, qui, in quest’umanità basata più sullo strutturale drammaturgico che sulla pura visione della versione ufficiale, anche nella visione ulteriore, nella possibilità di moltiplicare la forma interamente nello sguardo e nell’immaginazione spirituale del singolo spettatore. Il recente Malick divide in due il pubblico e la critica, ma il fascino esercitato sulla collettività ha sicuramente già costituito un momento spartiacque nel cinema odierno, aumentando la sensibilità verso l’improvvisazione e verso il conflitto con la spiritualità. The Tree of Life ha probabilmente influenzato il viaggio nucleare di Twin Peaks 3, il prologo famigliare di Arrival, l’atmosfera opprimente di Upstream Color, e persino la fotografia di Man of Steel. Ha formato un’idea di cinema basata sulla purezza della narrazione e dell’anti-narrazione, con immagini per alcuni leccate e finte e per altri struggenti e potentissime, tutte misteriose o distruttive, e questo probabilmente porterà, come già ha fatto, a una nuova idea di rappresentazione del naturale e del reale, oltre il documentario, nei meandri dell’intimo. E vedere in queste nuove (in realtà vecchie…) riprese così tante cose che già sono vicine al mondo successivamente formato dall’autore (con To the wonder, Knight of cups e Song to song) e analoghe a qualcosa che invece già è in filmografie altre, ci fa capire ancora di più come The Tree of Life sia uno dei film chiave della modernità cinematografica.

Prendere in considerazione il film come progetto a pieno meriterebbe un approfondimento molto più curato, e per quello potrebbe esserci un momento in futuro più adatto di questo. Ma per ora ci sembra giusto incitare i malickiani (e non) a recuperare questo pezzo di cinema complesso e influente, sapendo le sue potenzialità, capendo che è un film imprevedibile, sia nella sua diversità sia nella sua identicità.

Nicola Settis

“The Tree of Life” (2011)
139 min | Drama, Fantasy | USA
Regista Terrence Malick
Sceneggiatori Terrence Malick
Attori principali Brad Pitt, Sean Penn, Jessica Chastain, Hunter McCracken
IMDb Rating 6.8

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