2 Novembre 2019 -

I AM REN (2019)
di Piotr Ryczko

Sta già nei titoli di testa, tutta l’ambiguità in cui affonda le radici del suo indiscutibile fascino I am REN. Didascalie che come di consueto presentano il cast di protagonisti e quello tecnico grazie al lavoro dei quali è stato realizzato il film, ma scritte in un font di lettere speculari, che mentre le parole procedono normalmente da sinistra verso destra si orientano, all’opposto, da destra verso sinistra. Un alfabeto depistante e quasi illeggibile nel suo verso contrario rispetto a quello canonico, destinato a ribaltarsi e a ricomporsi “normale” solo dopo qualche secondo e direttamente sullo schermo. Proprio come nell’interessante esordio al lungometraggio che il polacco Piotr Ryczko ha tratto, rendendo la natura della protagonista molto più incerta con l’omissione del momento iniziale in cui il marito acquista l’androide per sostituire la moglie appena morta, dal suo romanzo Panacea, sono centrali i ribaltamenti di identità e di ossessione, di punto di vista e di problematica. Fino a un doppio e sfumato filone di rapporti umani e familiari che, a partire da un vuoto di memoria al termine del quale Renata viene trovata confusa nel sottotetto mentre il figlio Kamil è scioccato, silenzioso e pieno di lividi sul pavimento del piano di sotto, a seconda che questa memoria sia analogica o digitale racchiude in sostanza due distinti e sovrapposti film in uno: da una parte quello sul rapporto fra l’uomo e una tecnologia sempre più antropomorfa, dall’altra quello sulla psicopatologia di chi immagina, confonde e si perde nelle proprie allucinazioni fino a non essere più nemmeno certa della propria natura. O la madre surrogata costruita in laboratorio che nel crollo delle certezze è progressivamente sempre meno sicura di essere, oppure una donna che si ricostruisce un’identità alternativa nella malattia mentale. Due metafore tanto distanti da sembrare quasi opposte, e invece parti perfettamente conciliabili della stessa psicologia, dello stesso dolore, della stessa parabola paradigmatica di ambiguità, amore, sofferenza, tradimento e insicurezza. Dello stesso rendersi conto di come il crescente sospetto e la rottura dei rapporti di fiducia, quali che siano i motivi e le contestualizzazioni, inevitabilmente finisce in un effetto cascata per ridurre in brandelli i legami familiari. Con l’avanzare di quel dubbio che progressivamente, man mano che va avanti l’indagine psicologica e casalinga della protagonista, anziché rinforzarla le elide ogni certezza fino a farle rimettere in discussione le proprie emozioni, la propria storia personale, il proprio ruolo nel mondo e nella famiglia, la propria stessa identità.

La protagonista Renata, moglie e madre, è realmente l’avanzatissimo androide REN capace di emozioni e sentimenti che dice convinta di essere oppure è una vera donna di carne e pensieri malati la cui schizofrenia l’ha portata a introiettare una qualche pubblicità vista in televisione fino ad autoconvincersi di essere un robot? Il tentativo della sua famiglia di farla rimettere in discussione con terapie e silenzi è teso a liberarsene o è l’unico amorevole modo per aiutarla e recuperarla? Il suo vuoto di memoria per cui non riesce a ricostruire quei tragici avvenimenti dopo i quali l’amato figlio (adottivo o biologico?) è rimasto sconvolto e la teme è realmente sintomo del malfunzionamento di un sistema operativo evidentemente non più così «perfetto» come si pensava oppure è la crisi di nervi di una donna che non sa che cosa sia successo, non sa quale possa essere la sua eventuale colpa e non capisce più i comportamenti di chi le sta intorno? È una manipolazione industriale che le ha danneggiato l’hard disc o è un umanissimo trauma che le ha riplasmato intorno una realtà allucinatoria in cui nemmeno nel suo bagno è al sicuro dalle visioni e dai cattivi consiglieri? E quel marito del quale Renata, fra telefonate senza risposta, sospetti e «punti chiave» con cui le chiede in sostanza di mentire (o di ricostruire la verità senza più distorsioni?) al terapeuta di famiglia, smette progressivamente di fidarsi fino al tentativo di fuga, è realmente un proprietario e cliente che, in combutta con la PNC Corporation che l’ha creata, sta cercando di portarle via il figlio per farla smantellare e sostituirla con il nuovo modello oppure è un semplice uomo che la ama e vuole proteggere la moglie e il ragazzino, e sono solo le ossessioni della protagonista a distorcere la realtà fino alla sua completa dissociazione? Ha ragione la sua memoria da robot semidifettoso secondo la quale sono solo tre anni che REN(ata) si trova nella casa e nella famiglia per sostituire la moglie/madre morta oppure la vera risoluzione del suo delirio è in quelle immagini che la immortalano (ma è davvero lei o è la vera madre che il modello REN ha sostituito identica senza che il ragazzo se ne accorgesse? O ancora, non potrebbe essere un modello precedente dell’androide con le medesime fattezze di entrambe?) con in braccio il figlio ancora neonato? E infine, la bionda psicologa che la aiuta a rendersi conto della sua innocenza e delle intenzioni del marito è realmente una psicologa androide con tanto di codice a barre sotto la pianta del piede e il “difetto di fabbrica” di un’ipersensibilità che si traduce in lacrime e isterie oppure, sulla scia del Gabinetto del Dottor Caligari, è solo un’altra paziente del reparto di psichiatria che entra nel disagio allucinatorio di Renata a plasmarne l’inconscio e il delirio?

Giunto in prima italiana al Trieste Science+Fiction solo pochi giorni dopo quella assoluta al Festival di Varsavia e teneramente dedicato dal regista alla madre «ovunque tu sia», I am REN lavora di conferme e di smentite, di possibili e parallele interpretazioni delle (im)plausibili e differenti realtà che entrano in conflitto e ribaltano ogni passaggio e ogni frammento di memoria. Interseca piani temporali e continui ritorni al trauma, fra frammenti di dialogo e di lancinante memoria che ritornano sempre diversi da quella sera del crash del sistema e i fogli per la prosecuzione del trattamento psichiatrico che vengono strappati e cestinati finché Renata non firmerà come semplice donna e non più come sistema operativo, salvo poi magari vedere (o forse immaginare, chissà) il ricongiungersi della sua famiglia non a lei, ma al nuovo modello con cui è stata sostituita. Vogliono un’intelligenza artificiale perfetta, i creatori dei robot e i loro clienti, che sia efficiente, impeccabile nei lavori con tutta la casa connessa al suo sistema operativo, sempre disponibile nel donare felicità e soddisfare le esigenze anche sessuali senza mai sentirsi umiliata per il ruolo subordinato agli esseri umani, e soprattutto emotiva, in grado di dare e ricevere amore. Ma al contempo è difficile per gli esseri umani accettare e permettere che gli androidi provino emozioni più profonde e sincere delle loro, e che come loro, nel vortice delle emozioni, possano sbagliare per l’errore di calcolo di un sistema troppo sovraccarico. Lasciando agli androidi, sempre ammesso che siano realmente androidi e non la punta dell’iceberg della follia, i medesimi dolori umani senza gli stessi diritti e la stessa comprensione, consapevoli che al primo sbaglio potrebbero essere smantellati. I am REN, sospeso fra la schizofrenia e la robotica, fra la fantascienza e il kammerspiel, fra l’indagine del thriller familiare e quella intima freudiana, scava nel subconscio e nella memoria danneggiata per far riemergere i traumi, gli errori, le verità. Scava nel vaso di Pandora delle crisi isteriche, degli sbalzi d’umore, del crescente senso di protezione – che sia robot o donna, sicuramente di una madre – nei confronti del figlio che a un certo punto crederà maltrattato dal padre, ma che invece accusa per i suoi lividi proprio lei, quell’androide troppo emotivo e non più infallibile che la medicina e l’industria cercano di capire se possa ancora essere considerata affidabile come moglie e come madre surrogata. O forse quella donna disturbata che ha cancellato buona parte della sua vita per riscriverne gli ultimi anni in un’identità tecnologica solo immaginata, ma non per questo meno dolorosa. Di certo, che sia fatta di carne o di parti elettroniche, che sia in fabbrica o in manicomio, che siano medici oppure addetti alla manutenzione quelli che le stanno attorno, un inutile rottame, non più amato ma al massimo tollerato. Manipolato, allucinato, psicolabile, traditore e tradito nelle autoassoluzioni e nei sensi di colpa, nei sospetti e nel vedere una vita che all’improvviso sfugge alla sua normalità come sabbia fra le dita. Incapace di rimettere insieme i cocci di una famiglia, ma solo di illudersi, di crederci, di pensarsi finalmente ritornata sana e normale, e poi di piangere ancora dietro alla finestra in cui rimarrà rinchiusa mentre un altro robot prende il suo posto e la sua vita. O forse è solo l’ennesima impressione sbagliata della sua irrefrenabile paranoia di persecuzione, l’ennesima visione, l’ennesimo scherzo del cuore e della mente. L’ennesima negazione di una riconciliazione che sembra sempre a un passo, e che invece deve fare i conti con la crudeltà impietosa del destino.

Marco Romagna

“Panacea” (2019)
75 min | Drama, Sci-Fi, Thriller | Poland
Regista Piotr Ryczko
Sceneggiatori Piotr Ryczko (novel), Piotr Ryczko
Attori principali Marta Król, Marieta Zukowska, Janusz Chabior, Olaf Marchwicki
IMDb Rating 4.9

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