25 Luglio 2019 -

SQUARE (2018)
di Karolina Breguła

Nel ragionare simbolico, seducente, sincero e per molti versi disperato di Square sulla residua funzione comunicativa dell’arte in mezzo alla crescente vacuità politica e sociale del potenziale pubblico, è una in particolare la possibile ambiguità che innerva e che rende in qualche modo ancora più affascinante il mistero insondabile e splendidamente straniante messo in scena dalla videoartista polacca Karolina Breguła. Un cortocircuito di senso forse nemmeno del tutto consapevole, che apre a una vera e propria doppia possibile chiave di lettura fatta di due discorsi e di due interpretazioni totalmente differenti dello stesso stratificato, brillante e personalissimo testo filmico. Sta tutto nella valenza che si vuole dare al punto di rottura narrativo e filosofico del film, perfettamente narrativo sia nella forma installativa a nove canali temporizzati per la quale è stato concepito sia nella forma lungometraggio con cui arriva, ultimo del concorso nell’edizione 2019 della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema, sul grande schermo del Teatro Sperimentale di Pesaro. Sta tutto in come si vuole leggere la funzione metaforica di quella statua, unica vera protagonista nella sua invisibilità e nella sua impossibile voce, sopravvissuta a un passato di rimozioni storiche e artistiche per mettersi all’improvviso a cantare, dal cespuglio che la nasconde nella piazza centrale del paese, tentando di interrogare quella cittadinanza che deciderà aprioristicamente di ignorare la sua domanda qualunque possa essere.
La prima interpretazione dell’allegoria, quella “giusta”, è quella al contempo più immediata da cogliere, prima suggerita e poi esplicitata dalla stessa regista nell’angosciato monologo in cui, dalla Varsavia la cui frenetica corsa a perdifiato fa da contrappunto all’assoluto rigore delle inquadrature fisse taiwanesi, si mette personalmente in scena e rompe la quarta parete per confessare al pubblico la sua «importante» ambizione di scuotere e rinnovare una coscienza popolare ormai anestetizzata, contrapposta al suo senso di vuoto nel rendersi conto di non farcela, di non trovare il reale punto di svolta nella comunicazione che sappia realmente cristallizzare e diffondere i messaggi rendendoli reale spinta al cambiamento. La statua di Square è un manufatto, e quindi proprio come Square è arte, è creazione, è espressione ed è comunicazione di chi l’ha forgiata. Ma l’arte finisce per diventare inevitabilmente sempre più prodotto, spettacolo, idea da infiocchettare e da dare in pasto al pubblico fra le leggi economiche e la mera autoaffermazione dell’artista, e sempre meno veicolo con cui cambiare le cose, risvegliare le coscienze, scrollare la società dal suo autoindotto sonnambulismo di comodo facendole introiettare la necessità di ricominciare a riflettere, ad analizzare i problemi, a rispondere agli input. E se l’atto creativo non “arriva”, ma anzi rimane inascoltato nei suoi messaggi, incompreso nel suo senso e ignorato nelle sue domande, diventa un qualcosa di fine a se stesso e quindi frustrato, inutile, destinato a essere ben presto dimenticato nelle sue forme e magari confinato in una piazza/palcoscenico in cui rimarrà per sempre invisibile, coperto dai rami e dalle foglie che lo circondano, e magari solo per questo non fisicamente rimosso insieme a tutte le altre statue che sorgevano nella cittadina. È per questo che Square mette in scena un popolo/pubblico – ogni popolo/pubblico – che, di fronte all’inspiegabile che (ri)entra a minare la sua illusoria tranquillità sociale preferisce rifugiarsi nella routine, nel Capitalismo quotidiano, nelle immobili e immutabili false certezze di comodo sempre più sorde a ogni grido di allarme o a ogni istanza di possibile rivoluzione. Ed è da questa difficoltà (o forse impossibilità) comunicativa che nasce la demoralizzazione dell’artista Breguła, che si ritrova persa in un labirinto di incomprensione e incertezze in cui nessuna idea sembra avere realmente senso, in cui nessun possibile sviluppo pare funzionare, parlare e far scattare qualcosa nel pubblico con il suo linguaggio di segni.

E sempre qui, nella dichiarazione di impossibilità dell’atto artistico, nella resa al fraintendimento e all’oblio, nell’impasse di un’arte svuotata di senso, rientra dalla finestra a sparigliare ogni (in)certezza la seconda possibile interpretazione di Square. Quella paradossale, che parte dalla statua come lascito dei «vecchi tempi», i tempi di un passato politico (in questo caso il Kuomintang, democratico solo sulla carta, dei tempi di Chiang Kai-shek, ma potrebbe essere qualsiasi altra autocrazia nel mondo) fatto di secessioni, leggi marziali e violenze. Una provenienza che rende la statua in potenza pericolosa e nociva proprio nel suo affabulare, ammaliare e rapire con la soave melodia del suo canto sempre più sublime eppure sempre meno intellegibile, sempre più armonioso e modulato eppure alla lunga privo di residui significati – non più arte di oggi, ma reperto e rilancio del buio di ieri. Un po’ come se fossero le derive populiste in cui sempre più naviga tanta parte della politica mondiale quelle che tornano a chiamare e a sedurre la popolazione con la superficialità ipnotica di un canto in cui le parole non contano più, per poi atterrirla con il suo urlo di disperazione e di morte. Tanto che ben presto, con il suo reiterato auspicare «Vorrei farvi una domanda» mai seguito da reali questioni dirette, la statua stanca gli ascoltatori, finisce per smettere di rallegrare e anzi infastidisce chi, ben conscio che le domande possono essere scomode, in ogni caso non sarebbe probabilmente mai stato disposto a cedere a un reale confronto. Parrebbe cercare di comunicare qualcosa, la statua, parrebbe cercare di smuovere le coscienze, parrebbe cercare di portare una novità, ma come in una tesi che già al suo interno contiene tracce d’antitesi non si può sapere se questa novità sia positiva o negativa, così come non si può sapere quanto nell’opposizione attiva o passiva che incontra in buona parte del popolo ci sia di ragionata Resistenza e quanto di rifiuto, esattamente all’opposto reazionario, di ogni possibile scintilla di autocoscienza e cambiamento. Per due distinte letture che, partendo da opposta premessa, finiscono per ribaltare e per stratificare ogni ruolo delle parti in causa, ogni scelta individuale, ogni desiderio, ogni atto di fede, ogni passo ad avvicinarsi o allontanarsi dalla statua, dal cespuglio, dalla piazza.
Quella della statua è una parola che da sussurro diventa prima musica, poi reiterazione e infine sgraziato fastidio, in un vacuo ripetersi non solo dell’ossessiva, simbolica e impossibile (non ancora) domanda, ma anche delle reazioni, tutte diverse eppure tutte sconsolanti fra la superficialità e una paura atavica dell’ignoto che rompe la “normalità” quotidiana, delle persone che rifiutano l’interazione con l’inspiegabile, rifiutano di scoprire il fianco, rifiutano – quasi come fossero un registratore rotto – di lasciarsi porre una qualsiasi domanda che possa farli scartare di un solo millimetro dai binari sui quali hanno innestato le proprie vite, i propri pensieri e le proprie coscienze. Anche e soprattutto se questi binari sono linee morte. Ed è proprio nella progressiva perdita di senso della parola, come se anche la forma si dissolvesse nel suo non riuscire a esprimere fino in fondo il contenuto di fronte alla decisione del popolo di non prendere in considerazione la richiesta posta dall’invisibile statua trincerandosi nel dissenso, nel timore di confrontarsi con l’ignoto/l’arte/la Storia e nella presunta consapevolezza di non conoscere la risposta, che si annida tutta l’arcana doppiezza dell’allegoria messa in scena in Square, tutto il suo potere universalizzante da qualsiasi possibile parte lo si prenda. Sta nella fisicità degli astanti richiamati e quasi inebetiti, estatici e immobili di fronte all’aleatorio e quasi astratto canto sublime, sta nella loro danza scossi come erba al vento anche quando «non tutti potrebbero volere che una statua facesse loro una domanda» fino alle proteste di piazza, fino alla decisione comune di non ascoltarla, fino ai tentativi per zittirla, o forse fino all’atto di coraggio di aprirsi, entrare nel cespuglio, ribaltare i ruoli, non avere paura di porre domande alla Storia e alla spiritualità che ogni rottura del “normale” incarna. E in questo senso non è certo un caso che, dal mercatino cinese di Varsavia del parallelismo (im)possibile fra creazione e fruizione, l’unico che riuscirà a raggiungere una nuova e finalmente consapevole comunità sarà proprio l’unico che ci crede tanto intensamente da non accorgersi (più) delle barriere che fermano la regista e superarle così, semplicemente correndo più forte delle ondate reazionarie e delle chiusure. L’unico che ha sufficiente immaginazione, che corre fino all’ultimo residuo di fiato, che sente il richiamo della voce, dell’arte, della metafora. L’unico, forse, che sa andare in profondità senza fermarsi all’apparenza di una rete o alla superficie di una melodia di cui non si ascoltano le parole, ma che finalmente è disposto a rispondere a ogni domanda, a confrontarsi con se stesso, con gli altri, con la società, con l’arte e con la Storia. A cambiare fino in fondo, nell’intimo. In una reale presa di coscienza personale, civile, storica e politica. Quella di cui tutti avremmo bisogno.

Marco Romagna

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