25 Novembre 2015 -

THE FORBIDDEN ROOM (2015)
di Guy Maddin e Evan Johnson

Che The forbidden room di Guy Maddin e Evan Johnson sia il film postmoderno definitivo?

Il 2015 è stato un anno di film-anima e di film-corpo, in cui i massimi capolavori del cinema mondiale, tra Tsai e Sion Sono, tra Sokurov e Zulawski, tra Skolimowski e Dwoskin, tra la Akerman e Weerasethakul, tra Bressane e Iosseliani, si sono sempre ridotti a riflessioni sui demoni cinematografici dell’intimo, sulle necessità dell’uomo (post)moderno in un mondo che collassa su sé stesso. L’amore salvifico, la necessità dell’archeologia nella distruzione dei valori estetici, la speranza di un qualcosa che vada oltre. Il pixel nero noumenico di 11 minuti di Skolimowski, per esempio, è un monito importante per questo 21esimo secolo da poco iniziato: un punto d’incontro tra immagini inspiegate e inspiegabili, per comporre un qualche spazio indefinito collettivo, anzi un vero e proprio Indefinito Cinematografico a tutto tondo nel quale perdersi, nel quale immergersi non per capire ma per non capire. Cosa c’è da capire? Il cervello dell’uomo moderno esplode nella collettività del tempo, nel digitale universale che non potrà mai replicare la bellezza del divino, non potrà mai comprendere il divino – il divino che si perde in quel pixel nero.

Poi arriva il film di Maddin e Johnson, che con un digitale perfetto replica scenari e ideali estetici del film muto o dei primi film sonori: echi di Buster Keaton, Abel Gance, anche Powell e Pressburger, Hitchcock, e “se si aguzzano gli occhi” si possono trovare anche illusioni di Stan Brakhage, montaggi à la Godard. Il risultato è un paradosso di collage immaginifici tra trame che si incollano l’una all’altra in maniera disordinata, con storie dentro storie che commentano una storia, la Storia dell’immagine, questa sì che collassa su sé stessa influenzando i mondi attorno a sé. Mondi narrativi, mondi veri: mondi surreali più di quelli di Jean Cocteau, in cui il dolore sanguigno è implicito e le persone vivono attraverso le parodie delle loro malattie. La storia si apre su di un anziano inquietante e ridicolo che insegna allo spettatore come farsi il bagno, con battute poco divertenti e riferimenti incomprensibili. È tutto girato come uno spot televisivo di quelli che si trovano sui canali spazzatura che a mezzanotte ancora proiettano pubblicità tra un film pornografico e l’altro: l’anziano è forse una parodizzazione grottesca di Maddin stesso, dato che entrambi sono ciceroni che portano nella descrizione, ben confezionata ma tutto sommato inutile, di qualcosa che già lo spettatore sa, che sia farsi il bagno o che sia in cosa consiste l’uomo postmoderno. Certo è, però, che c’è bisogno di un film che lo spieghi, con follia programmatica ed energia lisergica, perché l’uomo postmoderno è lo spettatore stesso, e lo spettatore sa in che cosa consiste la necessità di una spiegazione che lo aiuti ad identificare i difetti e i pregi di sé stessi. È, a quasi 100 anni di distanza, un aggiornamento de La terra desolata (1922), il poema di Eliot che descrive a incastri poetici i limiti dell’uomo moderno, la sua perdita di valori, mischiando antico e nuovo, lì tra Tiresia e la Londra della rivoluzione industriale, qui tra Giano e figure senza tempo che rappresentano il decadimento anti-empatico dell’emotivo ma che sono visivamente mostrati, ad esempio, da donne in costume di scheletro, reminiscenti de Lo spettro rosso (1907) di Segundo de Chomón.

Oltre l’anziano volgarotto della pubblicità, entriamo nella storia di quattro uomini bloccati in un sottomarino che potrebbe esplodere a causa dell’eccessiva pressione marina, ma hanno paura di informare il capitano del pericolo, in quanto è da solo, fermo, dentro una ‘stanza proibita’, la ‘forbidden room’ del titolo, il novello pixel nero di Skolimowski, l’inspiegabile puro al cui interno vi è solo una domanda: cosa farà l’uomo postmoderno nei suoi ultimi attimi? Come si comporterà prima di spegnersi? La risposta è parodistica e nichilista allo stesso tempo: lo sguardo dell’uomo si bloccherà su sé stesso, sulla propria paura di morire solo, e nel fare ciò morirà da solo mentre nei propri sguardi si susseguiranno immagini. Il famoso “vedersi la vita davanti” è in fondo un flusso di immagini, le immagini-specchio dei nostri deliri, di quello che Maddin e Johnson mostrano per più di due ore, i climax di storie che si concludono in maniera non definita, non definitiva, non conclusiva, come in una specie di versione jazz di Se una notte d’inverno un viaggiatore (1979) di Italo Calvino. Il sottomarino viene visitato da un boscaiolo, e parte la storia del boscaiolo; il boscaiolo era andato in viaggio per salvare una donna, Margot, da dei selvaggi, e partono le storie di Margot e dei selvaggi; Margot entra in un bar, smemorata, e incontra degli uomini, di cui scopriamo il passato; e così via, fino a far dipanare nel tempo e nello spazio dei deliri onirici fatti di sovrapposizioni di immagini e colori, dolci pugnali visivi che penetrano nell’occhio con un montaggio paonazzo ed esuberante, tra sensuali allucinazioni e canzoni a sfondo sessuale, con cammeo di Charlotte Rampling, Mathieu Amalric, Ariane Labed, persino Geraldine Chaplin nel ruolo della Passione, che frusta il cervello di un uomo (un alienatissimo Udo Kier) che non riesce a smettere di pensare ai culi, in una sequenza tragicomica accompagnata da una surreale canzone vecchio stampo cantata da un uomo che è una bruciatura di pellicola umana.

È il più folle e frammentato commento sul digitale dai tempi di INLAND EMPIRE (2006) di David Lynch, il più proibito dei piaceri, il più antirealista degli incubi, la più fulminante delle sorprese. Ed in questo anno 2015 di disordini zulawskiani, di archeologia del passato tra la riscoperta del Cinema per Sion Sono e la riscoperta dell’arte attraverso la Storia di Sokurov, di addizioni e sottrazioni di sentimentalismi allucinogeni con Bressane, di riscoperta tragica dei corpi come entità cinematografiche della vita e della morte tra Tsai, la Akerman e Lehman e Dwoskin, di buchi onirici irrappresentabili per Weerasethakul, sospeso tra vita e morte come l’inspiegabile di Skolimowski o il grottesco magico di Iosseliani, arriva il grande The forbidden room: esce come uno dei film dell’anno, riassunto dell’etica di un cinema che è costretto a scomporsi in immagini, è costretto ad abbandonare la propria carnalità di fronte al digitale, è costretto a narrarsi e a destrutturarsi da solo sulle note di Wagner e Beethoven ed è costretto a sottrarre, aggiungere, moltiplicare, dividere le proprie inquadrature fino allo scoppio finale, al climax (o ad uno dei climax), mentre un uomo e una donna si baciano sul mare vicino ad un’isola-cervello, mentre un vulcano erutta, mentre un uomo cade da un dirupo, mentre una donna spara al proprio bambino interiore, mentre il mondo rivela di essere esso stesso un inganno. Un inganno che va penetrato, che va scoperto. E The forbidden room è quella scoperta, è la stanza proibita del cinema postmoderno, il divenire eccessivo delle illusioni e delle ossessioni dell’odierno, la risposta a tutte le domande che non hanno una risposta, un film che è tutto e che è nulla, che è una sinfonia e nel contempo un disco noise, un racconto romantico e nel contempo un flusso di coscienza di Joyce. Uno studio dell’immagine e del senso del nostro cinema, in cui l’immagine non ha senso e il nostro cinema è infinito, inconcluso, estasiante e alieno.

Nicola Settis

“The Forbidden Room” (2015)
130 min | Comedy, Mystery | Canada
Regista Guy Maddin, Evan Johnson
Sceneggiatori Guy Maddin, Evan Johnson, Robert Kotyk, John Ashbery (additional writer), Kim Morgan (additional writer), Kim Morgan (story editor)
Attori principali Roy Dupuis, Clara Furey, Louis Negin, Udo Kier
IMDb Rating 6.5

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