5 Settembre 2017 -

LOS VERSOS DEL OLVIDO (2017)
di Alireza Khatami

Un film è prima di tutto un luogo pensato, visto, girato. Questa piccola storia di memoria ed affetto, particolare quanto affascinante, sarebbe potuta germogliare prima in Iran, poi in Turchia, e invece si è ritrovata nel destino in un altro continente; rispostata come se fosse in un certo senso strappata dall’idea e impiantata nello spazio cileno, in cattività. In realtà per l’osservatore tutto ciò non è comprensibile proprio perché le radici di Los versos del olvido, primo lungometraggio del regista iraniano di nascita ma ormai stabilito fra USA e Francia Alireza Khatami, presentato a Venezia74 nella sezione Orizzonti, sono essenzialmente legate alla cultura sudemericana, dalla narrazione alla simbologia, profonde quanto indissolubili. Siamo in un paese remoto del Cile più sconosciuto, dove un anziano custode, pensieroso e apparentemente strambo, lavora solitario al suo obitorio, sempre più vuoto perché il nuovo in città si è portato via tutto il lavoro (i morti). Possiede una memoria spaventosa quanto la sua libreria, ma non riesce proprio a ricordare i nomi (a iniziare dal suo) di chi in quel cimitero va ad abitare; le sue lentissime giornate scorrono uguali, tra i parenti dei defunti che gli fanno visita, le piante da accudire e i brandelli dei propri ricordi da cui è continuamente tormentato. Sarà la guerra (o forse la rivoluzione, o forse la rivolta) a scardinare questa quotidianità, a richiamare dentro di se il senso dello stare in quel luogo, di una veglia continua e picaresca nei confronti della morte. Nell’obitorio rimane solo un corpo, quello di una ragazza sconosciuta, dimenticata. L’ultima missione del nostro eroe sarà quindi quella di seppellirla, renderle un minimo di giustizia. Con lui, un becchino filosofo che schernisce il fato avverso compiacendolo, una madre anziana che ancora è in cerca della figlia scomparsa nel mistero, e di un eccentrico autista il cui passato lo continua ad addolorare. In questo cortocircuito di anime fragilissime ma coraggiose, emerge il senso della morte come aspetto intrinseco della vita, ma meno subdolo, intricato e breve, essenzialmente meno stronzo.

Tutto quello che vediamo è simbolico e metaforico, i rimandi sono spesso espliciti e visionari. Partendo proprio da Ruiz e Borges, due pilastri della cultura latino-americana del novecento, dal loro misticismo onnivoro di immagini e parole, Heidegeer e Bergson disegnano il tempo, Celan e Marquez il mistico, Buñuel e De Oliveira la narrazione. Il risultato è un quadro a tasselli in cui la fittissima trama intertestuale convive con un’indubbia potenza visionaria, di toni lievi e caldi, di inquadrature ricercate e primi piani strazianti, di pianisequenza impercettibili e abitati spesso dal solo protagonista. Tutto questo collima sempre nel senso della perdita, molto più presente rispetto a quello della morte, anche se continuamente viene evocata. Quasi come se ancora esistessero i desaparecidos, o almeno coloro dimenticati dalla storia e scomparsi per sempre all’affetto dei propri cari. Allo svuotarsi delle celle, al veder fuggire quei corpi, il nostro eroe si intristiva, quasi come se quel lavoro fosse una missione profonda, un qualcosa che l’aveva toccato nell’inconscio. I morti possono essere amici quanto i vivi, perché le loro anime oramai distanti sono portatrici di avventure. L’espediente filmico è quello della favola in flusso, qualcosa che possa attraversare desideri e ossessioni, che non affronti nessuna logica del reale camminando su un altro piano, che viva totalmente in una dolce e tragica indeterminazione di tempi e spazi, caratteri e comportamenti, gesti e volti. La rivelazione di questa esperienza è così il viaggio mistico di una sepoltura, quasi potesse essere formativo e giocoso, tra deserti da attraversare verso un monolite, balene spiaggiate che cercano di ritrovare il mare, biblioteche strettissime e infinite, labirinti del senso e dei sensi. In fondo a tutto ciò solo una spiaggia, la fine come l’inizio.

Los versos del olvido è un film coraggioso e molto intimo, che affronta i fantasmi dell’autore come quelli dello spettatore. È un film realizzato nell’ottica, quasi romantica, di qualcosa che possa lottare incessantemente contro l’amnesia come il nulla, nella consapevolezza che davanti al vuoto non possiamo non provare paura. È un film che riscrive lingue e mappature, che si sposta in luoghi e tempi verosimili, perché non esige coordinate (o forse le rifugge). È un film che in ogni inquadratura si chiede cosa sia ineluttabile e cosa provvisorio, brindando alla morte perché in definitiva forse è più rispettosa della vita, o almeno ne è solo una conseguenza. È un film che vive di necessita etiche molto più forti di quelle estetiche, di lotta contro la violenza dell’oblio e di resistenza nei confronti della poetica del ricordo come del frammento. È un film che ci definisce la percezione di una memoria totale che vive in un piano parallelo al nostro, quello della durata e quello dell’amore. Una memoria inestirpabile, seppur nascosta, che vive proprio in antitesi metafisica all’oblio, perché ciò che ci fa ricordare qualcosa o qualcuno è proprio ciò che avevamo dimenticato. Alireza Khatami in questo film ci insegna che il ricordo è anzitutto comprensione (del mondo, come dell’altro), un qualcosa di non definibile che segna il passaggio nostro e di tutti attraverso la finitezza della vita e donandolo a qualcosa di sconosciuto e infinito come la morte. Più di questo non ci è concesso sapere, e se lo sapessimo probabilmente lo avremmo già dimenticato, come quei versi di poesia che impari a memoria da bambino e di cui oggi ti rimangono solo i fonemi in cui naufraghi ben volentieri. Se, come diceva Borges, il lavoro creativo è sospeso tra la memoria e l’oblio, questo film ne è un simbolo, fatto di mille simboli, assolutamente vero e vivo.

Erik Negro

“Los Versos del Olvido” (2017)
92 min | Drama | France
Regista Alireza Khatami
Sceneggiatori Alireza Khatami
Attori principali Juan Margallo, Tomás del Estal, Manuel Morón, Itziar Aizpuru
IMDb Rating N/A

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