7 settembre 2018 -

THE NIGHTINGALE (2018)
di Jennifer Kent

Tanto per esser subito chiari: in questa sede non affronteremo in alcun modo l’argomento “urla in Sala Darsena”. Cercheremo di parlare del film di Jennifer Kent, The Nightingale, solo con lo scopo di sviscerare come mai lo riteniamo di gran lunga il film peggiore del Concorso, nonostante la stima riposta nei confronti della regista che ci aveva conquistato con il folgorante Babadook. Perché Jennifer Kent, nata a Brisbane, ha effettivamente un tocco tutto suo con il quale riesce a dare ai suoi film un’atmosfera e un allure particolari che a buon diritto la ascrivono al club, che amiamo molto, dei registi australiani. Ma la grazia di Jane Campion è lontana, e così pure il minimo sindacale di umanità perché un film diventi accettabile.
The Nightingale, ambientato nel 1825 nella “Terra di Van Diemen”, nome coloniale che gli europei diedero all’attuale Tasmania, parla della giovane galeotta irlandese Clare, che vive una baracca col marito e con la figlia piccola. Deve scontare una pena di sette anni, e ha come aguzzino il volgare e temibile tenente Hawkins (che se si riesce a odiare con grande facilità è merito solo del bravo interprete Sam Claflin), giubba rossa facile all’alcool e incapace della minima compassione. Hawkins si prende fin troppe libertà con la giovane Clare, che occasionalmente viene usata anche come cantante da taverna per intrattenere i soldati inglesi che sentono la nostalgia di casa, ma poi finisce con l’andare oltre più e più volte, umiliandola, annichilendola, tenendola sotto il giogo di una costante violenza sia fisica sia psicologica.

Nel dipingere la deplorevole condotta della soldataglia inglese, la Kent ha mano ferma e severa, ma purtroppo si macchia di sbavature inaccettabili negli stereotipi e, ancor peggio, di un certo autocompiacimento a metà strada fra il sadismo gratuito apparentemente (per quanto impossibile, lo sappiamo) misogino, la retorica accusatoria del più classico dei “trappoloni” e la banalizzazione del buono/cattivo senza la minima speranza di redenzione né di fuga. Né tanto meno di sfumature, o di idee che vadano al di là di un sostanzialmente unico simbolo di potere e di sottomissione. Nel pressbook, la regista “rispettosamente” invita a “non rivelare la specifica natura della brutalità inflitta alla famiglia di Clare”. Cosa che, a dirla proprio tutta, ci infastidisce almeno quanto questa deplorevole “specifica natura” come se fosse una sorta di scarico di responsabilità, un gettare il sasso e nascondere la mano. Ma va bene, accettiamo e non la espliciteremo, per quanto, specialmente in tempi di MeToo, non sia particolarmente difficile da immaginare quali possano essere gli atti più brutali e irrispettosi compiuti da un uomo contro una donna.
In ogni caso, abbiamo già accennato che Hawkins e i suoi si spingono un po’ (tanto) oltre il segno con Clare, suo marito Aidan e perfino la figlia in fasce, e il tutto viene raccontato – anzi, macché raccontato, magari, viene proprio MOSTRATO – dalla Kent con un compiacimento, un’insistenza e una perversione dello sguardo che lasciano di sasso, e non certo per come viene dipinto l’uomo brutale, ma proprio per come una donna mette in scena le violenze su un’altra donna con un sadismo che da solo farebbe terminare il film dopo pochi minuti. E che, con il passare dei minuti e con il coivolgimento nella spirale violenta degli aborigeni, peggiora pure.
Il dispiacere è sommo, ed è quasi paragonabile all’indignazione: come è potuto succedere che Jennifer Kent si sia abbandonata a un tale sfogo narrativo, peraltro servito da una regia e da un senso dell’inquadratura (in 4/3, e non si riesce praticamente mai a capirne il perché) non certo trascendentali? Come ha potuto farlo proprio lei, l’autrice che in Babadook aveva affidato alla composizione dell’inquadratura, al chiaroscuro, alla qualità della luce e alla creazione dell’atmosfera l’intero svolgimento e dispiegamento di quell’horror innovativo e pieno di inventiva, suo esordio al lungometraggio, che l’ha resa subito una regista di culto e da seguire?

La giovane Clare si vede negare anche i minimi diritti giuridici dalle autorità inglesi, e allora decide di partire nella giungla, con la sua fedele cavalla Becky e con l’aborigeno Billy che inizialmente le fa da guida, ma che poco a poco diventa il suo angelo custode.
Se il film di Jennifer Kent ha un merito, uno solo, è quello di non essersi lasciato abbandonare allo svolgimento canonico del revenge-movie: in parole povere, per fortuna – almeno quello – il film non diventa una sorta di Kill Bill ambientato nella giungla, e Clare non si trasforma in un micidiale e infallibile strumento di morte, quantunque anche più avanti nella narrazione la regista cada ancora nella trappola della violenza rabbiosamente ostentata, in un’ulteriore scena che, se da un lato può dare allo spettatore una certa soddisfazione “di pancia”, dall’altro lato lo spinge a chiedersi il perché di tanto accanimento. Non di Clare, ma della Kent.
Il viaggio di vendetta di Clare non è infallibile, la mano le trema, la forza di volontà non sempre la sostiene: è pur sempre una ragazza poco più che adolescente, peraltro in maternità, che si mette all’inseguimento di un gruppo di spietati criminali in uniforme. Ma poi, al netto di tutto questo, The Nightingale scivola in un finale conciliante sotto tutti i punti di vista, che vorrebbe farsi perdonare tutto ma, di fronte al troppo sangue versato e al narcisismo esibizionista con cui viene messo in scena, non può in alcun modo riuscirci. Aspettiamo Jennifer Kent al prossimo film, fiduciosi che qualche sua pulsione un po’ troppo incontrollata e incontrollabile venga meditata e contenuta, e che torni a fare il cinema, quello vero. Non questa inaccettabile, antietica, perfida, populista, atroce, disastrosa accozzaglia di facili stereotipi, brutalità estetizzante e inammissibile narcisismo.

Elio Di Pace

“The Nightingale” (2018)
136 min | Adventure, Drama, Thriller | Australia
Regista Jennifer Kent
Sceneggiatori Jennifer Kent
Attori principali Sam Claflin, Damon Herriman, Aisling Franciosi, Ewen Leslie
IMDb Rating N/A

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