25 Novembre 2020 -

IL BUCO IN TESTA (2020)
di Antonio Capuano

Non sta arrivando a La Ciotat, il Frecciarossa da sud che apre Il buco in testa sotto le inconfondibili arcate di Milano Centrale. E non è nemmeno la medesima macchina a vapore ottocentesca a trainarlo, ma un modernissimo locomotore ad alta velocità. Eppure c’è qualcosa in più dell’omaggio e dell’esplicita dedica ai fratelli Lumiére, nella scelta di riprodurre quasi fedelmente, desaturata fino al bianco e nero, una delle loro inquadrature più famose. C’è già una prima rottura del tempo, per esempio, con un momento di vita del 1896 che rivive pressoché identico nell’oggi, e con l’oggi che cerca sin da subito il primo di tanti punti di vista da cui (ri)guardare a ieri per tentare di capirlo e di capirsi. E poi, in quel cambio di locomotiva e luogo rispetto alla ripresa originale dei Lumiére, c’è il primo di tanti leggeri scostamenti con cui trovare la realtà e i suoi paradossi attraverso la finzione. Gli stessi piccoli e grandi scarti per cui Antonio Capuano si smarca dalle pastoie del biopic trasformando quella che nella realtà fu Antonia Custra, figlia di poliziotto ucciso due mesi prima della sua nascita da un militante di estrema sinistra, nella fittizia Maria Serra cui dà corpo voce ed emozioni una straordinaria Teresa Saponangelo. Gli stessi scarti per cui la sua squallida vita da precaria «nata morta» e priva d’affetto «in un appartamento di tre stanze» si sposta di qualche chilometro dalla San Giorgio a Cremano della ‘storia vera’ alla Torre del Greco ambientazione del film; gli stessi scarti per cui cambia generalità pure chi nel ’77 aveva sparato e ucciso, ma la sua ricostruzione di quei minuti (compreso il vero nome di Giuseppe Memeo reso immortale dalla foto di Paolo Pedrizzetti mentre piega le gambe e prende la mira ad altezza uomo) ha la precisione di una carta processuale e la profondità umana che solo il grande cinema sa raggiungere. Capuano passa attraverso quel tempo che ha ben presto dimenticato le vittime trasversali degli Anni di Piombo, quel tempo che si è fermato nell’istante di uno sparo cristallizzandosi in un ergastolo di baci persi per sempre o nella sempiterna devastazione di un rimorso grande quanto il più imperdonabile errore, quel tempo che si ripresenta sempre uguale e sempre diverso nelle dinamiche sociali di oggi corrose dalla costante pressione della camorra, contro la quale, analogamente alle insurrezioni contro le ingiustizie dello Stato corrotto degli anni Settanta, è sempre più difficile per chi è onesto e idealista non rispondere con pari brutalità alla violenza che quotidianamente subisce. Un tempo che consapevolmente cortocircuita fra il prendere spunto da un incontro realmente avvenuto oltre dieci anni fa, nel 2007, e la conferenza di Berlino sulla Libia con cui, attraverso la voce televisiva fuori campo di Paolo Celata, fa capolino il principio, di poco pre-virus, di questo 2020. Un tempo lacerato e frammentato nella sua struttura a flashback, come se l’intera esistenza della protagonista prima di incontrare l’uomo che trent’anni prima aveva ucciso suo padre nient’altro fosse che una disorientante successione di lampi in una memoria negata, apparentemente impossibile da elaborare.

Gira tutto attorno al momento del loro appuntamento, Il buco in testa, un pomeriggio fra un paio di bar milanesi, una casa e quel marciapiede di via De Amicis su cui le esistenze di tutti, durante gli scontri del quattordici maggio Settantasette, erano cambiate per sempre. Tanto quelle di chi aveva perso un padre prima ancora di nascere, quanto quelle di chi a diciott’anni, nel montare della pressione e dell’isteria sociale, mentre l’Italia era sull’orlo della guerra civile, si era convinto che alla violenza di Stato si potesse ormai rispondere solo con la medesima violenza, e aveva tirato il grilletto senza nemmeno rendersi conto di come nello sparare verso la polizia per difendere il proletariato avesse ucciso un proletario, né di come per quel tragico e paradossale errore personale, strategico e collettivo di passare alla lotta armata avrebbe vissuto una vita di rimorsi e di famigerata notorietà come terrorista e assassino. Vittima, esattamente quanto le vittime del suo gesto, di se stesso, della sua giovinezza, di pensatori sbagliati, di un momento storico, di quell’unica pistola presa per quell’unica volta in mano, e ora di un dolore eterno acuito dall’emarginazione. Era l’errore che fece passare chi voleva sinceramente un mondo migliore dalla parte del torto, il fallimento di un’intera generazione e la fine di ogni sogno, pagata ben presto il caro prezzo della sconfitta, della pubblica dannazione di quella lotta ormai degenerata nei modi, dell’oblio delle sue inizialmente sacrosante motivazioni e rivendicazioni. Un altro buco in testa, non più quello fisico del proiettile che colpì Antonio Custra/Mario Serra, ma quello metaforico – e forse proprio perché non mortale ancor più doloroso – di uno Stato che, per insabbiare la memoria di un conflitto in cui sapeva di avere per lo meno evidenti colpe e manchevolezze, ha preferito nascondere ogni verità, ogni circostanza e ogni giustificazione, fino a dimenticarsi ben presto persino delle vittime. Di questo si renderà conto la protagonista, salita per la prima volta a Milano dopo trent’anni di traumi e di odio feroce contro chi le aveva strappato l’affetto e la normalità con una pistola in borsa, quando si troverà di fronte un uomo più imbarazzato di lei, distrutto dal rimorso, pentito e cambiato dalla consapevolezza di aver macchiato e sprecato la propria unica vita. Un uomo amaramente disilluso e pronto a essere odiato, eppure sempre saldo nei suoi principi di uguaglianza e solidarietà. Un uomo da consolare e con cui fare pace, tanto che la storia vera di Antonia Custra, scomparsa appena quarantenne di cancro solo dieci anni dopo l’incontro dal quale era rinata, testimonia di come successivamente sia rimasto in contatto con lei fino all’ultimo giorno. Lunga e tortuosa è stata tuttavia la strada del perdono. Passata attraverso una vita di dolore e di analisi, di povertà e di di sbalzi d’umore, di anoressia e di bulimia, di instabilità lavorativa e di una madre che dal momento della morte del marito era diventata incapace di sorridere e praticamente muta. Passata attraverso mille difficoltà e una sessualità priva di qualsivoglia romanticismo, lavori gratuiti per fare punteggi e occasionali prostituzioni, amiche incinte da fare abortire e bullismi subiti dal prepotente figlio del boss, fino agli appuntamenti saltati perché c’è chi nel frattempo, proprio come trent’anni prima l’assassino di suo padre, ha finito per rispondere alla violenza con la stessa violenza, e per il suo esasperato e ormai distorto senso di giustizia è finito a Poggioreale con il cadavere di un picchiatore neofascista rimasto riverso sulla spiaggia.

Quello che emerge è un affresco doloroso e implacabile delle storture sociali di un Paese oggi come ieri sudicio, colluso, ignorato, nascosto, disorientante e disorientato, del quale Capuano sceglie intelligentemente di trasporre lo stesso senso di smarrimento nella frammentarietà estrema e nei salti tematici. Un continuo avanti e indietro fra i due piani temporali, fra gli istanti spezzati dell’incontro milanese e i flashback che si addentrano nella vita di Maria prima del viaggio tra confessioni in macchina, lunghi dialoghi in pianosequenza a mano, oggettive in campo medio e stacchi secchi e improvvisi che cambiano tempo, luogo e compagnia. Un mosaico di continue antitesi stilistiche che è probabilmente l’unico modo per affrontare i paradossi e le contraddizioni dell’Italia di ieri e di oggi, guardando al cinema di Marco Bellocchio in una rilettura necessariamente slabbrata e (solo apparentemente im)perfetta fra la tensione, l’odio, le vittime, la violenza, i morti, i dimenticati e i mille livelli di omertà – emblematici i bambini del laboratorio teatrale che rifiutano di portare in scena i Figli di un Bronx minore di Peppe Lanzetta, perché «se parla di camorra non ci interessa». Del resto, anche in quel treno che arriva a Milano così simile a quello dei Lumiére c’era già, intrinsecamente, anche l’inizio di un discorso personalissimo e doloroso sul cinema. Per il partire de Il buco in testa da uno sguardo iconico, già nell’immaginario di tutti, dal quale iniziare a moltiplicare e progressivamente correggere il fuoco di altri punti di vista, e per quel sottinteso che sta nella seconda parte della dedica, al produttore indipendente Gianni Minervini scomparso lo scorso febbraio, che nel corso degli anni nel talento di Antonio Capuano ha più e più volte creduto, mentre il silenzio assordante del resto del mondo del cinema ritagliava attorno all’autore più smaccatamente politico della Nouvelle Vague napoletana lo scomodo ruolo di eterno outsider, poco calcolato dalla critica, snobbato dai Festival, ignorato o quasi dalle distribuzioni, semisconosciuto per il grande pubblico. E ancora oggi, a ottant’anni compiuti di cui trenta di carriera, relegato con quello che è probabilmente il miglior film italiano dell’anno al Fuori Concorso (e al non certo soddisfacente palliativo dell’online) del Torino Film Festival, dopo che la selezione di Venezia non ha evidentemente ritenuto opportuno trovare spazio per la sua opera profonda, stratificata, lucidamente politica e al contempo umanissima. Evidentemente anche scomoda, però, nel suo rifuggire la prassi cinematografica, nel suo affrontare di petto le contraddizioni e i paradossi di uno dei momenti più delicati della Storia italiana recente – il terrorismo rosso come risposta sbagliata alle Stragi di Stato e alle bombe della destra, il clima sociale al limite della guerra civile, il brigatismo, le forze dell’ordine di leva sfruttate quanto gli operai, i parallelismi con la violenza di oggi – e soprattutto il suo mostrare apertamente, senza filtri, come quello Stato nel nome (e spesso per colpa) del quale si sono distrutte vite e famiglie abbia semplicemente creato secondo convenienza una sorta di serie A delle vittime del terrorismo, e abbia del tutto abbandonato e dimenticato le altre. Forse è per questo che, a parità di Anni di Piombo, hanno preferito candidare al Leone d’Oro il mediocrissimo ma decisamente meno controverso Padrenostro di Claudio Noce. Quasi come se non avessero voluto rischiare di pestare i piedi sbagliati, a ulteriore dimostrazione che passano i decenni ma non è mai cambiato nulla. O forse, visto che a pensar male si fa peccato, al Lido si sono semplicemente distratti. Anche allo Stato succede abbastanza spesso, del resto. Non certo il primo buco in testa, non certo l’ultimo. E a rimetterci, casualmente, sono sempre gli stessi…

Marco Romagna

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