26 Maggio 2017 -

SONO GUIDO E NON GUIDO (2016)
di Alessandro Maria Buonomo

Non siamo una rivista di critica letteraria, quindi non ha senso per noi scrivere dei giudizi su Guido Catalano. Ma una cosa è certa: il suo insieme di poesia e cabaret è una scelta stilistica unica, che riesce a rendere più interessante sia ciò che scrive sia le sue performance teatrali. Insomma, la sua figura carismatica si presta perfettamente al formato documentaristico e dunque alla tipologia di film che devono essere proiettati al Bellaria Film Festival, e il Gran Tour per l’Italia, durante il quale il regista Alessandro Maria Buonomo e la sua crew l’hanno seguito, con i ritmi di un tour di un gruppo rock viste anche le tappe al Locomotiv Club di Bologna e all’Hiroshima Mon Amour di Torino, ha di per sé la forma di una celebrazione egoica di quest’originalità. Detto ciò, presto subentra un’ironia preponderante, che porta Sono Guido e non guido nel reame del mockumentary, prima distruggendo via via la figura dello scrittore, con il rispetto amichevole portato da vari personaggi che vanno da musicisti come Dente o gli Skiantos ai collaboratori più assidui di Catalano, e poi facendo subentrare l’esuberante divertissement di Armando Catalano, fittizio fratello gemello di Guido, vero autore di tutte le sue poesie, affetto da una malattia che lo fa parlare al contrario. Ma se la presenza di Armando da sola non fosse abbastanza assurda per portare il film nel reame della finzione, c’è comunque una notevole quantità di follie stilistiche che, anche nei momenti più seri del film, trascinano Sono Guido e non guido attraverso i carboni ardenti dell’umorismo, con trovate più o meno efficaci, dagli esilaranti e plateali photoshop di Armando nelle foto di famiglia a un contributo d’animazione del fumettista Sio, dalla ricostruzione dell’insospettabile passato punk di Guido con i Pikkia Freud alle pubblicità che appaiono ogni tanto mentre parla Armando, commercial fittizi colmi di riferimenti culturali che passano ad esempio sia per Sherlock Holmes sia per James Bond. Tutte trovate comiche che convivono senza via di scampo in scena nello stesso spazio che magari in quel momento è prevalentemente drammatico.

Era già passato al TFF, Sono Guido e non guido, ed è solo semanticamente giusto vista la grande importanza della capoluogo piemontese nell’immaginario di Catalano – a partire da A Torino non si scherza un cazzo. E Torino è ritratta nel film come un fantasma di passaggio, la “casa” di Armando, che parla attraverso un software chiamato Invertendo (logo parodia della Nintendo) che riesce a registrare l’audio di quello che dice, al contrario. La sua malattia, il cosiddetto fittizio morbo di Kraftor, dalla parola “Kräftor” che in svedese vuol dire “gambero”, pur essendo principalmente una scelta umoristica, parte dalla necessità in realtà semiseria di fare anche un discorso trasversale su Catalano, passando attraverso il tema del doppio nella sua poesia e la deformazione della comunicazione, anche attraverso traduzioni in inglese. Nonostante il poeta abbia detto di sì alla produzione del film solo a patto che il documentario, insieme a raccontare lui, potesse raccontare anche un’altra storia “ganza” (appunto, quella di Armando), per troppo tempo sembra di immergersi in una biografia-tributo quasi pubblicitaria per l’intera produzione di Catalano, all’interno di un film che durando meno di un’ora e mezza sembra comunque colmo di piccole prolissità. Sono Guido e non guido diverte sicuramente, ma forse manca di sottigliezza nel mettere in scena le proprie decisioni stilistiche, non sempre riuscendo a trovare una via precisa tra un mondo (il documentario) e l’altro (la commedia). Il che forse è voluto, vista quest’ambiguità anche nella produzione del poeta, ma forse no – il Plympton di Hitler’s Folly, per esempio, con tematiche molto più forti è riuscito a fare un film più potente e più leggero.

In ogni caso il regista Buonomo è giovane, questo è il suo primissimo film e ogni persona che ha lavorato a Sono Guido e non guido è alla propria prima esperienza nell’ambito del cinema: molte cose all’interno del film sono nate per caso o per sbaglio, improvvisando, ridendo, scherzando. È un film sicuramente comunque da difendere perché, nel trattare un argomento tutt’altro che delicato, mostra una leggerezza modesta che scozza allegramente con l’ironica immodestia del protagonista del film. Tra una risata e l’altra, forse, si può anche scorgere dell’amarezza sincera, anche se i motivi dietro di essa sono messi in fondo, ed è quest’amarezza il motore nascosto del film e di quest’idea di mockumentary urlato, cinema indipendente fatto dai piccoli spazi, dai volti, dalla descrizione dei ritmi di una vita fatta di incontri e piccoli scherzi interni che nascondono tragedie fittizie. Quindi, con un po’ di vitalità e un po’ di spasso, Sono Guido e non guido può essere benissimo visto come un’estensione dell’opera poetica e cabarettistica di Guido Catalano, una mimesi tra la sua poetica e un resa grottesca del cinema del reale, che magari può servire come scalino per Buonomo e per Elianto Films per cercare una nuova forma di indipendenza nel futuro, per uscire da questi tempi bui.

Nicola Settis

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