4 Settembre 2017 - e

CHARLEY THOMPSON (2017)
di Andrew Haigh

Potremmo chiamarlo, per fare una parafrasi giocosa, L’ometto di Laramie.
Il terzo lungometraggio di Andrew Haigh, intitolato in versione originale Lean on Pete (che poi è il nome del cavallo protagonista della vicenda, ribaltato nell’edizione italiana nel nome del giovane protagonista Charley Thompson), ci è parso purtroppo più debole dei lavori precedenti, il folgorante esordio Weekend e l’opera seconda 45 Anni, in concorso a Berlino due anni fa.
Laddove nei film precedenti la mano di Haigh, muovendosi in un territorio – inteso proprio geograficamente, l’Inghilterra – ben noto, dispiegava un tocco autoriale fatto di atmosfere suggerite, di un accarezzamento delle situazioni molto ben governato e consapevole, con Charley Thompson / Lean on Pete si ha il sospetto di trovarsi di fronte a un film “turistico”, una storia con cui il regista ha voluto mettere le proprie indubbie e inattaccabili virtù di metteur en scene al servizio del romanzo di formazione americano affondato in un’estetica consolidata della frontiera, degli spazi aperti, del paesaggio, della provincia e della periferia che sembra però non riguardarlo fino in fondo. Qualcosa che non gli appartiene. Qualcosa di meno viscerale, e quindi meno necessario.
Charley Thompson racconta un momento cruciale della crescita del giovane Charley, 15enne abbandonato dalla madre insieme a un padre affettuosissimo ma non totalmente affidabile, un ragazzone non abbastanza maturo, viveur di bassa lega che finisce ancora – alla sua età – col mettersi nei guai. Charley (interpretato da un ragazzo assai promettente chiamato Charlie Plummer, che non è nipote di quel nonno, non c’è nessun grado di parentela, anche se una vaga somiglianza – sarà la suggestione – è riscontrabile) è mosso costantemente dal nobile istinto al lavoro.
Ne trova uno presso Steve Buscemi, che interpreta Del, cadente, volgarotto, imbolsito allevatore di cavalli senza scrupoli: li fa correre, li riempie di stimolanti, li fa cavalcare dalla fantina Chloë Sevigny, spera che vincano, se va bene intasca dei soldi, se va male vende il cavallo, senza rancore.

Mai, e dico mai, affezionarsi a un cavallo.
Però è proprio quello che succede a Charley Thompson, che si dà tanto da fare ma poi conosce lui: Lean on Pete, un destriero che in pista sta per sparare le sue ultime cartucce. La prossima corsa potrebbe anche essere l’ultima: se perde, lo aspetta il Messico con l’annessa macellazione.
Charley e il cavallo Pete diventano grandi amici: nella fiducia che l’animale ripone nei suoi confronti, Charley intravvede il riconoscimento vero per il duro lavoro che fa per sopravvivere. Il cavallo sopperisce alle sue carenze affettive, e in effetti a Charley ne capita davvero di ogni, dalla rottura del furgone al ristorante non pagato, dagli incontri più disparati e perigliosi fino alla morte di un padre lasciato a casa ferito, ma apparentemente non in pericolo di vita. Approdando quindi ai sensi di colpa, inevitabili, di chi non c’era.
Sta di fatto che il momento – un po’ telefonato – della fuga col cavallo arriva puntualissimo, e lì Haigh può soddisfare la propria smania di campi lunghi in prateria, cercando un afflato a metà strada fra il grande romanzo di formazione americano e la Nouvelle Vague del suo Charley/Antoine Doinel, ma trovando in sostanza un road movie atipico, interessante, anche solido, ma dal retrogusto un po’ stantio, privo di particolari guizzi o, al contempo, esagerato nella sua sovrabbondanza di eventi quasi sempre negativi che stravolgono in continuazione la vita del protagonista. E, non il ultimo, più che velatamente moralista e retorico nel suo rimanere proteso verso un ambientalismo/animalismo (che sta diventando leit-motiv di Venezia74) condivisibile quanto si vuole, ma qui un po’ troppo “imboccato”, “facile”, ridondante.

L’epilogo del film è conciliante, forse giustamente, poiché arriva dopo un bolero dolorosissimo di circostanze violente fra le quali la perdita di Lean on Pete sotto un’auto in corsa e il ritorno a una madre non vista per parecchi anni, che per Charley rappresentano le stazioni dove si paga il pedaggio per la strada dell’età adulta. Che, come abbiamo anticipato, potrebbe avere come destinazione Laramie.
In sostanza, Haigh ha preferito, con il suo terzo film, provarsi in una storia con cui esercitare istinti cinefili, al servizio del quale mettere le proprie indiscutibili capacità di narratore per immagini, con una regia ordinata e senza sbavature. Ha saputo dialogare con i suoi attori, o almeno è riuscito a tirare fuori da questo ragazzo, che regge il film sulle sue spalle, un’interpretazione potente, che gli spianerà la strada per un luminoso futuro. Centrando anche diversi punti di interesse, dal rapporto di Charley con i suoi sostanziali due padri (quello biologico e Dan) e le sue sostanziali due madri (quella biologica e la fantina) alla ricerca di se stesso e di un ruolo nel mondo, da una missione (fallita) di salvataggio di un affetto ai rulli di pittura perché serve un lavoro per mangiare, dalle spalle che vengono voltate alle reazioni violente, dal mondo delle corse (con annessi doping e ipocrisie) agli sterminati passaggi d’America. Eppure, nel suo cinefilo volersi porre a metà strada fra film europeo e film americano, a dispetto della centralità del suo giovane e magnifico protagonista per il quale il Premio Mastroianni è a questo punto quasi scontato, questa volta a Haigh parrebbe mancare parte di quella sensibilità emotiva che aveva reso i due lavori precedenti così importanti, innalzando forse oltre misura le aspettative per questo.
Charley Thompson non è affatto un “brutto” film, e anzi dimostra idee solide, passione cinefila e umana, capacità tecniche indiscutibili e la sincera meraviglia dell’occhio europeo che si ritrova davanti alle sterminate piane americane. Se fosse di un giovane autore, magari esordiente, probabilmente lo sosterremmo a spada tratta. Ma, da un autore già affermato e apprezzato come Andrew Haigh, sembra che manchi qualcosa: in Lean on Pete (continueremo fino alla fine a preferire il titolo originale a quello scelto dalla distribuzione italiana, con la sua centralità del cavallo al contempo soggetto e oggetto fondamentale per la crescita di Charley) si entra più a fatica del solito, e (troppo) volentieri ci si esce, senza quel turbine di emozioni che Haigh sa perfettamente portare sullo schermo. Ma, anche in un lavoro leggermente minore, il talento è cristallino, e le speranze e le attese per il prossimo lavoro di un regista del genere non possono che rimanere intatte.

Elio Di PaceMarco Romagna

“Lean on Pete” (2017)
Drama | UK
Regista Andrew Haigh
Sceneggiatori Andrew Haigh, Willy Vlautin (novel)
Attori principali Travis Fimmel, Amy Seimetz, Chloë Sevigny, Steve Buscemi
IMDb Rating N/A

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