11 agosto 2017 -

METEORLAR (2017)
di Gürcan Keltek

Molte volte lo spazio di esercizio di un conflitto è impossibile da rappresentare, o meglio, l’immagine che si propaga ne diventa quasi irrimediabilmente la sua discreta costruzione e non ne definisce una possibile direzione. In questo spettro senza dubbio trova spazio la metafora, come se potesse condensare piani di realtà diversi in un qualcosa di prettamente simbolico, che possa unire lirismo e significato. In Meteorlar di Gürcan Keltek è il contesto a esigere spazio, è il luogo che chiede di poter comunicare e allo stesso tempo è la natura a renderci partecipi della vita mentre noi rischiamo di affondare (nelle immagini, come nel mondo). Un film che lavora sui limiti sempre visibili dell’astrazione, ma che potrebbe rappresentare un manifesto di ciò che prova il popolo più inviso al regime turco. Siamo in Kurdistan, forse l’ultima sacca di resistenza (politica, ideologica e anche creativa) al regime di Erdogan, dove il popolo vorrebbe essere ascoltato, e forse ripreso, nella sua azione unitaria e continua di espressione contro l’autorità. Siamo nel 2015, poco tempo è passato, ma già necessaria parrebbe una barriera di storicizzazione, visto che quello è stato l’anno dei riot come della meteora e di mezzo si è verificato il tentativo di (auto)colpo di stato più clamoroso del nuovo secolo, almeno in Europa.

Il Kurdistan (qui precisamente le regioni curde dell’Anatolia orientale, Monte Nemrut) è uno spazio che ci pare inaccessibile, filmato in un inusuale bianco e nero ad alto contrasto e a bassa definizione, un luogo dove gli animali si nascondono con i soldati tra la boscaglia poco fitta e lì convivono, fino a quando i viventi più intelligenti (o almeno cosi parrebbe) riescono a sopraffare gli altri in un’improvvisata battuta di caccia. Il nostro occhio è come se fosse appoggiato a un un visore, come se dovessimo consumare le distanze, rendendo questa porzione di natura splendida quanto violata (e violante) in una texture intrallacciata di macchie e riflessi. A completare la topografia di questo terrore giunge poi il cielo, anch’esso violato, che muta respiri e si lascia attraversare dalle nuvole come dai fuochi d’artificio, fino all’arrivo dei bombardieri colonizzatori. In questi primi capitoli del film la realtà è amplificata, scarnificata e deformata, i suoi brandelli ne riflettono i contrasti e aprono a una documentazione. I riot, quelli dei ragazzi che non osservano il coprifuoco e sono in strada a guerrigliare, anch’essi animali legati alla sopravvivenza, anch’essi su di un crinale scosceso (è probabilmente la prima volta che vediamo immagini in diretta, e dall’interno, di scontri dal fronte curdo/turco). Come se fosse una rete di testimonianze a scrivere la Storia, e condensarne l’energia in uno spazio di espressione e rivendicazione. C’è il paese in festa e a fianco le rovine adagiate sul passato, ci sono le parole della scrittrice Ebru Ojen e gli abitanti che corrono sotto il cielo perché qualcosa sta succedendo. Ecco la meteora, corpo materico e simbolico di questo processo, nella sua polverizzazione contro gli strati dell’atmosfera. Una scomposizione infinita di fotogrammi e di frammenti, sempre più vicina alla meteora, sempre più indefinita l’immagine, qualcosa che ha la forma dell’estasi ed allo stesso modo del terrore. Sempre più stretti ad uno sfaldamento romantico, quanto drammatico, della materia.

C’è la dolcezza di una civiltà antichissima che tenta di salvarsi dall’oblio, preservandone il ricordo di ogni singolo frammento. Questo probabilmente è il senso più profondo del film di Keltek, traslando l’osservazione tra natura e civiltà, rivendicando leggi che dovrebbero​ regolare l’una e l’altra, ma che spesso non trovano nessuna applicazione. Le divinità dimenticano e sono dimenticate, come l’astrazione che esige una concretezza per la propria essenza – la scia che lo stesso uomo lascia prima di scomparire. Lo straordinario impatto estetico di quest’opera avvolge l’occhio e ne ribalta spesso la percezione, l’impatto sonoro (soprattutto quello diegetico) precede spesso l’immagine, come il tuono che annuncia il fulmine. Sono le metafore a strutturare questo stralcio di realtà, proprio come le meteore hanno dato origine alla vita. Qualcosa per strada si perde, anche per qualche scelta senza dubbio ammiccante, ma sembra proprio l’immagine a salvare e superare il film stesso nella sua urgenza pulsante ed ancora indecifrabile. Nel caos del cosmo occupiamo uno momento estremamente più espanso nel tempo, rispetto a quello dedicato a noi nello spazio; così anche la meteora (così come anche i riot) appartiene a questo ordine di finitezza apparente. Nel paradigma continuo che sta tra lo stupore del gioco del soggetto e l’analisi critica dell’oggetto, Keltek segue la via della ricostruzione, l’unica possibile. Proprio quella delle meteore che indicano una direzione ma poi svaniscono, lasciando un’altra apparenza, quella di una possibile rivelazione, abbandonando il viaggiatore al proprio destino. Come il popolo curdo costretto a lottare contro un destino non proprio. Così sia, di paure e desideri.

Erik Negro
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