2 Novembre 2019 -

LAST SUNRISE (2019)
di Wen Ren

Non è certo un caso che la cultura letteraria e cinematografica cinese, storicamente più propensa a guardare verso un più o meno recente passato, abbia da qualche anno, a partire dal capofila Jia Zhang-ke con la terza parte ambientata nel 2025 del suo splendido Mountains may depart, iniziato ad aprirsi sempre di più agli sguardi verso il futuro della fantascienza. Un po’, certamente, per via di una dittatura che, come ogni dittatura che calpesta i più basilari diritti umani di libertà di pensiero, di parola e di stampa, solo nelle metafore e nelle distopie può essere analizzata potendo sperare di arginarne le rigide maglie della censura, e un po’, ma forse sarebbe meglio dire soprattutto, a causa della costante e diseguale crescita economica e tecnologica che la nazione, ormai seconda potenza mondiale per PIL apparentemente irrefrenabile nel suo esponenziale sviluppo, continua a vivere in ogni giorno di ingiustizia sociale e di costante cambiamento. Una nazione da oltre un miliardo e mezzo di persone suddivise in ben definite classi sociali in cui calpestare i molti per arricchire i pochi, che insieme all’India dopo i decenni nelle retrovie sta – molto rapidamente per il Capitalismo di Stato, molto più lentamente per chi questo Stato lo abita, lo vive e lo soffre – passando al primo mondo, e che per farlo deve necessariamente produrre, sfruttare risorse, inquinare più di chiunque altro proprio nel momento in cui l’occidente (gli USA che con Obama hanno convertito gli impianti a carbone in gas, l’Europa che firma e si attiene a protocolli sempre più rigidi, la ricerca e i primi reali investimenti sul fotovoltaico sull’eolico, le auto ibride o totalmente elettriche che iniziano a solcare le strade, la campagna di sensibilizzazione ambientalista – pur sbagliata nella retorica superficiale e in almeno parte delle premesse – che da Greta Thunberg ha risvegliato le coscienze di un’intera generazione) ha finalmente iniziato a fare qualche passo indietro nelle emissioni e a ragionare molto più seriamente in termini di radicale svolta verso le energie rinnovabili.

In una fase storica in cui la natura sta iniziando a restituire all’uomo, sotto forma di surriscaldamento globale e letali straripamenti, un po’ di quel male che il progresso le ha fatto e le continua a fare, la Cina cresce senza la minima intenzione di fermarsi nella sua tardiva rivoluzione industriale basata sulla disparità di classe e sul carbone da bruciare, e mentre si modernizza negli skyline dei grattacieli e nelle nubi di smog che avvolgono le sue città in un qualche modo accresce ulteriormente le incertezze, i campanelli d’allarme, le ambiguità dialettiche fra la necessità di rimettersi al passo per tenere testa alle altre potenze e quella, decisamente meno capitalistica, di salvare il pianeta dal collasso. È in tutto questo che il giovane Wen Ren, con un budget di soli 200mila euro, con le fascinazioni verso la fantascienza occidentale, con le ripetute stoccate anticapitalistiche che riecheggiano Bong Joon-ho fra il razzo sul quale cui i ricchi partono per un altro pianeta e lo schiavismo con cui chi ha ancora il carbone sfrutta e minaccia la forza lavoro, e soprattutto con le straordinarie atmosfere plumbee e fredde che con una sapiente color correction e con i cieli notturni in CGI rendono le ristrettezze economiche il miglior trampolino di lancio per il talento, immagina nel suo esordio al lungometraggio Last sunrise un futuro ipertecnologico e oramai quasi totalmente basato sull’energia solare, in cui sarà l’improvviso collasso e spegnimento del Sole, crollo improvviso di tutte quelle energie alternative e rinnovabili sulle quali il mondo sta cercando di puntare il suo futuro e fine di un intero sistema di pianeti destinati alla deriva senza più la calda calamita intorno alla quale orbitare, a trasformare i giorni di quell’astronomo dilettante che qualche giorno prima aveva previsto la tragedia in una lotta a tappe per la sopravvivenza. Senza più quella tecnologia, quei dati e quelle intelligenze artificiali con cui aveva trascorso l’intera esistenza fino ad anticipare come il Sole pulsante nei suoi bagliori si sarebbe autorisucchiato nel suo stesso buco nero, ma con al proprio fianco un essere umano con cui condividere paure e avventure, scoperte e dubbi, speranze e dolori. Dal fastidio alla reciproca convenienza, fino all’affetto e forse all’amore.

Quella di Last sunrise, calorosamente accolto nella sua prima italiana al Science+Fiction Festival 2019 dagli accreditati e dalla numerosa comunità cinese locale accorsa in massa al Teatro Rossetti per l’evento cinematografico,  è una vera e propria apocalisse, che toglie all’improvviso e a un mondo che non può più farne a meno elettricità, calore e aiuti tecnologici a rendere inservibile qualsiasi progresso scientifico, e a lasciare l’uomo più che mai solo in un universo che non esiste nemmeno più. Per instillare dubbi, per interrogarsi su quale sia la giusta strada da seguire, per ragionare sulla società e sugli individui, sulla solitudine e sul progresso, sulla scienza e sull’economia, sulla cultura e sui sentimenti – di due giovani, di una figlia, di una coppia di genitori, di un affarista che ha perso tutto e di un altro affarista che invece continua a tenere in vita e a sfruttare il prossimo fino all’ultimo proiettile e fino all’ultimo giorno di carbone. Tanto che potrebbe non essere un caso che, senza più sole né vento né acqua, sia alla fine lo sfruttamento del geotermico, forse la meno rinnovabile fra le energie pulite con il suo sprigionare calore naturale dalle viscere del pianeta basandosi sul decadimento (millenario, certo, ma prima o poi destinato a completare il suo lento processo e quindi a esaurire il suo calore) degli elementi radioattivi di cui è composta la Terra, l’unica possibile salvezza. Come probabilmente non è un caso, ma una consapevole ricerca di ambiguità, il fatto che sia il vecchio e inquinante carbone l’unica fonte di riscaldamento ancora possibile nei giorni della fine, e che di fronte alla batteria ormai esausta dell’auto elettrica sarà un vecchio rottame a benzina l’unico mezzo di trasporto ancora in grado di camminare sul ghiaccio che ormai ricopre l’intera superficie del pianeta. Una Terra già da tempo fatta di uomini soli e glaciali, insensibili e individualisti, che si nutrono solo di noodles istantanei e che ai rapporti umani preferiscono senza dubbio alcuno quelli con l’intelligenza artificiale delle macchine, uniche amiche di cui hanno realmente bisogno; una Terra che diventa nel giro di poche ore un enorme e arido ghiacciaio senza cibo, né acqua, né calore, ma solo qualche residua bottiglia di vodka a tentare di svolgere per i superstiti tutte e tre le funzioni. E sarà proprio l’istinto di sopravvivenza in un mondo non più adatto alla vita umana, insieme a quella vicina di casa che imparerà a guidare e a salvare vite rivelandosi progressivamente sempre meno naïf, e che proprio nel gelo della tragedia farà progressivamente scoprire al protagonista il calore dell’affetto, della riconoscenza e della necessità di unirsi per essere più forti, a far riemergere la tenerezza di un’umanità che si pensava oramai perduta.

«Se oggi stesse finendo il mondo, cosa faresti?», chiede il “Re del Sole”, scienziato e imprenditore che negli anni e zona dopo zona ha rivoluzionato la Cina con il fotovoltaico, al giovane protagonista che quasi mai nella vita aveva avuto una conversazione con qualcosa che non fosse installato sul suo computer o sul suo orologio. «Cercherei di sopravvivere», risponde lui. Tappa dopo tappa, settore dopo settore di una città ormai fantasma (girata in location a oltre -20° nel vero ghiaccio, senza trucchi né inganni a parte il raffreddamento dei colori con cui eliminare in postproduzione il Sole e creare i cieli stellati di una notte eterna, in una delle tante e immense città fantasma che si aggirano per il territorio cinese), verso quella Zona Quattro ancora «sottosviluppata» e, forse, proprio per questo ancora in grado di sopravvivere dopo la morte dell’elettricità e della tecnologia. Fra chi, come i protagonisti in viaggio in una fantascienza che ben presto spegne il futurismo per trasformarsi nel più classico dei survival movie postapocalittici, disperatamente cerca di salvarsi. Con qualche ripetizione e qualche passaggio leggermente schematico, forse, ma non è questo il punto. Il punto è la capacità di fare a basso costo un cinema di genere perfettamente credibile e totalmente al di fuori dai terreni generalmente battuti dalla cinematografia del Paese, il punto è ragionare sul rapporto fra uomo e tecnologia e sui rapporti fra esseri umani, il punto è viaggiare nella distruzione a cui forse inevitabilmente l’umanità si sta auto-trascinando, e da lì ripartire. Fra chi ha rinunciato a lottare e chi invece si è potuto permettere di scappare in uno Shuttle, fra gli sciacalli e i truffatori, fra gli aggressori e i carcerieri, fra i bisognosi d’aiuto e gli scippati lasciati in mezzo alla strada «perché non posso pensare a tutti» e quel karma che a tempo debito restituirà il (dis)piacere lasciando i protagonisti feriti, zoppi e a piedi lungo l’asfalto. Il sistema operativo finirà ben presto le sue batterie, l’auto elettrica vedrà la sua autonomia progressivamente abbassarsi fra i chilometri percorsi e i gradi che repentinamente scendono ampiamente sotto lo zero, e persino l’ossigeno non più prodotto dalla fotosintesi clorofilliana inizierà ben presto a scarseggiare. Ma è rinata la speranza, è rinato l’umano, sono rinate le lacrime. È rinato l’amore, o per lo meno la consapevolezza di non essere realmente soli. E se fosse nato, sotto la Grande Muraglia, anche un nuovo immaginario? Se fosse nato anche un nuovo e brillante autore del quale sentire parlare ancora a lungo?

Marco Romagna

“Last Sunrise” (2019)
103 min | Adventure, Drama, Romance, Sci-Fi, Thriller | China
Regista Wen Ren
Sceneggiatori Elly Li, Yankang Mei, Wen Ren, Wen Ren (story), Min Yu
Attori principali Sen Yang, Jue Zhang, Ran Zhang, Yue Zhang
IMDb Rating 6.6

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