9 agosto 2017 -

DID YOU WONDER WHO FIRED THE GUN? (2017)
di Travis Wilkerson

Se An injury to one (2002) era una riflessione anarchica sulla rivoluzione industriale e sulla sua corruzione e Machine gun or typewriter? (2015) era una storia d’amore post-apocalittica in un mondo irriconoscibile, allora Did you wonder who fired the gun? è probabilmente il compimento di un discorso, che contiene in sé riflessioni sul mezzo audio-video e sul mondo circostante, penetrando, forse mai così tanto, nel sangue e nella carne della tradizione della famiglia del regista Travis Wilkerson, che con questo suo ottavo lungometraggio (e sesto documentario) giunge nel Concorso Internazionale del settantesimo Locarno Festival portando forse il film più sperimentale della competizione, quello più formalmente anticonvenzionale, quello destinato di più a far pensare, più o meno come fu l’anno scorso Correspondências di Rita Azevedo Gomes. È un’opera forse più monotematica delle due precedenti citate poc’anzi, meno atta forse alla costruzione definita di un’ideale cinematografico – ricordiamo lo spezzone di contrasto audio-video di An injury to one e la commovente dedica a Chris Marker con cui si conclude Machine gun or typewriter? – ma più semplicisticamente concentrata sulla penetrazione all’interno di un soggetto preciso e specifico: il razzismo negli Stati Uniti d’America. Wilkerson ne decostruisce i presupposti e le certezze lavorando all’interno della propria intimità, scavando verso il sospetto che il suo bisnonno S.E. Branch, morto l’anno in cui il regista è nato, abbia assassinato l’afroamericano Bill Spann; e di qui segue una vera e propria indagine che sembra finire per essere pericolosa e minacciosa per la vita del regista stesso. L’indagine si muove su vari piani, sia a livello stilistico sia a livello storico vero e proprio: c’è la famiglia di Wilkerson, che viene spesso scoperta e riscoperta anche attraverso legami casuali (es: esiste un’unica foto del regista col bisnonno, e il regista aveva in essa la stessa età che ha adesso la sua figlia più piccola) o soprattutto attraverso filmati di famiglia in 8mm, ma c’è anche la geografia del territorio statunitense, canzoni di Peter Green dei Fleetwood Mac, e spezzoni cromaticamente distorti da Il buio oltre la siepe (1962) di Robert Mulligan, come a voler mettere in discussione l’eroe letterario e cinematografico Atticus Finch dal volto di Gregory Peck. Un eroe che va analizzato e riscoperto, ricompreso, rimesso in scena finché non svela la propria verità, una verità “americana” più cupa che è quella che traspare dal romanzo Va’, metti una sentinella (2015) di Harper Lee, sequel del buio oltre la siepe originale che però l’autrice scrisse precedentemente per una pubblicazione poco prima della sua scomparsa. Ma vi è anche altro, a partire dalla descrizione dall’interno dell’attivismo e della ri-discussione del razzismo, fino a parlare poi anche del razzismo come solo una parte di una violenza e di un odio generalizzati e insiti nell’uomo (con il regista che condanna il bisnonno e in generale il suprematismo bianco che scorre tra alcuni suoi parenti secessionisti).

Giustamente, visto che il film si pone come lucida analisi delle problematiche legate alla tradizione, il film non è particolarmente derivativo e si pone come viaggio personale in uno stile tutto unico e individuale. Wilkerson distorce l’immagine, riempie lo schermo con riprese in bianco e nero apparentemente non-sequenziali ma puramente evocative, tra le quali la più potente e indimenticabile è probabilmente la carcassa di un cervo che viene sbranata dagli insetti. Alcune inquadrature sono spesso distorte con un’irrealistica e poetica color correction, e il punto di vista di una macchina che va in avanti sembra non trovare mai un proprio compimento, una propria tappa, con l’asfalto che non finisce mai e l’orizzonte che diventa irraggiungibile. Interviste, visite a luoghi che sembrano infestati dai fantasmi degli omicidi razziali del passato e letture di lettere sono il punto focale dell’operazione, con svariati stacchi musicali che si muovono sulle note di Hell You Talmbout di Janelle Monáe, cantante R&B e attrice in svariati film legati alle sottili tematiche delle problematiche razziali negli Stati Uniti, incluso Moonlight (2016) di Barry Jenkins. La canzone urla e spacca lo schermo con un ritmo da protesta, invitando lo spettatore a “dire i nomi” di una serie di afroamericani rimasti uccisi da un odio universale, spietato, primitivo, razzista. Le parole stesse della canzone appaiono, nere su di un bianco accecante, il bianco della pelle dell’odio sorpassato dal nero della pelle del tentativo di rivoluzione. E l’ultimo nome che dovremmo pronunciare è ovviamente quello di Bill Spann. Ma Wilkerson, pur essendo un attivista sia attraverso l’arte sia attraverso la propria persona, si muove sui binari dell’autoanalisi nel momento in cui, facendo il film, si ritrova a riprendere le lapidi anonime dei neri ad Abbeville in Carolina del Sud, con la coscienza che sotto una di esse ci sarà Spann. E sotto altre, forse, altri neri assassinati dal bisnonno; chi lo sa, è tutto un mistero, un mistero triste e oscuro come lo Strange Fruit della straziante canzone di Billie Holiday, un mistero che porta il regista appunto a rivedere se stesso e la propria posizione, fino a fargli pronunciare una frase che è più o meno la seguente: «Due famiglie, una nera, una bianca. Una sotterrata in un cimitero senza un nome, l’altra che la filma». In ciò, il regista vede del razzismo, vede un distacco tra sé e Bill Spann che Wilkerson assolutamente non vuole ma dal quale non può scappare. La sua ricerca di un riconoscimento attraverso il cinema non sembra riuscire a mettere da parte l’allontanamento tra macchina da presa e oggetto della macchina da presa, e in ciò pare rivelarsi un aspetto tragico del mezzo cinematografico, che Wilkerson ammirabilmente decide di non analizzare troppo, probabilmente per lasciare maggiore spazio alla propria intimità senza diventare cerebrale.

Il film probabilmente è autoesplicativo, in un certo senso. La voce narrante del regista sembra esprimere tutto dal suo punto di vista (o, meglio, di visione), passando dall’immaginazione all’analisi, dall’indagine alla distruzione di essa, e finendo per lavorare soprattutto sulla distinzione precisa tra audio e video, tra complessità grafica e narrazione, con l’apice negli ultimi intensi 20 minuti nei quali il regista legge lettere che ha ricevuto da sua madre e da due sue zie riguardanti l’atteggiamento misogino e violento del bisnonno anche all’interno dell’ambiente domestico. Il film si appesantisce attraverso l’autobiografia più approfondita, smette di essere un documentario e diventa un sogno, o addirittura un incubo. E in questa sottocutanea ma immediata alienazione, permane tra le righe e nel non-visto del fuori campo un invito a lottare e a manifestare, un invito doveroso, non tralasciabile.

Nicola Settis

“Did You Wonder Who Fired the Gun?” (2017)
90 min | Documentary | N/A
Regista Travis Wilkerson
Sceneggiatori N/A
Attori principali N/A
IMDb Rating 7.4

Articoli correlati

SLEEP HAS HER HOUSE (2017), di Scott Barley di Marco Romagna
EX LIBRIS: NEW YORK PUBLIC LIBRARY (2017), di Frederick Wiseman di Erik Negro
NOTHINGWOOD (2017), di Sonia Kronlund di Marco Romagna
ELECTRO-PYTHAGORUS (A PORTRAIT OF MARTIN BARTLETT) (2017), di Luke Fowler di Erik Negro
THE REAGAN SHOW (2017), di Sierra Pettengill e Pacho Velez di Erik Negro
GRANDEUR ET DÉCADENCE D'UN PETIT COMMERCE DE CINÉMA (1986), di Jean-Luc Godard di Erik Negro