9 Febbraio 2017 -

OCCIDENTAL (2017)
di Neïl Beloufa

Occidental è un telefono senza fili. È la negazione di una realtà oggettiva in virtù dei punti di vista, perché quando si assiste a un evento ognuno lo vede e lo racconta in una versione diversa, e quando se ne è parte ognuno tira inevitabilmente acqua al proprio mulino. Anche e soprattutto nella Parigi politicamente e socialmente rovente di questi tempi, mentre nelle strade imperversa fra gli abitanti delle Banlieue e la polizia un qualcosa che assomiglia di molto a una guerra civile, mentre lo spauracchio del terrorismo si eleva a rischio reale, mentre dal guscio dei salotti televisivi la politicante di turno minimizza sugli eventi e invita alla calma. In Occidental, nuovo lavoro dell’artista franco-algerino Neïl Beloufa – habitué del MoMa e, contemporaneamente, al sesto titolo da regista fra cortometraggi, documentari e lunghi di finzione – tutti mentono.
Mentono gli ospiti “italiani” e “omosessuali” dell’albergo, ai limiti del ridicolo quando sono impegnati a parlare la lingua di Dante mentre anche fra di loro si esprimono in francese e pronti a fare i cascamorti con qualsiasi donna respiri; mente la direttrice dell’hotel, sospesa fra sospetti, accuse di razzismo, aggressioni, vendette e vecchi scheletri nell’armadio; mente, ma questa volta a se stessa e senza malizia alcuna, la bionda e ingenua giovincella impiegata all’accettazione, persa nei suoi sogni d’amore e nei suoi giochi di seduzioni, nella sua tenera ostinazione a non rendersi conto delle troppe incongruenze e nella sua funzione di narratrice, voce fuori campo a metà strada fra Greta Gerwig e Bridget Jones mentre i terreni che vengono smossi dal film sono invece piuttosto quelli del thriller fra ambiguità e misteri. Tutti mentono, e trovare una risposta univoca è impossibile: Occidental scava nei lati più oscuri, nei contorni sfumati, nelle suggestioni, nelle atmosfere che cambiano e si fanno via via più irrespirabili, bollenti, surreali, distruttive, e solo il fuoco potrà ardere le barriere fra realtà e finzione, o forse nemmeno lui: non c’è una via d’uscita, c’è solo la bugia, c’è solo l’egoismo, ci sono solo i segreti, e i sospetti che questi segreti si portano inevitabilmente in spalla. Ci sono uomini – i falsi italiani – che non sono chi dicono di essere, ci sono uomini – i turisti anglofoni ubriachi nella hall – che non sanno più chi sono, ci sono uomini – l’anziano accompagnato da giovane e formosa – che probabilmente non hanno più chiaro quale sia il proprio posto e cercano di vivere una vita non più loro, esattamente all’opposto di chi è in strada a lottare fisicamente per ottenere i diritti a una normalità che, da troppe generazioni, si vede negata.

Presentato alla 67ma Berlinale nella sezione Forum, Occidental è una partita a scacchi nell’ambiguità, dove tutti hanno qualcosa da nascondere e il termometro sociale non può che farsi sempre più rovente. Sin dal brillante incipit in medias res, che darà circolarità al racconto dicendo già allo spettatore che l’hotel Occidental finirà inevitabilmente a fuoco, il film di Beloufa gioca con i registri e con i generi dialogando apertamente, in tono minore dal punto di vista della costruzione narrativa ma con una ben più condivisibile impronta etica, con Nocturama, ultimo lavoro di Bertrand Bonello, del quale si pone come una sorta di ideale controcampo tematico più pressante e attuale. Dove gli attentatori di Bonello facevano esplodere le bombe per noia, ma senza in realtà sapere/volere spiegare i motivi del loro gesto, per poi rinchiudersi in un centro commerciale di romeriana memoria a farsi tentare dal consumismo fino all’inevitabile tragedia finale, i falsi italiani nell’hotel Occidental vivono ancor di più negli anfratti dell’oscurità politica, umana e sociale.
Nascondono qualcosa, questo è evidente: il loro fare è sospetto fra lattine di Coca Cola trangugiate nella hall mentre in camera c’era una bottiglia intera e piena, sms del quale non sapremo mai il contenuto che corrono da un telefono all’altro con gli effetti audio dell’iPhone a rendere ancor più straniante e losco il carteggio, comportamenti evasivi quando viene chiamata la polizia, momenti di tensione palpabile fra una borsetta da donna rosa che sparisce per riapparire nella loro camera e il loro fingersi offesi per essere stati sospettati lanciando sul tavolo, quasi come fossero un guanto di sfida, 150 euro, “Tanto dove devo andare i soldi non mi servono”. Ma chi sono? Cosa vogliono? Fanno parte di quella percentuale di chi ruba negli alberghi? Sono in qualche modo correlati con gli scontri di piazza che stanno avvenendo sotto le finestre? O sono forse terroristi, come affermeranno forse per boutade tentando di radicalizzare il facchino/barista dell’albergo, corso ma di origine maghrebina? E la direttrice dell’hotel è davvero quel vecchio amore che uno dei due sostiene di ricordare dai tempi della gioventù? In questo senso, Occidental non vuole dare risposte narrative: quello che interessa è fare emergere il mood equivoco, affermare come nella società nella quale viviamo non si possa fare a meno di mentire, mostrare come, quando l’albergo andrà a fuoco, i racconti dell’accaduto fra chi è in strada e dovrebbe essere testimone saranno totalmente differenti, dall’attacco di stranieri al gesto folle di una direttrice ormai fuori di senno, e come queste assolute disparità siano in sostanza inevitabili nelle nebbie della nostra società: non possiamo sapere, solo interpretare.

Neïl Beloufa costruisce un film di atmosfere e suggestioni, una scatola di rimandi pittorici dalla Pietà al cubismo, un gioco di specchi e di trasparenze elegantemente fotografato in un 4/3 asfittico, un interessante lavoro di aspettative negate che non ha paura di abbandonare nel corso della strada la credibilità per addentrarsi ancor di più nell’assurdo di chi si trova impotente di fronte a un’evidenza inspiegabile. È un film simbolico di quadri napoleonici e di riproduzioni della banana di Warhol appesi alle pareti, è un film denso di suggestioni che vagano libere dalla criminalità agli attentati, dalla situazione sociale al dramma d’interni, dal thriller alla commedia surreale, passando per il razzismo o quasi nei confronti degli italiani che “non bevono Coca Cola”, per come l’abito possa o meno fare il monaco, per la sala da cui controllare con le videocamere l’intero albergo, per le mani legate di una polizia che si rende conto che i sospetti della direttrice sui propri ospiti sono con ogni probabilità fondati ma non sussistono prove di alcun tipo per poter procedere, per (squallide) cene offerte come scusa e per non poche sigarette incenerite nella sala fumatori, separata dal resto dell’albergo da un vetro che permette alla macchina da presa di Neïl Beloufa di sfruttare tutti i possibili giochi di rifrazioni.
Occidental è un film bizzarro, paradossalmente interessante anche nel suo essere non totalmente riuscito, nella sua alternanza fra sequenze memorabili e sonore cadute nel kitsch e nel ridicolo involontario – a partire da un deciso problema con il multilinguismo che va da una telefonata che non trova di meglio da dire che “Ci vediamo a Torino e beviamo tanto” fino a una Vivo per lei intonata per dimostrare la propria “italianità” e fischiettata poi dal plotone di polizia in uscita dall’albergo senza poter fare nulla, per passare agli effettacci digitali che arrivano al momento del fuoco, senza dimenticare i ripetuti svenimenti del cameriere o, più in generale, la gestione non sempre ottimale dei tempi comici, così come le derive a volte troppo assurde dell’intreccio. Eppure, al netto dei suoi problemi strutturali, fra Macguffin di hitchcockiana memoria e ambiguità trascinate fino al finale aperto, Occidental vuole essere un film magmatico sull’ambivalenza, che lascia macerare in un interno, mentre fuori imperversano gli scontri sociali, personaggi pervasi da malizia criminale o, al contrario, da un’innocenza talmente radicata e ingenua da finire inevitabilmente per sfociare in una stupidità tenera e civettuola. Come a dire che un vero equilibrio non può (più) esistere, e in questo Beloufa porta pienamente a compimento quelle che erano le sue intenzioni.

In conclusione, Occidental è un film nel quale, per interrogarsi sulla finzione, tutto è falso: le identità, i ruoli, le missioni, e probabilmente anche i sentimenti, piegati alla propria convenienza e alla propria sopravvivenza in un micro-mondo ostile che ognuno cerca di plasmare a propria immagine e somiglianza. Un micro-mondo che Neïl Beloufa, aiutato da un team di sedici artisti, ha costruito personalmente, arredando e trasformando in set/hotel un magazzino nel corso di lunghi anni di progettazione. Occidental è un film imperfetto, caldo e freddo fra ottime intuizioni e pessimi scivoloni di realizzazione, eppure affascinante proprio nella sua enigmaticità, nella sua mancanza di risposte, nel suo gioco fra generi cinematografici ed esseri umani, nella sua tensione crescente e nei suoi non detti, nei suoi riferimenti politici e in quelli artistici, nella sua forza misterica, nebulosa e sfumata, eppure così pregna di suggestioni e di spunti di riflessione. È un film difettoso eppure estremamente interessante, un fuoco che brucia del sentore di inadeguatezza che serpeggia per la Francia e per l’Europa tutta sperduta fra crisi economica e paura dei propri vicini, una riflessione sul sospetto e sui segreti che emerge fra dialoghi assurdi e conclusioni ancor più insensate. Del resto qualcuno, da Charlie Hebdo al Bataclan, passando i camion lanciati su Nizza e Berlino, può davvero dire di poter trovare un senso compiuto in questo momento storico e sociale?

Marco Romagna

“Occidental” (2017)
73 min | Drama | France
Regista Neïl Beloufa
Sceneggiatori N/A
Attori principali Anna Ivacheff, Idir Chender, Paul Hamy, Louise Orry-Diquéro
IMDb Rating N/A

Articoli correlati

MY HAPPY FAMILY (2017), di Nana & Simon di Marco Romagna
JE ME NE SOUVIENS DE RIEN (2017), di Diane-Sara Bouzgarrou di Marco Romagna
'77 NO COMMERCIAL USE (2017), di Luis Fulvio di Erik Negro
L’AMORE SECONDO ISABELLE (2017), di Claire Denis di Elio Di Pace
LE RÊVE DE NIKOLAY (2017), di Maria Karaguiozova di Erik Negro
COLO (2017), di Teresa Villaverde di Erik Negro