13 Marzo 2019 -

LA MAMAN ET LA PUTAIN (1973)
di Jean Eustache

La mamma e la puttana, gli stereotipi perfetti delle due possibili figure femminili secondo il maschio. Figure archetipiche di ogni fallocentrismo che, nella realtà, nemmeno esistono, ma che non possono fare a meno di covare in ogni immaginario, in ogni ricerca, in ogni malizia, in ogni desiderio dell’uomo eterosessuale. Sono la donna matura, preferibilmente scura come la notte, da cui farsi proteggere e magari mantenere, e la bionda e giovane sbarazzina, raggiante come il giorno, che quasi pare irradiare inebrianti ormoni da ogni suo movimento, da ogni sua parola, da ogni suo sospiro, vortice di passione da cui farsi sedurre e, magari, lentamente dom(in)are. Ma sarebbe un vero e proprio fraintendimento, più ancora che una mera banalizzazione, fare incarnare senza le necessarie sfumature le due figure della mamma e della puttana rispettivamente a Marie e Véronika, ai vertici del triangolo amoroso del giovane sfaccendato Alexandre su cui Jean Eustache, nei miracolosi 216 minuti del suo capolavoro La maman et la putain, ritornato sul grande schermo del Bergamo Film Meeting nell’ambito della retrospettiva su Jean-Pierre Léaud nello splendore della preziosa copia 35mm acquistata al tempo da Lab80 e gelosamente custodita, cuciva nel ’73 i propri drammi intestini e di coppia come su un quasi perfetto alter ego. Un po’ perché i contorni di Marie e Véronika sono labili e sfumati, pronte a scambiarsi alternativamente i ruoli, a litigare e a disprezzarsi per poi magari baciarsi e coalizzarsi contro l’uomo, pronte da un momento all’altro a emergere nella loro autodeterminazione così come nella loro sfrenata e più fragile femminilità (l’emergere della gelosia quando l’una viene respinta dall’altra durante il tentativo di aggiungersi all’amplesso che deflagra nel tentativo di suicidio di Marie, o dall’altra parte il lapidario «l’amore vale solo se si fa un bambino» a chiusura dello splendido monologo finale di Veronika), un po’ perché il vero e unico amore (sempre che ne esista uno) di Alexandre è Gilberte, che lo ha lasciato e che alla sua tardiva proposta di matrimonio preferisce accettare l’anello dell’altro, un po’ perché, per dirlo con le parole di Véronika, «Per me non ci sono puttane: una ragazza che si fa scopare da chi capita e come capita non è una puttana», e un po’ perché probabilmente non sono nemmeno realmente i tre attori/personaggi i veri protagonisti di La maman et la putain. I veri protagonisti del capolavoro di Jean Eustache, probabilmente il più importante film francese degli anni Settanta nato dopo la fine della relazione del regista con la magnifica Françoise Lebrun che volle fare esordire, con risultati straordinari, non nell’evidente doppio Gilberte ma nel radicale e complesso ruolo di Véronika, sono la parola, che ormai fuoriuscita dalle assemblee era diventata il flusso con cui ammaliare, inebetire e dominare il mondo fra il più forbito linguaggio letterario e la (anti)formalità (in)naturale di un volutamente lezioso vous anche nell’atto più intimo, la Nouvelle Vague che aveva ormai perso la sua spinta rivoluzionaria e già nel ’73 trovava la sua simbolica incarnazione da omaggiare in Jean-Pierre Léaud e nell’ostentata cultura cinefila del suo personaggio, e forse ancor di più, per l’appunto, la Parigi della disillusione post sessantottina, in cui la rivoluzione si era rivelata poco più che un’utopia, la cultura era diventata poco più che un repertorio di frasi fatte e il sesso, da realmente libero, era nel giro di pochi anni silenziosamente (ri)diventato una mera dinamica di potere di coppia e sociale. Una Parigi vero e proprio personaggio, e non semplice ambiente, dipinta – è lo stesso Alexandre/Léaud a dirlo espressamente – così come l’avrebbe dipinta Murnau: luogo fagocitante fatto di spazi angusti e di stanze spigolose, in cui le rare aperture su ambienti più larghi mai dischiudono un reale orizzonte, ma tornano sempre agli stessi incontri, agli stessi luoghi (preferibilmente il bar), agli stessi volti, alle stesse bottiglie di whiskey o di pastis, alla stessa auto sullo stesso percorso, e alla stessa perfetta frontalità nei lunghi campi e controcampi degli infiniti dialoghi che finisce per diventare sguardo verso la macchina, il pubblico, il dispositivo. Quel dispositivo che chiedeva naturalezza e fingeva improvvisazione quando ogni singola parola anche nei più lunghi monologhi in pianosequenza era rigorosamente scritta, studiata e ponderata da Eustache, quel dispositivo che parte dalla più pura commedia degli equivoci e degli ammiccamenti fra appuntamenti mancati, telefonate e vinili sul giradischi per poi spostarsi progressivamente, con i suoi tempi necessariamente dilatati e con la sua radicale importanza dell’evento insignificante nel quotidiano come perdita di pianificazione, verso il dramma, verso la cupezza, verso il dolore più ancestrale, verso il ritrovarsi solo e vulnerabile di Alexandre, frustato da quelle stesse redini che fino a poco prima teneva saldamente in mano.

Era l’uomo più fortunato del mondo, Alexandre, con il suo foulard al collo, con il suo aplomb, con la sua erudizione, con il suo linguaggio ricercato e fuori dal tempo, con la sua frenetica attività sessuale, amato da due donne contemporaneamente, fra la coppia aperta, la consapevolezza l’una dell’altra da separate mentre (letteralmente) si annusavano, e poi quell’accenno, mai morboso, di ménage à trois nello stesso appartamento. Le risate del cercarsi, la gentilezza d’altri tempi a intrigare chi si aspetta che l’uomo le salti addosso, la delicatezza dell’affetto reciproco, e poi il sibillino farsi largo della gelosia e della disperazione, fra la stupefacente franchezza di chi è facile ad aprire le gambe per «togliere il Tampax e scopare con chiunque» o di «voler dormire con un cazzo, anche mollo, appoggiato su una natica», quella di chi ha ormai dubbi sul proprio corpo e non riesce più a controllare i suoi sentimenti, e quella di chi, nelle prime cicatrici di un Sessantotto ormai spento nel suo fuoco, ammette senza alcun ritegno di aver più volte mentito ai suoi amori per puro egoismo, e magari anche al suo unico amico che nel caos culturale e sociale di quegli anni vorrebbe consapevolmente tagliarsi una mano per trasformarla in gesto artistico. Una perfetta e per molti versi disperata fotografia di ciò che era rimasto della rivoluzione sessuale e culturale, nel ritorno di fiamma di una borghesia che aveva saputo (fingere di) smussare qualche angolo per tornare ai propri posti di vertice nella società e poi per continuare a lavorare ai fianchi e direttamente con le sue aggiornate dinamiche, ma anche con le sue solite posizioni reazionarie, disposte ora al sesso ma giammai all’aborto, e ancora drammaticamente lontane dalla reale accettazione delle istanze femministe. Tanto che la volontà di pianificazione, inevitabile retaggio del Sessantotto e dei suoi infiniti tavoli di discussione e confronto per organizzarsi insieme ma anche per acquisire un ruolo di leadership, attraverso quel sesso che era stato liberazione e che ora era ridiventato merce di scambio, ma soprattutto attraverso l’impossibilità di pianificare ogni proprio gesto e ogni propria enfatica frase, non potrà che deflagrare nella progressiva perdita della parola, della vis retorica, e quindi del controllo, da parte di Alexandre: il re è nudo, prima truccato, poi manipolato e infine lasciato solo nella sua disillusione, mentre in un ventre che si gonfia di vita indesiderata parrebbe delinearsi dietro l’angolo la solitudine, da due donne a zero, dall’egocentrismo alla consapevolezza più amara, da troppo a nulla. Dal vous delle solite frasi ampollose e poetiche, sempre diverse e sempre uguali nella loro ricercatezza a infiocchettare pretenziosamente il nulla, tanto tronfie e disilluse da risultare vuote nel loro continuo citare Sartre e Godard, il Partito Comunista Francese e Proust, Duclos e Rohmer, Fernandel e Marcel Carné mentre magari sul piatto gira un disco di Edith Piaf, di Mozart, dei Deep Purple oppure un’aria d’opera, al mutismo di chi, forse per la prima volta, non riesce più a ribattere e ascolta. Prima e memorabile incursione di Eustache in una finzione che, delineando con assoluta precisione la situazione politica, sociale e morale del tempo, mai aveva smesso di cercare e cogliere il vero, La maman et la putain è, appunto, un progressivo rendersi conto di stare recitando il proprio presente fino a ritrovarsi disarmati e impauriti a non condurre più il gioco, indifesi di fronte alla promiscuità della vita e del suo scorrere. La ripetitività di azioni e parole non potrà nascondere l’inadeguatezza e la perdita di controllo di fronte all’emergere dell’imprevedibilità, quando è necessario improvvisare, quando il copione su cui si crede di aver impostato la propria esistenza non riesce più a stare dietro ai piccoli e grandi, ma soprattutto minuscoli, avvenimenti e stravolgimenti del quotidiano. C’è l’imprevisto, come quel cortocircuito di realtà colta nel momento stesso in cui diventa finzione, e di finzione che fotografa, mette in scena e coglie una realtà più vera del vero. C’è un’amica e con ogni probabilità amante di un tempo che parrebbe aver ucciso il marito, ci sono incontri e appuntamenti mancati, ci sono bicchieri svuotati e poi ancora riempiti, c’è la gelosia che torna a far capolino nell’apertura sessuale, c’è i tempo che scorre, e soprattutto c’è un uomo che progressivamente vede cadere tutte le sue difese, tutta la sua centralità, tutte le sue sicurezze, la sua maschera, il suo personaggio che non è riuscito a stare dietro al continuo evolversi e mutare della vita. All’apice della sua distruzione, gli rimarrà solo un’angosciata proposta di matrimonio a un’ubriaca che sta vomitando, e poi l’attesa, forse vana e probabilmente infinita, di una risposta lucida. Perché non esistono certezze in La maman et la putain, non esistono risposte inconfutabili, esiste solo l’imprevedibilità, esiste solo il dubbio, esiste solo la sincerità abissale, a tratti insostenibile, di un film (im)possibile, unico e irripetibile, liberazione e disperazione di inusitate potenza e intensità. Come quella pallottola che pochi anni dopo Jean Eustache, il 5 novembre 1981, si pianterà da solo nel cuore nella sua casa di Parigi. E questa forse, per quanto triste, non è del tutto un’altra storia.

Marco Romagna

“The Mother and the Whore” (1973)
210 min | Drama, Romance | France
Regista Jean Eustache
Sceneggiatori Jean Eustache (scenario and dialogue)
Attori principali Bernadette Lafont, Jean-Pierre Léaud, Françoise Lebrun, Isabelle Weingarten
IMDb Rating 8.1

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