21 Febbraio 2020 -

SWIMMING OUT TILL THE SEA TURNS BLUE (2020)
di Jiǎ Zhāngkē

Sono sostanziali note a margine di una filmografia, le interviste e le immagini di Swimming out till the sea turns blue. Sono contestualizzazioni degli eterni ritorni di Jiǎ Zhāngkē nella sua terra, quello Shanxi in cui è nato e cresciuto, in cui ha girato quasi tutti i suoi film e del quale è da tempo diventato ambasciatore culturale, con tanto di fondazione insieme a Marco Müller del Film Festival di Pingyao. Sono l’ennesimo interrogarsi di Jiǎ sul tempo partendo e sempre ritornando nello stesso luogo, perfetta cartina di tornasole sulle rive del Fiume Giallo, paradigma ed esempio più lampante, profondamente modificato nel corso di pochi anni dagli allagamenti artificiali delle Tre Gole fino alle partite di NBA bramosamente seguite sullo schermo di un iPhone, dalle strade piatte e polverose alle torri di comunicazione. Un luogo dalla terra resa fertile dal lavoro collettivo di chi seguendo i dettami di Mao si organizzò per filtrare l’acqua di irrigazione e ripulirla dalle sue parti alcaline, fino a diventare una sorta d’Arcadia d’Oriente che nel corso dei decenni, con i proventi della tradizionale coltivazione di grano, si è assicurata la relativa stabilità economica per permettere il formarsi di una classe di contadini colti, letterati, appassionati di cultura anche nelle forbici (quando non fiamme) censorie della Rivoluzione maoista, e poi dalla risacca e dal germogliare degli stimoli culturali diventati a loro volta artisti. Presentato nella capitale tedesca all’interno del fuori concorso deluxe Berlinale Special della 70ma Filmfestspiele, Swimming out till the sea turns blue è un’ennesima declinazione (tanto vale dirlo subito, interessante e almeno a tratti affascinante ma nettamente meno ambiziosa e ispirata del consueto) dei viaggi nel tempo e nei costanti e radicali cambiamenti della Cina contemporanea di Jiǎ Zhāngkē, innestata questa volta nelle forme del documentario e nei racconti in prima persona degli uomini e dalle donne che prima di lui e insieme a lui nello Shanxi sono vissuti, cresciuti e invecchiati, sentendo ogni metamorfosi sulla propria pelle, sul proprio quotidiano, sulla propria arte. Come Jia Pingwa, Yu Hua e Liang Hong, celebrati scrittori e poeti rappresentanti di tre differenti generazioni che spiccano come fili conduttori nella pletora di interviste, come lo stesso Jiǎ Zhāngkē fra i più rinomati e indispensabili registi cardine della contemporaneità cinematografica, ma anche come tutta la gente comune di quella (micro/macro) società popolare della regione cinese che ha reso possibile il loro formarsi ed emergere, che ha saputo trasmettere loro il sacro fuoco della cultura, che ha saputo riconoscere e valorizzare il loro talento. Che ha saputo partire dai campi e diventare attivista, giornalista, scrittore, filmmaker, riferimento intellettuale. Un film realizzato probabilmente su commissione per celebrare lo Shanxi e immediatamente diventato altro, un ritorno a lambire da un mosaico di diversi punti di vista e microstorie personali e familiari che diventano Storia i territori politici e sociali più tipici del regista, la sua sempre lucida critica ai tempi, il suo costante e sapido ragionare su una Cina passata in una manciata di decenni dal Grande balzo in avanti alla Rivoluzione culturale, dalle progressive riforme economiche a un inserimento sempre maggiore nel capitalismo dell’Occidente, e adesso entrata in un’era di definitiva modernizzazione in attesa delle inevitabili conseguenze (per lo meno tecnologiche) già immaginate nella terza parte di Mountains may depart.

Un po’ come il propagarsi delle onde concentriche quando si lancia un sasso nell’acqua, parte dal Jiǎ Family Village Swimming out till the sea turns blue, per poi allargarsi con le immagini fotografate da Yu Likwai a Fenyang, ai viaggi per l’intera regione, e poi ancora verso l’enormità di Pechino che rimarca ogni giorno di più (o forse sempre meno, ed è proprio questo il punto) la distanza siderale fra la grande città ormai quasi del tutto occidentalizzata e i villaggi di campagna che ancora si trovano nel limbo, sospesi fra la tradizione della falce e la modernità degli smartphone. Dai primissimi anni Settanta al 2019, fra i racconti in prima (e terza) persona e le immagini d’archivio, fra le chiacchiere sotto ai murales di Platform e i grattacieli che oggi sorgono nello stesso luogo, fra gli anziani volti oramai scolpiti e le citazioni letterarie, fra le attese e i silenzi, fra i motorini e i manufatti, fra gli sguardi e gli sfondamenti della quarta parete, Jiǎ Zhāngkē lascia che una terra si racconti da sola in poco meno di due ore attraverso la viva voce dei suoi abitanti, attraverso la loro memoria e la loro poesia, attraverso i diversi dialetti e i piatti più tipici, attraverso gli amori mai finiti e le sale di proiezione, attraverso il Festival della Letteratura di Shanxin e la profonda dignità di ogni uomo e di ogni donna passato da obblighi e lavori mai piaciuti (magari come ortodonzisti avendo schifo delle bocche) per poi diventare altre persone. Attraverso l’utopia di nuotare sempre nelle stesse acque gialle fino a farle tornare splendenti nel loro blu, più ancora che di raggiungere quelle blu ma distanti. Attraverso l’ingegno, le parole, le immagini, i linguaggi come ricerca identitaria collettiva. Attraverso quei libri senza inizio né fine, sopravvissuti in qualche modo alla Rivoluzione culturale solo nel loro blocco centrale privo delle prime e delle ultime pagine tutte da immaginare e riscrivere. Attraverso i teatri, attraverso i dipinti di Van Gogh, Gauguin e Picasso ad aprire le porte di nuove forme e possibilità espressive nel cinema e nel romanzo, attraverso le pagine scritte e ancora da scrivere, attraverso i viaggi verso quell’orizzonte come sempre tagliato da un treno che non faranno mai allontanare troppo. Perché nascere è anche già un po’ morire, in quella «terra di sangue» che è per ognuno il luogo dove per sempre rimarranno attaccate le radici, il senso d’appartenenza, il cuore e la mente. È un legarsi indissolubile, è un promettersi reciproco, è un diritto e un dovere nei confronti della storia personale. Nei confronti dei genitori, del cibo, della letteratura, del teatro, del disegno, del cinema. Il problema è che i film di finzione di Jiǎ Zhāngkē, da Platform a Still life, da The World a A touch of sin, da Mountains may depart ad Ash is the purest white, tutto questo lo avevano già detto prima e molto meglio, e rimangono lì, fra le stelle, a una distanza incolmabile per un lavoro non certo disprezzabile eppure realizzato con la mano sinistra, che puntualizza, ricontestualizza, riporta alla realtà e al vissuto disegnando l’identità più profonda di una terra e di un intero popolo, ma difficilmente riesce a scostarsi dai territori del già noto. Come una traduzione il cui testo a fronte rimane nella memoria degli spettatori. Come un sostanziale blocco di note a margine a una filmografia, come si diceva in apertura, dove il vero testo si trova però altrove, lungo mezzo secolo di Storia di una regione e in una carriera cinematografica lunga 25 anni. E non saranno certo il Nessun dorma o una discutibile versione cover di Con te partirò a riportare a quella sublime potenza simbolica che fu di Go West e di YMCA. Purtroppo.

Marco Romagna

“Swimming Out Till the Sea Turns Blue” (2020)
Documentary | China
Regista Zhangke Jia
Sceneggiatori N/A
Attori principali N/A
IMDb Rating N/A

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