7 Settembre 2021 -

ILLUSIONS PERDUES (2021)
di Xavier Giannoli

Che cosa rimane dopo la disillusione, nel momento in cui i nostri sogni giovanili più teneri, le ambizioni più ardite e le nostre ingenue speranze si scontrano duramente con una realtà assai diversa da quella immaginata? Questa è la domanda con cui Xavier Giannoli suggella la sua ultima opera, Illusions Perdues, in concorso alla 78esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Tratto dalla parte centrale dell’omonimo romanzo di Balzac, scritto tra il 1837 e il 1843, il film racconta la storia, o meglio la katabasi, di Lucien De Rubempré, al secolo Chardon, giovane aspirante poeta dalla provincia francese, infatuato da ideali di bellezza, onestà e verità, giunto nella capitale francese governata dal denaro e da codici di comportamento insinuanti quanto meschini. Una città che è mercato a cielo aperto, dove tutto è transazione, affare, corruzione, in cui quegli ideali di verità e amore tanto vagheggiati da Lucien non trovano spazio. Nella Francia del XIX secolo, divisa tra impulsi monarchici e liberali, lo stesso Lucien si trova a sua volta diviso, persino corteggiato, da potenti forze opposte, le quali, a turno inducendolo sempre più in tentazione, lo conducono inesorabilmente a corrompersi. I liberali da una parte, rappresentati dal giovane giornalista privo di scrupoli Étienne Lousteau (un sardonico e ammiccante Vincent Lacoste) che introduce Lucien agli sfarzi e alle spietate regole della mondanità della Parigi del tempo, i monarchici e i conservatori dall’altra, rappresentati dal talentuoso scrittore emergente Raoul Nathan (un bravissimo Xavier Dolan), che con i loro pregiudizi di casta contribuiscono a creare in Lucien quella spinta alla rivalsa, quella brama di affermazione e vendetta che assurgerà a ruolo di vero motore narrativo. Una coppia antitetica cui fanno eco le due donne del film, a loro volta opposte e diversissime, le quali, vere e proprie forze narrative contrastanti, spingono Lucien prima in una direzione e immediatamente dopo in un’altra. La bellissima Madame de Bargeton, infausto primo amore di Lucien, causa delle precoci delusioni nonché delle cocenti umiliazioni del giovane, è il più chiaro simbolo di quella società all’apparenza rispettabile, privilegiata e illuminata, ma in realtà segretamente corrotta e priva di scrupoli. Mentre Coralie, giovane ballerina dei Cabaret parigini, fragile e candida ragazza che riversa in Lucien il suo abbandono e il suo amore, è l’unica creatura veramente autentica della narrazione, la sola capace di donarsi completamente, senza altri fini, e di donare a Lucien qualcosa di bello per cui lottare. Al centro il dramma della disillusione, della corruzione del protagonista che pian piano smarrisce sé stesso, reso cieco dagli inganni di una società fatua, trovandosi infine a dover scegliere, quasi alla stregua di un novello Barry Lyndon, tra il suo amore per l’arte e la promessa di un titolo. Nobiltà d’animo e vanità si scontrano continuamente in questo film, in un’oscillazione costante che conduce Lucien verso l’inevitabile quanto scontata disfatta finale, in un drammatico ordito tutto teso ad accalappiare lo spettatore.

Il film di Giannoli, dalla regia quasi invisibile, è un’opera magistralmente scritta, i cui dialoghi sia pur curati, arguti e profondi non assumono mai toni retorici o ridondanti, e dove la matrice letteraria diviene espediente narrativo, occasione di riflessione, persino, sull’arte, sulla bellezza e sulla verità. Il dramma di Lucien è quello di un artista, un artista di talento alla ricerca di un’occasione, per la quale è disposto ad accettare compromessi sempre più degradanti che lo porteranno ad abbracciare proprio quanto sempre disprezzato. Raccontato attraverso il filtro, ugualmente letterario, di una voce narrante onnisciente, anonima fino alla fine, il film si sviluppa come una narrazione meta-letteraria, disincantata quanto arguta, sul valore dell’arte, sulla sua incorruttibilità e i sacrifici che essa comporta. Due gli idoli della vacua società rappresentata da Giannoli: l’arte e il denaro, divinità contrapposte e inconciliabili, fonte di un conflitto irrisolvibile. Se il denaro appare indispensabile all’arte, la ricerca spasmodica di esso assume i connotati di una forma di abbruttimento e degrado, compromettendo inevitabilmente qualunque vera forma di ispirazione artistica. Così la più onesta e pura poesia, quella scritta da un giovane Lucien, appare possibile solamente nel contesto bucolico e idilliaco di Angoulême, suo paese d’origine, non potendo mai trovare accoglienza in quell’irriverente Parigi dove tutto è in vendita, anche l’arte stessa. L’artista, non più vate illuminato, detentore di una conoscenza mistica, assume la veste di uno scribacchino in pasto alla stampa, alla ricerca di pubblicità, scandalo e visibilità, alla stregua della politica della peggior specie. Tutto si vende al miglior offerente, la critica, il plauso del pubblico, i ruoli in teatro, il successo di un libro: tutto diviene gioco politico, di avidità e di potere. Così, Lucien, da aspirante poeta e scrittore, si farà critico satirico dalla penna velenosa, pronto a vendersi per il proprio tornaconto e, infine, quando costretto dai debiti, pubblicista squattrinato.

Il film non spicca per originalità o per audacia, e si mantiene anzi tradizionale nella sua impostazione narrativa e scenografica, ma eccelle per il suo carattere moderno e contemporaneo. La forza di Illusions Perdues risiede nel rendere il tipico dramma in costume ottocentesco quanto mai attuale, spunto di riflessione e di analisi della nostra stessa società. Nel contesto delle Francia del XIX secolo, Giannoli descrive l’avvento del capitalismo, della pubblicità, della stampa, delle leggi del mercato, esponendone i retroscena più squallidi e crudi. Il regista francese non si limita a una denuncia della vanità umana e della meschinità del denaro, temi su cui ruota l’intera trama, ma evidenzia i meccanismi perversi e cinici che legano tra loro arte, stampa e politica. In particolare, Giannoli intesse un feroce j’accuse alla corruzione mediatica, al mondo del giornalismo e della critica, visti come veri e propri “bordelli di pensiero” in cui disinformazione, clientelismo e apparenza regnano sovrani. Il regista gioca in modo sottile e efficace con il confine sottile che separa realtà e apparenza, verità e messinscena, rivelando freddamente come le due siano interscambiabili e sovrapponibili, quanto tutto sia oggetto di interpretazione e punti di vista. Esemplare è il cinico aneddoto raccontato da Lousteau per meglio spiegare a Lucien il ruolo del critico:

due critici sono al lago Tiberiade quando vedono Gesù camminare sull’acqua.
Uno fa all’altro: «Guarda, non sa neanche nuotare!».

Illusions Perdues mostra un carosello di eccessi, di mondanità, di spreco e di macchinazioni a cui nessuno sopravvive: tutti i suoi personaggi escono sconfitti, vittime dell’instabilità dei tempi o di quei giochi di potere a cui si sono sacrificati, mentre la corruzione della propria anima diviene l’inevitabile prezzo da pagare. In tutto questo, tuttavia, Giannoli non cede mai alla banalità o all’ovvio, pur portando lo spettatore esattamente là dove ci si aspetterebbe, bensì dimostra una ricercata sapienza nel tendere le fila delle relazioni tra i personaggi, fino al quasi inaspettato svelamento finale. Sarà proprio l’arte a consentire un sodalizio umano fuori dai corrotti schemi di potere, rimanendo come una luce verde, lontana ma splendente, alla quale aggrapparsi. Soltanto chi si è dimostrato devoto a essa otterrà una seconda possibilità, manterrà quanto meno una sua integrità, una superiorità, potendo forse cogliere l’occasione di una catarsi. Quella che appare come la storia di una sconfitta, un dramma in costume, muta in una commedia dal finale amaro e disincantato quanto foriero di speranza. Attraverso questa commedia di esagerazioni, corruzione, disincanto e morte, attraverso questa discesa nel letamaio della città, Lucien riemerge purificato, dopo essersi immerso nudo, ancora sporco della polvere di Parigi ma ormai spoglio dai tanti orpelli simboli di un lusso esagerato e libero finalmente dall’ambizione sfrenata, nelle acque innocenti del lago che lo ha visto bambino. Una scena che riprende, in modo del tutto antitetico, quella del battesimo a giornalista tra gli sfarzi e gli ori della mondana società parigina. Attraverso l’acqua e il suo potere catartico, Lucien torna alla vita, pensatore lucido che più nulla ha da perdere, moralmente più forte, pronto a vivere soltanto per la sua arte.

Anna Chiari

“Illusions perdues” (2021)
141 min | Drama, History | France / Belgium
Regista Xavier Giannoli
Sceneggiatori Jacques Fieschi, Xavier Giannoli, Honoré de Balzac
Attori principali Benjamin Voisin, Cécile de France, Vincent Lacoste
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