3 Ottobre 2020 -

MISS MARX (2020)
di Susanna Nicchiarelli

Presentato in concorso alla 77esima edizione della Mostra Cinematografica di Venezia, Miss Marx è il secondo biopic in costume di Susanna Nicchiarelli, con cui la regista romana tenta di comporre il ritratto dell’ultima figlia di Marx, Eleanor detta Tussy. Una donna fortemente moderna, coraggiosa oratrice e scrittrice infaticabile, un’intellettuale raffinata e sensibile dotata di notevole empatia, che sceglie una vita per l’epoca del tutto anticonformista convivendo con il suo amato, l’attivista politico Edward Aveling, al di fuori dei vincoli matrimoniali, e divenendo portavoce di una lotta proletaria e al contempo femminista. All’interno di quella che lei stessa definisce una «tirannia degli uomini», Eleanor Marx si staglia per il suo animo caritatevole, per il suo sguardo illuminato e aperto a tutto ciò che è umano, e quindi, per sua ovvia natura, fallace. La vita dell’ultima figlia di Marx offre alla regista l’occasione di riflettere sull’emancipazione femminile nelle sue svariate forme, denunciando quell’oppressione intima e quotidiana, fondata su ruoli immutabili, consolidati da una società e una cultura fortemente patriarcali impregnate di un deleterio maschilismo. Eppure il film si rivela un’occasione sprecata, un melodramma vuoto di introspezione, inadatto a coinvolgere e commuovere. La statura morale e il ruolo rivoluzionario di Eleanor appaiono sminuiti dalla scelta di descriverla in rapporto agli uomini che ne hanno plasmato la vita e che rimangono, di fatto, marginali espedienti narrativi. La Nicchiarelli costruisce una narrazione basata sull’archetipico, ormai superato, degli opposti uomo-donna, disegnando un’eroina a tratti punk e un antieroe stereotipato e affatto approfondito, senza riuscire a comunicare la reale impotenza della protagonista, il cui gesto finale appare forzato e privo di giustificazione.
Miss Marx non ha convinto nessuno: gli uomini si sono sentiti immeritatamente attaccati o si sono per lo più annoiati, e le donne confuse da una narrazione priva di vigore e raffazzonata. Del resto, il film manca totalmente di coerenza stilistica: la regista abbina una rappresentazione della vita domestica della società vittoriana, dalla scenografia e i costumi piuttosto curati, a una colonna sonora punk sulle note dei Downtown Boys e dei Gatto Ciliegia contro Il Grande Freddo, nello sforzo di sottolineare il carattere moderno della protagonista in una cifra stilistica che molto ricorda la Marie Antoinette di Sofia Coppola (2006), ma che alla fin fine si rivela assai meno efficace. Cercare di forzare in chiave moderna un personaggio storico ne limita di fatto la profondità, la forza narrativa, tale in quanto proprio fortemente vincolata dalle contraddizioni dell’epoca. La continua incursione del moderno nel film, inoltre, priva gli spettatori di uno dei più grandi piaceri per gli appassionati del genere: la rappresentazione, quanto mai fedele, di ambienti e epoche storiche a noi lontane, e proprio per questo più affascinanti. Sembra che la Nicchiarelli, attraverso anche l’utilizzo di immagini d’archivio di lotte operaie, non necessariamente coeve ma appartenenti a un’epoca successiva, voglia invece influenzare lo spettatore, oscurando il personaggio e non permettendogli di emergere. Il tentativo di mettere in una chiave di lettura moderna chi fu così fortemente calato nella propria epoca priva il film del suo giusto fascino, del valore storico che i film in costume spesso esprimono raffigurando un’umanità che, pur distante nel tempo, ha vissuto passioni, lotte, dolori in cui possiamo riconoscerci. I continui sbalzi narrativi tra i flashback dell’infanzia di Eleanor e le immagini di repertorio creano continui spostamenti tra una dimensione più intima e una più storica, lasciando però la prima in secondo piano. La regista fa ripetute incursioni nelle straordinarie vicende della vita della protagonista, ma senza alcuna linearità e coerenza narrativa, spostandosi continuamente dall’intimo al didascalico. Persino l’introspezione e la rappresentazione dei sentimenti vengono sostituite dai monologhi di Eleanor che parla in macchina di questioni sindacali, e denuncia, con apparente lucidità ma nessun particolare acume, l’oppressione di genere di cui la sua stessa vita è emblema.

Come la giovane Miss Marx, spirito indipendente, donna infaticabile dai forti ideali, giunga al suicidio per un uomo meschino e scialbo, rimane cosa oscura, quasi incomprensibile allo spettatore cui non viene data la possibilità di seguirne i moti dell’animo, il dramma più intimo. La crescente disillusione di Eleanor nei confronti della figura paterna che si rivela, dopo la morte, ben diverso dall’intellettuale moralmente ineccepibile che lei stimava, e la profonda amarezza alla scoperta dei tradimenti e delle menzogne dietro il presunto grande amore dei genitori, vengono relegate a pochi momenti di pathos, per lo più isolati e ancor meno approfonditi. La progressione drammatica che porta inesorabilmente la protagonista al fatidico gesto finale, già profetizzato più volte durante il film, risulta soffocata dagli esperimenti stilistici della regista. La bravissima Romola Garai, attraverso una recitazione contenuta e malinconica mantenuta per tutto il film, incarna un personaggio costretto da gabbie sentimentali e melodrammatiche, appesantita dagli ampi scialli che le circondano le spalle e per lo più chiusa in interiors dalle tinte scure e claustrofobiche. Un personaggio che raramente si lascia andare alle proprie passioni, se non per mezzo della sublimazione dell’arte, del teatro per lo più, o cercando stati di alterazione attraverso l’assunzione di oppiacei e droghe. La pregnante natura teatrale della narrazione, brevemente interrotta da uno spettacolo di marionette per bambini e dalla rappresentazione di Casa di Bambola di Ibsen in cui la stessa Eleanor interpreta la ribelle Nora, sembra suggerire che solo nell’arte e a teatro, sul palcoscenico, si possa esprimere ciò che nella vita rimane taciuto o deve rimanere in silenzio. Un’ oppressione che si percepisce non solo nella protagonista, ma in tutto il film, che non raggiunge mai i livelli che sembra promettere.
Eleanor Marx, nonostante l’emancipazione e lucidità interiore, non riesce ad affrancarsi da un’oppressione culturale, da una stagnante dipendenza affettiva, rimanendo prigioniera di una relazione tossica che la logora dall’interno, vittima di un maschilismo immobile e quasi immutabile. Non basta la scena finale in cui la protagonista si scatena, sotto l’effetto di oppiacei, in stile Courtney Love sulle note di Dancing in the Dark di Springsteen, a farne un’eroina punk, una femminista ante litteram. Il tragico gesto finale dovrebbe significare una sorta di scelta liberatoria, l’estremo affrancarsi dall’oppressione più o meno diretta da quelle figure maschili che hanno condizionato tutta la sua esistenza, il padre e il compagno, come preannunciato nell’adattamento di Casa di Bambola Aggiustata scritto dallo stesso Aveling. Ma non vi è nulla di liberatorio o romantico nel gesto di Eleanor, solo il segno ineluttabile di una sconfitta che non viene spiegata, ma solo drammaticamente riportata, in contraddizione con l’energia e la lucida consapevolezza della protagonista. Solo due sono i momenti in cui Eleanor si abbandona a una disperazione che sembra logorarla dentro: quando scopre la relazione extraconiugale del padre e quando legge una di lui lettera d’amore alla madre, forse rendendosi conto, per la prima volta, del fallimento della propria vita affettiva. Quella che dovrebbe essere una progressiva presa di coscienza, una parabola di disillusione e al contempo di affrancamento tutto femminista da imposizioni culturali e ingombranti influenze familiari e affettive, sfocia in scene di isteria da melodramma in contrasto con la pur malinconica accettazione del tutto da parte del personaggio durante il corso del film. La Nicchiarelli intendeva rappresentare un percorso di affrancamento e di autoaffermazione, da parte di una donna che combatte, piuttosto lontana dalla tipica eroina Vittoriana, ma la sua Eleanor risulta più che altro una succube, e i suoi drammi interiori rimangono di fatto ben poco approfonditi. Diversamente dalla Nora di Ibsen, Eleanor non si ribella al giogo del suo destino amoroso, ma sceglie una morte da feuilleton, similmente a quella Madame Bovary, la cui fine aveva tanto disprezzato. La Nicchiarelli racconta dunque la storia di un fallimento. Un fallimento incomprensibile, che per noi spettatori rimane alla fine solo quello del film.

Anna Chiari

“Miss Marx” (2020)
Biography | Italy / Belgium
Regista Susanna Nicchiarelli
Sceneggiatori N/A
Attori principali Romola Garai, Patrick Kennedy, Felicity Montagu, Karina Fernandez
IMDb Rating N/A

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