3 febbraio 2018 - e

INSECT (2018)
di Jan Švankmajer

Siamo ormai sempre più abituati a vedere, considerando anche i tempi che stiamo vivendo, film terminali, che condensano e ridiscutono carriere di autori e artisti nella loro complessa (auto)rappresentazione. Tocca così anche a Jan Švankmajer, pioniere ceco del surrealismo e dello stop motion, tornare suoi suoi passi, riguardare e riguardarsi, magari attraverso gli occhi di un insetto. Film-saggio sospeso fra la rappresentazione e la realtà molto liberamente tratto dal Pictures from the insect’s life scritto nel ’22 dai fratelli Čapek immaginando una società di insetti dalle caratteristiche, o per meglio dire dai difetti, smaccatamente umani, Insect sarebbe un perfetto film d’esordio, sarebbe il perfetto manifesto programmatico di un giovane autore per un (non solo suo) cinema del futuro, e invece è il dichiarato ultimo film di un artista di ottantatrè anni, che ritorna con la sua struttura a scatole cinesi sui sentieri di un cinema già esistito e che probabilmente non esisterà mai più. Insect è un film-testamento orgogliosamente improbabile, costato sette anni di tempo e nel frattempo nei sette anni più volte riscritto e rigirato con attori cambiati e una moglie persa per sempre, da film “normale” a fondamentale testo metacinematografico, dalla pellicola 35mm delle riprese “ufficiali” al digitale del backstage che costantemente si incastra nel disvelamento del dispositivo, dei trucchi e del metodo di Švankmajer.
Basterebbe il primo cartello dei titoli di testa, «Un film cecoslovacco di Jan Švankmajer», per palesare tutto l’intento poetico e in un certo senso politico del film, che nel suo respiro parla di un tempo altro e di altre possibilità del mezzo cinema, fatte di uomini e di insetti, di assurdo e di effetti speciali artigianali, di paziente messa in scena e di interventi del regista, e non certo in ultimo di ritorni a quei tempi in cui, fra le strade di Praga, il surrealismo e più in generale il “nuovo cinema” avevano una ben precisa funzione di Resistenza. In questo film, in prima mondiale a Rotterdam 2018, si vede forse ancor più che in altri come Švankmajer sia padrone e inventore di una tecnica artistica e materica che va ben oltre la sua possibilità di farne cinema, mentre direttamente si mette a nudo sul set, raccontandolo e raccontandosi, lasciando nel montaggio gli scarti, rivolgendosi direttamente alla macchina da presa per ragionare sul suo progetto, o per ragionare sulla funzione stessa dell’autore nel rapporto con i testi da cui trae i suoi onirismi in celluloide.

I personaggi che si muovono attraverso le inquadrature, a partire dallo stesso regista di uno spettacolo impossibile che viene a sua volta costantemente diretto dal regista Švankmajer, paiono essere quasi le personificazioni carnali di quelli che il regista boemo modellava e modulava nelle sue animazioni, con le loro narcolessie, con i loro ricami, con le loro morti, con le loro nausee, con le loro gravidanze dimenticate che si concretizzano proprio quando più impossibili. La rappresentazione del testo dei Čapek, con tutta la fine psicologia e tutta la vena surreale che porta in dote, costantemente si mescola con la realtà di chi la rappresenta sul palcoscenico, e poi di chi sta rappresentando al cinema la sua rappresentazione sul palcoscenico, in un gioco a scatole cinesi di piani di realtà che rimangono perfettamente scisse una dall’altra, ma al contempo si compenetrano, si nutrono a vicenda, perché nella struttura di Insect nessuna (ir)realtà può esistere senza le altre due. Oppure, forse, quelle di Čapek, del regista dello spettacolo teatrale e del deus ex-machina Jan Švankmajer sono ossessioni che ormai prendono vita in un solo possibile reale, grande calderone di sogno e di veglia che più non ha, né non vuole avere, direzioni né regole, perché la realtà è troppo insipida per non essere immaginata altrimenti.
In questo scenario di messa in scena improvvisata e sbarazzina, il vecchio maestro è costantemente al lavoro in una pratica artigianale e continua che procede attraverso ogni (rara) animazione e ogni inquadratura, attraverso ogni gigantesca palla di sterco da spingere per i corridoi e attraverso ogni arresto e sostituzione, attraverso ogni movimento dello scarabeo stercorario e attraverso ogni petto di pollo accoltellato per registrare l’audio dell’assalto a un essere umano, attraverso ogni sguardo dalla finestra e attraverso ogni doppio vetro pieno di insetti che solo l’inquadratura rende verticale, attraverso ogni scena da ripetere perché l’attore è pessimo e attraverso ogni metamorfosi di una bambina che cresce di mesi e anni in una manciata di inquadrature. Švankmajer ci vuole guidare attraverso i propri mondi, verso tutto ciò che ha costruito per i propri occhi e quello che loro non hanno saputo vedere. Non è tanto la macchina cinema a essere in mostra, ma una macchina creativa e ingegnosa, una fabbrica di trovate mai banali ma allo stesso tempo lontane dallo specifico filmico.

Švankmajer lo dice apertamente guardando in macchina, come una dichiarazione d’intenti: Insect, seppure per la quasi totalità interpretato da attori in carne e ossa, è impostato esattamente come se fosse un film d’animazione. Le inquadrature sono brevi e taglienti, i colori sono in larga parte primari, e il montaggio, grazie al quale sono possibili gli effetti speciali, merita di essere destrutturato, vivisezionato proprio come un insetto, svelando i materassi posti subito fuori dalle finestre e solo più tardi il post-caduta del protagonista, oppure le mani degli attrezzisti che spingono le vere e proprie statue costruite per l’occasione, o ancora i manichini veri e propri alter ego dei suoi attori. Con Insect, Švankmajer ritorna alla genesi del suo cinema, ritorna alla viva passione con i budget del crowdfunding da trasformare in artigianato e geniali soluzioni visive con cui mostrare l’impossibile, ritorna al surreale e all’onirico che definisce l’uomo e la società in cui vive. Innesta in un utilizzo straordinariamente fluido del metacinema un continuo concatenarsi di piani di realtà sospesi fra il teatro, il cinema, i testi scritti e le messe in scena, le infedeltà e gli omaggi più puri, il metodo di lavoro libero oltre i limiti dell’anarchia sul quale Švankmajer ha fondato l’intera sua carriera, e poi lui stesso sullo schermo, non più comparsa come in passato ma vero e proprio protagonista che si racconta e che racconta il suo cinema, lascito per i posteri dal quale ripartire per continuare a evolvere il linguaggio.
Nel gioco delle parti di un teatro possibilmente replicato all’infinito, nulla si crea e nulla si distrugge, e in questo senso lo specifico di Švankmajer è ancora una volta la trasformazione, impegnato nella metamorfosi continua dei sensi come delle emozioni legate all’inconscio, oppure alle nostre piccole perversioni. È l’autore di questo set la vera animazione del film (sdoppiata, anzi elevata ancora alla seconda perché animante quanto animata), perché lo spettacolo è qualcosa che regna sopra l’assurdo, e crearlo manualmente è un qualcosa che restituisce dignità al gesto, la stessa dignità dello stupore e della magia. Tra vermi e scarafaggi, tra parti di sceneggiatura imparate sul water e lingue disumane che ingoiano insetti, il laboratorio del vecchio saggio si apre così, ancora, per un’ultima volta, mettendo in luce tutto ciò che nel suo laboratorio interagisce con i personaggi, o che addirittura ne (di)segna i destini di figurine inermi nello spazio scenico al quadrato, o meglio al cubo, del quale Insect si compone. L’emozione così è palpabile, forse addirittura oltre il risultato stesso – già di per sé straordinario – del film, perché l’ultima recita è sempre un po’ più malinconica, un po’ più astratta, forse ancora più commovente del resto del cartellone. I nostri artistoidi perplessi sotto a un tetto, vivi o morti, genitori o figli, uomini o insetti, abbandonano le prove e i loro ridicoli costumi per incamminarsi lungo le vie di Praga verso una vita anch’essa stramba, surreale e bislacca, forse ancor più della (sua) rappresentazione. Non ci è dato sapere come andrà, perché spesso la vita è molto più imprevedibile e surreale del cinema. Così come ci piace sperare che possa essere molto più imprevedibile e surreale del cinema anche la parola di addio alla regia di Jan Švankmajer, che il suo testamento sia solo il suo ennesimo scherzo, che sia solo la sua ennesima boutade, che sia solo l’ennesima battuta sognante di quell’eterno giovane al quale, qualsiasi cosa ci dica, noi sempre crederemo, abboccando ogni volta con piacere, ben felici di naufragare nell’immaginario infinito e magnificamente coerente di un genio.

Marco Romagna, Erik Negro

“Insects” (2017)
Animation | Czech Republic
Regista Jan Svankmajer
Sceneggiatori Karel Capek (play), Josef Capek (play), Jan Svankmajer (adaptation)
Attori principali N/A
IMDb Rating N/A

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