15 Maggio 2016 -

MEAN DREAMS (2016)
di Nathan Morlando

È curioso come Mean Dreams, opera seconda del cineasta canadese Nathan Morlando presentata a Cannes 2016 in Quinzaine des Réalisateurs, suggerisca già dai titoli di testa il motivo per il quale funzionerà solo parzialmente. Nelle carrellate che procedono per i campi e le cascine di un Canada rurale e primigenio, il regista opta infatti per un’indefinitezza che dai bordi dell’inquadratura procede verso il centro. È una sorta di sfocatura, è una sorta di viraggio, è una sorta di negativo in alternanza di tonalità calde e fredde, quelle degli alberi colorati dall’autunno, quelle del lago che rispecchia placido il bosco, quelle della banchina di legno che osserva immutabile il corso della natura. Un’indefinitezza, si diceva, che piuttosto che complessità sembra quasi suggerire, fin dalle primissime battute, confusione. La stessa confusione concettuale e narrativa che attanaglierà buona parte della narrazione, fra forzature, lungaggini, una miriade di snodi di trama e contenutistici che faticheranno a collegarsi fra di loro e ad andare in affondo. In Mean Dreams, la carne al fuoco è indubbiamente tanta, ma a mancare è una direzione ben definita, è un’idea forte alla base, è la capacità di tirare le somme al di là del puro intrattenimento, anzi incappando non di rado, anche sotto il più superficiale punto di vista, in eventi poco credibili. Morlando gioca a mescolare: mescola i generi, dal coming of age fino al thriller, dal melodramma al western, passando per la critica – o anche qualcosa in più della critica, in sostanza il vero argomento del film – a una polizia corrotta e intoccabile; mescola le realtà, dal contadino allo sceriffo, dalla fuga nel bosco dei giovani amanti alla vendita troppo semplice di armi da fuoco; mescola le istanze delle singole sequenze, dalla tensione nascosti all’interno di un portabagagli ai (troppi) sentimentalismi, con tanto di lacrimuccia di lui quando lei racconta della morte della madre, sbandierati al limite del ricattatorio. Riuscendo quindi, fra buone intuizioni e scivoloni, a fare centro solo a intermittenza, troppo impegnato a procedere per accumulo per riuscire ad arrivare davvero da qualche parte.

La sedicenne Casey, orfana di madre, è costretta a trasferirsi con il padre poliziotto nelle campagne dell’Ontario. Conoscerà ben presto il giovane Jonas, anima semplice figlia di contadini, e fra loro nascerà una (sulla carta, sullo schermo un po’ meno) tenera amicizia. Ma, dopo un incipit sospeso fra un insopportabilmente melenso coming of age romantico e un invece efficace lavoro di mappatura della società contadina dell’Ontario, il padre di Casey, interpretato da un Bill Paxton quanto mai imperturbabile e spietato, si scoprirà presto essere un poliziotto corrotto, alcoolizzato, spacciatore, assassino, in combutta con uno sceriffo altrettanto ripugnante. E il film cambia, e trova i suoi momenti migliori fra scambi di sguardi e battute davanti a tramonti di chiara ispirazione western e una lunga sequenza ai limiti del thriller al culmine della quale Jonas, nascosto nel bagagliaio del pick up di Paxton, riuscirà a sottrargli una valigia piena di denaro. Poi però, puntuale e inevitabile, giunge la terza fase del film, quella della fuga d’amore dei novelli Romeo e Giulietta, una fuga fra i boschi e nei motel, tallonati da due cattivoni in divisa alle calcagna e un amore drammaticamente schematico che nasce all’orizzonte. E si ritorna alle melensaggini degne del peggior Harmony, si ritorna alle forzature, si ritorna ai cliché: la macchina si inceppa nuovamente, e fino alla fine. Potremmo parlare, ad esempio, di quando il giovane, ferito da un vetro, riesce a rubare l’auto allo stesso sceriffo che lo aveva appena disarmato, oppure di quando il doppiogiochista viene a sua volta giocato con qualche prevedibilissima goccia di valium nel caffè, per non dire di quando Jonas, ricucito sommariamente sul sedile posteriore da Casey dalla brutta ferita al ventre, il mattino dopo si alzerà con la maglietta sporca di sangue, ma in sostanza come nuovo.

Prima di tutto, Mean Dreams vorrebbe essere la storia di un amore difficile e disperato, il romanzo di formazione di due giovani innamorati, la loro coesione e fuga come unico modo per recidere un cordone ombelicale drammaticamente invadente, il loro vagare nel bosco come necessario ritorno alla natura di fronte alla disperazione della vita. Vorrebbe essere un film dicotomico, sospeso fra la felicità estatica del primo amore e le atmosfere quasi orrorifiche di una situazione familiare insostenibile, di una caccia all’uomo spietata, di un mondo di doppiogiochisti e inganni e di una pistola nascosta sotto terra come unica e terribile via di fuga. Vorrebbe essere un film politico sull’intoccabilità e sul potere delle mele marce all’interno delle forze dell’ordine, e forse per estensione sulla società tutta. Vorrebbe essere tante cose, Mean Dreams, forse troppe. E invece non riesce ad andare in profondità nemmeno in una, si perde nella propria frammentarietà, si nutre di stereotipi, non riesce ad affondare nel cuore né tantomeno nella mente. L’opera seconda di Nathan Morlando è un film che vorrebbe. Ma non può. Troppo freddo, calcolato e insincero per emozionare, troppo goffo in diverse scelte narrative per essere credibile. Peccato, perché la sinossi sarebbe stata potenzialmente interessante e almeno un paio di sequenze rimangono sinceramente nel cuore. Ma non basta per fare un film.

Marco Romagna

“Mean Dreams” (2016)
Thriller | Canada
Regista Nathan Morlando
Sceneggiatori Kevin Coughlin, Ryan Grassby
Attori principali Sophie Nélisse, Josh Wiggins, Bill Paxton, Colm Feore
IMDb Rating N/A

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