21 Novembre 2020 -

IL FEDERALE (1961)
di Luciano Salce

All’interno di una nuova sezione denominata Back to Life, il 38° Torino Film Festival – costretto dalla pandemia di Covid a una del tutto inedita edizione online – ha di fatto rinunciato a una retrospettiva strutturata per scegliere di proporre una selezione di film restaurati. Una delle tante scelte inconsuete – in questo specifico caso si spera figlia della contingenza e non di una reale volontà di rinnegare l’anima più primigenia della kermesse sabauda – di una rassegna che, dopo il passaggio di testimone da Emanuela Martini a Stefano Francia Di Celle, ha fatto della rottura con il passato uno dei propri leitmotiv, registrando sinora, più che altro, un coro abbastanza unanime di alzate di sopraccigli. E in tale sezione ha trovato posto anche una pellicola restaurata dalla solita Cineteca di Bologna, Il federale di Luciano Salce, opera non poi così tanto citata degli albori della commedia all’italiana, un filone che a dispetto del nome non è quasi mai pura commedia, innestandosi in esso ampie suggestioni drammatiche.
Siamo nella Roma della primavera del 1944, ancora occupata dai nazi-fascisti. Primo Arcovazzi, “graduato della milizia”, un ottuso camerata che ci ha messo vent’anni a imparare la dottrina fascista (e che per questo motivo ce ne metterebbe almeno altri venti a disimpararla, come sostengono i suoi superiori) è incaricato di scovare e catturare il professor Erminio Bonafé, oppositore del regime e probabile nuovo capo di governo dell’ormai ventura Italia post-fascista, già rocambolescamente sfuggito ad un rastrellamento condotto senza troppa perizia dallo stesso Arcovazzi. Per stanare Bonafé il camerata dovrà recarsi in Abruzzo, dove il professore si è nascosto e dove viene facilmente rintracciato. Arcovazzi e il suo prigioniero inizieranno un viaggio verso Roma non privo di ogni sorta di avventure e disavventure.
Questo breve accenno sinottico dimostra quanto il pretesto narrativo de Il federale sia oltremodo semplice, basato su un’idea di Castellano e Pipolo che – insieme a Salce – scrivono anche la sceneggiatura del film, negli anni della loro maggiore bulimia creativa (quella prima metà degli anni Sessanta in cui sfornarono una media di oltre cinque script all’anno). Ma se il pretesto è semplice, lo sviluppo è invece semplicistico, con una caratterizzazione del personaggio principale, il camerata Primo Arcovazzi (interpretato da Ugo Tognazzi), che finisce per consegnare ai posteri l’ennesimo ritratto del presunto fascista buono, il fascista arrogante e ignorantello ma tutto sommato di buon cuore (tanto da non riuscire a tirare il collo a una gallina, nemmeno quando ciò gli servirebbe a sfamarsi). Una tendenza che negli anni del Dopoguerra era cavalcata con una certa disinvoltura, nel tentativo di ricercare un compromesso sociale volto a ristabilire un quieto vivere quanto meno di facciata, con il più classico dei colpi di spugna a coprire errori e orrori del Ventennio e di chi ne era stato protagonista o complice.

Un approccio che finisce inevitabilmente per cadere nel qualunquismo, addebitando generiche colpe all’ignoranza del popolo (emblematica, in tal senso, la scena in cui la zia e la cugina del professore mostrano il nascondiglio di questi al camerata Arcovazzi, in un contesto di assoluta spensieratezza). La Storia ci ha insegnato come i rastrellamenti fascisti e la caccia ai dissidenti fossero ben altra cosa rispetto all’allegro gioco di ruoli che ricostruiscono Salce, Castellano e Pipolo, i quali, nascondendosi dietro il paravento della commedia, legittimano di fatto l’ennesimo liberi tutti facilmente assolutorio. Anche perché a prendersi il ruolo del cattivo giunge (scontatamente e provvidenzialmente) l’alleato nazista, lui sì becero e senza scrupoli. Quasi a voler soprassedere sul fatto che essere camicie nere nel ‘44 equivaleva ad aver compiuto una precisa scelta di campo (lo era anche prima, beninteso, ma ancor di più dopo l’8 settembre). Ed è il motivo per cui queste stesse perplessità non possono invece essere mosse contro La marcia su Roma di Dino Risi (in quanto ambientato agli albori del fascismo, in un contesto oggettivamente diverso), che uscirà l’anno dopo Il federale, sempre con Ugo Tognazzi co-protagonista.
Ci prova il finale a ristabilire un certo equilibrio, con Arcovazzi aggredito dalla folla dopo la liberazione di Roma da parte degli angloamericani, a causa della divisa da federale che finalmente indossa, dopo averla a lungo desiderata (ma che ha recuperato soltanto grazie ad una giovane ladra interpretata dall’allora quindicenne Stefania Sandrelli). Anche in questo caso, però, la scelta si rivela potenzialmente equivoca, con una messa in scena che rischia di far passare per vittima un protagonista con cui ormai lo spettatore ha largamente empatizzato. E non è l’unica idea discutibile ascrivibile alla regia (dopo quelle, già citate, addebitabili alla sceneggiatura): basti pensare, ad esempio, alla rappresentazione fuori campo e totalmente anonima dei partigiani abruzzesi, di cui a malapena si intravedono le braccia che scaricano addosso ad Arcovazzi (e al professore che stava con lui) sventagliate di mitra (anche in questo caso presentando il camerata alla stregua di un aggredito e i partigiani come aggressori senza volto).

Insomma, potrebbe sembrare un giudizio eccessivamente duro nei confronti di una pellicola che aveva ben altre finalità, ma la storia e soprattutto l’attualità ci insegnano quanto la cultura nazional-popolare possa seminare danni (celandosi dietro l’alibi della buona fede e il paravento delle migliori intenzioni), considerata la sua innata capacità di veicolare massivamente messaggi quanto meno qualunquisti. La stessa figura del professor Bonafé (interpretato da Georges Wilson) è personaggio costruito in maniera non sempre del tutto credibile e soprattutto non sembra rivelare quelle doti che dovrebbero essere proprie del futuro capo di un governo anti-fascista. Lo si evince, tra le altre cose, dalla banale descrizione della democrazia che propugna all’indottrinato Arcovazzi («Se un individuo ha fame il dittatore gli dà del pane e formaggio, mentre un democratico gli dà dei soldi perché si compri quello che vuole: pane, salame, un libro, una cravatta…»). Mentre è decisamente più in linea con gli avvenimenti del dopoguerra – ma anche in questo caso facilmente assolutorio – l’epilogo che vede il professore sottrarre Arcovazzi all’esecuzione sommaria, affidandogli simbolicamente la propria giacca e chiedendogli di confondersi con i “borghesi”, indossandone prima di tutto gli abiti e dismettendo la camicia nera (perché è contro di essa che ce l’ha il popolo, sostiene Bonafé – ma ne siamo proprio sicuri?).
Le rimostranze al film di Salce sono dunque da muovere soprattutto a una certa leggerezza (forse soltanto colpevolmente incolpevole) in fase di scrittura, che è leggerezza nell’affrontare temi delicati in maniera quanto meno semplicistica, ma anche nella costruzione di personaggi che risultino credibili e, soprattutto, storicamente verosimili. Che poi Ugo Tognazzi sappia interpretare in maniera eccellente il ruolo che gli viene affidato è tutta un’altra questione e rientra nelle innegabili doti di un attore straordinario degli anni d’oro del cinema italiano. La sua prova, insieme alla colonna sonora dell’esordiente Ennio Morricone – già memorabile primo score (battezzato “commento musicale”, come piaceva al Maestro) di una carriera meravigliosa -, finiscono per essere i due aspetti maggiormente (o forse unicamente) positivi di un’opera rispetto alla quale affiorano – come detto – una serie di grosse perplessità logiche e ideologiche, che a uno sguardo superficiale rischiano di non appalesarsi, sedimentandosi tuttavia nelle coscienze come l’ennesimo esempio di uno pseudo-buonismo revisionista potenzialmente deleterio.

Vincenzo Chieppa

“The Fascist” (1961)
102 min | Comedy | Italy / France
Regista Luciano Salce
Sceneggiatori Franco Castellano (story), Giuseppe Moccia (story), Franco Castellano (screenplay), Giuseppe Moccia (screenplay), Luciano Salce (screenplay)
Attori principali Ugo Tognazzi, Georges Wilson, Mireille Granelli, Stefania Sandrelli
IMDb Rating 7.4

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