9 Settembre 2022 -

THE LISTENER (2022)
di Steve Buscemi

Basta una sola location, basta una sola notte, basta una sola attrice, l’auricolare con cui rispondere al telefono e uno straordinario campionario umano da conoscere, lasciare parlare, trovare il modo di aiutare. C’è chi è in difficoltà psicologica e chi è in difficoltà economica, c’è chi si sta separando dalla moglie e chi non è mai realmente tornato dalla guerra nella sua sindrome post traumatica, c’è l’inevitabile maniaco sessuale e c’è chi sta vivendo un irrisolvibile dilemma di coscienza, c’è chi sta talmente male che chiama ma nemmeno riesce a proferire parola e c’è chi invece si aprirà e seguirà i consigli fino a scoprire il proprio inaspettato talento poetico. Ruota tutto intorno alla sociologia e alla dialettica The Listener, brillante ritorno dietro alla macchina da presa di Steve Buscemi a ben quindici anni di distanza da Interview. Un film piccolo, a basso budget, eppure profondamente intelligente tanto nella scrittura del padovano Alessandro Camon (già sceneggiatore del Jimmy Bobo – Bullet to the head di Walter Hill e produttore, fra gli altri, dei bellissimi Blackout e New Rose Hotel di Abel Ferrara e del The Bad Lieutenant: Port of Call – New Orleans di Werner Herzog) quanto nella regia dell’attore/autore newyorkese, capace di condensare fra quattro mura e attraversare, seguendo le traiettorie dei diversi interlocutori che chiameranno il servizio di supporto telefonico durante il turno di notte della protagonista, i registri e generi cinematografici più disparati dalla black comedy al melodramma, dalla centralità della parola al controcampo mancante, dal film-saggio sociale alle aperte speculazioni politiche e filosofiche dell’ultima parte, passando per la suspense, le lentissime carrellate e i noise di una pura tensione orrorifica che a tratti quasi ricorda l’incipit del primo Scream. Del resto, è da poco dopo l’invenzione del sonoro che il τόπος del telefono fornisce infinite possibilità narrative e formali al cinema, già dal 1948 de Il terrore corre sul filo di Anatole Litvak passando per il ’54 de Il delitto perfetto hitchcockiano, fino alle più recenti radicalizzazioni di In linea con l’assassino (Joel Schumacher, 2003) e Locke (Steven Knight, 2013) in cui il la cornetta e il vivavoce dell’auto si innalzano a vero e proprio protagonista, con l’intero film basato sull’atto di telefonare e sui dialoghi delle chiamate. Ma se nel primo caso era uno solo l’interlocutore, anonimo e con un fucile di precisione puntato contro la cabina telefonica, mentre nel secondo era uno solo il dramma umano da tentare di risolvere lungo la nottata al volante di Tom Hardy, in The Listener il telefono (ancora una volta tecnologicamente aggiornato con gli ultimi ritrovati Bluetooth) è un vero e proprio atto politico, un orecchio proteso verso un’intera America post-trumpiana depressa, problematica, dimenticata, emarginata, bisognosa di essere ascoltata e sostenuta. Un’America di ragazzine fuggite di casa e di sceriffi che non sanno se denunciare un collega o lasciare un razzista impunito, un’America di persone bipolari e di disperati complottisti, un’America di inquietudini e di bandane “da rapina” diventate obbligatorie quando ancora non si trovavano le mascherine, un’America di delusioni, turbamenti, alcool, solitudini, disperazioni, traumi irrisolti. Ma anche un’America di fiducia, in cui finalmente aprirsi, in cui finalmente prestare attenzione agli sconosciuti, in cui riuscire a ridare speranza, e magari in cui imparare ancora una volta a commuoversi.

«Hello, this is Beth», risponde a chiunque la protagonista, gentilissima, savia e disponibile anche se il suo vero nome non è Beth. Sono le procedure di sicurezza a imporle di cambiarlo per lavorare, a non rivelare mai nulla di se stessa, quasi come se durante le notti al telefono dovesse interpretare un personaggio. Eppure, una chiamata dopo l’altra, una premura dopo l’altra, un contatto umano dopo l’altro, non potrà che emergere progressivamente la sua vera intimità, fino a quella telefonata in cui i ruoli sostanzialmente si ribalteranno, il protocollo verrà definitivamente infranto perché unico modo di agire per il giusto, e sarà l’interlocutrice interpretata dalla voce di Rebecca Hall a interrogare la protagonista fino a farle sputare il rospo, a farla liberare dei pesi del passato, a farla finalmente tornare, anche al telefono, semplicemente Meggie, con i suoi traumi e con i suoi insanabili sensi di colpa per una chiamata rimasta senza risposta, con il suo passato di alcool, droghe e carcere e con la sua nuova vita, con il suo lavoro notturno e con il suo bisogno di aiutare gli altri non solo come tentativo di redenzione, ma come intima necessità – «è brutto tenere un segreto ed è brutto parlarne». È una magnifica Tessa Thompson a darle corpo e voce, caricandosi il film quasi interamente sulle spalle senza mai la possibilità di un controcampo a toglierle gli occhi di dosso. The Listener, chiusura fuori concorso delle Giornate degli Autori della 79ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, passa tutto dalle minime variazioni delle sue espressioni, dal suo linguaggio del corpo, dalla sua voce in continuo dialogo con le tante altre voci senza un volto, mentre la sua Beth cerca e trova soluzioni, cerca di capire intimamente chi la sta chiamando, convive con la speranza di riuscire a salvare qualcuno e il terrore di perderlo. Immagina gli interlocutori e li disegna insieme ai loro traumi-simbolo, in qualche modo si affeziona a ogni singolo caso cui dare supporto psicologico, e d’istinto chiude inquieta la finestra quando le arrivano i «cosa indossi?» più inquietanti di chi, dopo aver candidamente confessato revenge porn fasulli con cui rovinare la sua ex e lo «scherzo» di aver caricato filmati porno su piattaforme per bambini, vuole solamente una voce femminile su cui fantasticare. Dalle parole che la raggiungono mentre si sposta per la casa e poi fino al giardino, mentre la notte piano piano diventa giorno, emergono preoccupazione, noia, frustrazione, incubi, dolore, paura di vivere e paura di morire. Microstorie di padri arrestati e mai più visti da quando si era bambini, di vite in tenda senza più un tetto sulla testa, della sensazione di avere «serpenti al posto delle ossa» e di «vedere le voci» senza nemmeno rendersi conto della capacità di trovare metafore liriche e di dialogare – «le parole mi escono da sole, non sono io a parlare». Ma soprattutto, nella telefonata chiave con la Rebecca Hall insegnante licenziata per non saper mentire agli alunni dipingendo loro un futuro sicuramente brillante, emerge la consapevolezza amarissima e frustrata dell’impossibilità di esercitare davvero il libero arbitrio in una società ormai autocondannatasi, già suicida senza saperlo. Un po’ come nella storia di quell’uomo che ogni sera toglieva uno a uno i proiettili dal tamburo della rivoltella, fino a quando non si rese conto di aver finito tutti i possibili motivi per non uccidersi. Eppure nemmeno togliersi la vita può essere una soluzione, perché «nessuno appartiene a se stesso, ma sempre a Dio, al re, alla società, alla famiglia: siamo programmati». Anche alla sofferenza e al dolore, inevitabilmente. Anche perché è proprio dal dolore che nasce la felicità, è proprio dal dolore che nasce la partecipazione emotiva, è proprio dal dolore che nascono l’ispirazione, l’arte, la poesia. Il ritorno del sorriso, sapendo di essere riusciti a migliorare almeno una vita, indirizzando una persona sulla sua strada. Forse proprio la stessa su cui fare una passeggiata all’alba, mentre la città, sonnecchiosa nella sua foschia, ricomincia lentamente a svegliarsi per un nuovo giorno.

Marco Romagna

“The Listener” (2022)
Drama | United States
Regista Steve Buscemi
Sceneggiatori Alessandro Camon
Attori principali Tessa Thompson
IMDb Rating N/A

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