12 Agosto 2019 -

LA PALOMA Y EL LOBO (2019)
di Carlos Lenin

È un amore ai due lati del passaggio a livello, quello fra La Paloma y el Lobo. Un amore separato dalla distanza incolmabile un treno in corsa, un amore fatto di sguardi depressi ben più che di sfioramenti, un amore in cui, anche nello stesso letto, anche baciandosi insieme nella doccia, è impossibile realmente raggiungersi e appartenersi. È un amore inquieto, oscuro, avvilito, in cui lei, Paloma, da buona colomba vorrebbe tentare di volare, mentre lui, Lobo, da buon lupo ha troppo sangue nella memoria per tornare ad affrontare i ricordi più dolorosi. Bastano poche inquadrature a Carlos Lenin per mettere in scena, nel suo già consapevole esordio presentato fra i Cineasti del Presente del 72mo Festival di Locarno, l’altra faccia del narcotraffico messicano. La faccia dei perseguitati costretti a fuggire, la faccia delle vittime di un tunnel senza uscita di violenza e povertà, la faccia di una comunità in rovina, costretta a rinascere – letteralmente, dall’acqua – in un altro luogo per vivere una vita di macerie, mortificazioni e inevitabili solitudini. La Paloma y el Lobo, lontani da casa, cercano disperatamente di vivere il loro amore angosciato tenendosi per mano nella ferocia sociale, nell’esilio, nella miseria, nella fame, nella sete, nell’amarezza, nella depressione, nella rabbia, nella frustrazione, nel caldo più asfissiante, nei brividi del ghiaccio e forse persino nella morte, ma ogni possibile reciproca tenerezza è raffreddata e soffocata dalla disperazione, dall’incomunicabilità, dai fantasmi che tornano a perseguitare ogni sogno e ogni minuto insonne. Carlos Lenin, nel delineare le traiettorie incerte del loro amore e delle loro vite schiacciate da miseria e violenza, stilizza e astrae un film di corpi e di spazi profondissimi mai del tutto a fuoco, al contempo fisici e onirici nei simboli, nelle silhouette, nelle danze, nelle simmetrie che trasudano violenza proprio nel lasciarla quasi rigorosamente fuori dal campo, ma sempre presente nel fondo degli occhi e nel cuore dei protagonisti. Non senza incorrere in qualche sterilità, è vero, e non senza avvicinarsi a lambire – specialmente nella forzatura della circolarità finale – i territori della pretenziosità, ma non è questo il punto dell’ellittico La Paloma y el Lobo. Il punto, ben al di là dei piccoli e meno piccoli limiti di una scrittura forse ancora un filino grezza, sta nei protagonisti incorniciati o forse per meglio dire soffocati dal rigore assoluto del formato molto vicino al 4/3 di strabordante eleganza, il punto sta nei movimenti di macchina limitati a una sola inquadratura a mano e a qualche carrellata dalla lentezza quasi impercettibile mentre tutto il resto è perfettamente immobile proprio come immobili sono le possibilità di reale evoluzione di chi soffre, il punto sta nei continui dettagli che emergono come sfondati dall’oscurità dell’eccellente fotografia di Diego Tenorio e nella singola e dolorosa dilatazione di ogni pianosequenza. Il punto sta nel prezioso tentativo del giovane cineasta messicano, più che pienamente riuscito, di innestare nelle durate, nelle ellissi, nei silenzi, nella dialettica fra luoghi e realtà, nei primissimi piani e nel fascino magnetico della sontuosa messa in scena un grido muto e lancinante, quello di una comunità in agonia, quello di chiunque abbia dovuto fronteggiare quel tipo di realtà, quello di chiunque prima o poi, nel suo stentato e tormentoso sopravvivere fra il gelo e le fiamme, non potrà che essere tentato dal morire.

«Perché stai piangendo?» chiede Paloma a Lobo, ma non riceverà in risposta altro che singhiozzi. Il dolore di Lobo, conscio di aver visto ancora in patria un uomo innocente brutalizzato e bruciato al suo posto per una sua colpa, è troppo forte per poterlo confessare, il senso di colpa è troppo radicato per poter aprire fino in fondo il cuore all’amore e alla tenerezza. Va ancora elaborato, va ancora ripensato, va ancora sentito quotidianamente sulla pelle in ogni sguardo, in ogni sogno, in ogni istante che si ripresenta nei continui corridoi sporchi e lugubri dell'(auto)esilio, messi in scena da Lenin come un tunnel senza via d’uscita, come lo squallido sottoscala nel quale la coppia di protagonisti condivide il letto, la doccia e il sentimento più mortifero di disperazione, come quel lungo treno infinito che passa a tagliare progressivamente in due il loro amore. Lei, da poco licenziata anche dalla sua fabbrica tessile dopo il violento alterco con una collega e le ripicche nei confronti del superiore, e lui che ancora con il caschetto da lavoro in testa, stanco e ancora madido di sudore dopo l’ennesimo turno, aggredirà il capo che si rifiuta di pagarlo accusandolo di un furto mai commesso. Lei, che una delusione dopo l’altra vorrebbe tornare a casa e quasi rischia di smettere di amare, e lui vittima del suo stesso passato e dei suoi incubi che è invece conscio di non avere più una casa, di non avere più una vita, di non poter più provare una singola gioia, ma solo di dover fronteggiare una società invivibile e una macchia sulla coscienza impossibile da lavare, (auto)costretto a sognare ogni giorno la propria morte nei più atroci sensi di colpa e nella più insostenibile malinconia. E mentre la radio, come a riportare nel concreto del Messico socialmente devastato di questi anni di lotta al narcotraffico le affascinanti astrazioni del regista, annuncia trionfante la presenza a una commemorazione pubblica di Javier Duarte de Ochoa, ex governatore di Veracruz ormai simbolo stesso della malapolitica e della corruzione, accusato fra le altre cose di favoreggiamento illecito, accordi con i cartelli del narcotraffico, omicidio di giornalisti, ordini di somministrare acqua al posto dei farmaci chemioterapici ai bambini malati di cancro e, dopo lo scoperchiarsi del vaso di Pandora del suo governo, di aver pianificato la fuga con documenti falsi, Paloma e Lobo non potranno che andare avanti come figure nel paesaggio fra sguardi accusatori o disperati in macchina, baci infiniti, vetri rotti, distanze, frustrazioni e voci fuori campo che continuano a parlarsi, ad anelarsi, a cercare di capirsi. Messi in scena da Carlos Lenin, con più di un occhio al cinema di Tsai Ming-liang, in luoghi che diventano simbolo della realtà e del tempo che rappresentano, elevando a senso paradigmatico ogni elemento autobiografico, ogni difficoltà, ogni scheggia di sentimento capace di squarciare l’amarezza e la disperazione. Sono frammenti d’amore nella distanza emotiva come quel singolo cubetto di ghiaccio tenuto in mano insieme nella canicola asfissiante contro cui ben poco può quell’unico ventilatore, sono istanti di cuori ancora puri nelle cicatrici psicologiche di una società profondamente cambiata, talmente violenta che la violenza fisica può tranquillamente essere confinata allo schermo di un cellulare del quale si vedono solo i volti illuminati di fronte, a un ricordo che torna sempre bruciante come un flicker al neon, a una specularità di corpi (temporaneamente) soli e nudi, mentre le anime non si potranno mai separare nemmeno per un secondo. Corpi che riempiono l’inquadratura della loro fisicità fino a rendere in qualche modo materico il digitale, corpi che non smetteranno mai di incontrarsi e ritrovarsi di fronte al fuoco, nel sudore, nell’acqua, nel passato, nel presente, nel futuro. Per allontanarsi insieme a nuoto, forse, oppure per sparire un’altra volta – forse l’ultima – nel nulla. Chissà se e dove riemergeranno.

Marco Romagna

“The Dove and the Wolf” (2019)
106 min | Drama | Mexico
Regista Carlos Lenin
Sceneggiatori Jorge Guerrero, Carlos Lenin
Attori principali Mónica Del Carmen, Armando Hernandez, Pablo Mendoza, Paloma Petra
IMDb Rating N/A

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