17 Febbraio 2024 -

HORS DU TEMPS (2024)
di Olivier Assayas

Sta tutta nel titolo originale francese Hors du temps, la (sempre) straordinaria consapevolezza (auto)critica e teorica di Olivier Assayas. Un “fuori dal tempo” che, al concetto di sospensione – da lockdown – dell’internazionale Suspended time, sembra quasi voler fare riferimento anche alla piena contezza di stare realizzando un film per molti versi fuori tempo massimo (o minimo), non più forte dell’urgenza pandemica oramai fortunatamente alle spalle degli straordinari instant movies Bad luck banging or loony porn di Radu Jude e Coma di Bonello, e al contempo focalizzato su un qualcosa di non ancora realmente storicizzato, sul quale di certo si tornerà nei prossimi decenni come momento che ha sconvolto e appunto bloccato per un po’ il mondo, ma su cui oggi i tempi non sono ancora maturi per una reale analisi lucida a posteriori. Una sfumatura linguistica e di senso con cui il regista (e appunto critico, sui Cahiers dall’80 all’85 ma in realtà per tutta la vita) francese, incallito cinefilo e in prima persona brillante pensatore intorno al cinema, anticipa e ribalta quella che è di fatto l’unica possibile obiezione riguardo il suo nuovo lavoro, non certo per mettere le mani avanti ma al contrario per ragionare apertamente sulla tempistica “sbagliata” in cui scientemente ha deciso di realizzare e presentare, in concorso alla Berlinale 2024, un film personalissimo e anzi apertamente autobiografico, per se stesso intimamente necessario qui e ora proprio perché ancora un blocco parzialmente nebuloso da superare, con cui traslare su un personaggio (nemmeno troppo) di finzione dalla biografia e dalle emozioni esattamente identiche alle sue, affidato non certo per caso a Vincent Macaigne da anni volto-antonomasia dei protagonisti più goffi e paranoici del cinema d’Oltralpe, le proprie paure e insicurezze durante la prima fase del Covid, ma anche la propria vita e la propria famiglia, in parte (ri)unita nella contingenza e in parte spaccata e irraggiungibile al di là di una schermata di Zoom. Una nuova ridiscussione in senso (auto)psicanalitico del (proprio) cinema in cui far procedere di pari passo la realtà e la rappresentazione, la prima persona e l’alter ego, la caratteristica e il modo per metterla in scena, la crisi personale e generale in un momento di forzata sospensione – magari a sua volta ancora sospeso dagli interventi della voce fuori campo – nel quale è stato impossibile per tutti non ripensare più volte se stessi.

È per questo che non può che partire dalla casa del regista, Hors du temps, da quella gigantesca magione di campagna circondata da boschi, campi da tennis e giardini in cui poter uscire senza incontrare nessuno, che la voce off dello stesso Assayas, un po’ come il Manoel de Oliveira di Visita ou Memória e Confissões, introduce raccontandone la storia, dal nonno a suo padre Raymond straordinario sceneggiatore noto con lo pseudonimo Jacques Rémy, e poi divisa nella proprietà fra lui e il fratello critico musicale Michka ma rimasta abitazione più o meno abituale del solo regista. Una casa ideale, con i suoi sterminati spazi privati nella Natura, con la sua collezione di libri e con il suo isolamento, per passare nel modo meno peggio possibile quarantena e confinamento, ma soprattutto una casa legata a doppio filo con quell’identità familiare e culturale in cui fra pagine, dischi, film e dipinti sono nati, cresciuti e si sono formati i fratelli Assayas. Una casa ora pronta a riaccogliere a braccia aperte, insieme a Olivier/Paul e all’attuale compagna Morgane alla prima vera convivenza dopo due anni di relazione pressoché a distanza fra i rispettivi lavori e il lungo periodo a Cuba del regista per girare Wasp Network, un Michka/Etienne fresco di divorzio (come del resto già si erano separati in casa e fuori i genitori nel passato, e poi tre volte lo stesso regista, prima da Isabelle Weingarten, poi da Meggie Cheung e infine da Mia Hansen-Løve che qui diventa Flavia, madre co-affidataria della figlia di Assayas e a sua volta bloccata a metà delle riprese di Bergman Island) e la sua nuova compagna Carole, per un lockdown in doppia coppia in cui (re)imparare definitivamente a conoscersi, ad accettare i lati più nascosti degli altri e a trovare i compromessi per convivere felici. Fino a superare (o forse no) la contingenza, la sospensione delle attività e della vita, il distanziamento sociale, il temporaneo annullamento di ogni normalità, l’inquietudine e l’incertezza verso il futuro, e magari a re-imparare a godersi la felicità di potersi finalmente (ri)trovare fino in fondo, uniti, (più o meno) rilassati, (quasi) senza impegni. Semplicemente a divertirsi e scherzare insieme, a consigliarsi a vicenda libri canzoni e film, per tutta la primavera del 2020 e fino al ritorno della luce (e dell’ispirazione) dopo una lunga notte, come adulti che tornano bambini fra le proprie analogie e le proprie differenze, fra la medesima sensibilità artistica dei fratelli e i diversissimi gradi di paura e paranoia di fronte all’allora nuovo virus, fra il rispetto (per lo meno apparente) delle posizioni (e fissazioni) altrui e quell’abbraccio con cui, ridendo, dimenticarsi quel breve e futile litigio che serviva in realtà a entrambi semplicemente per scaricare il periodo di frustrazioni. Fra gli acquisti compulsivi su Amazon di Paul, rigorosamente da far decantare e sicuramente decontaminare in giardino prima di poterli portare a casa, e le crêpes che Etienne non riesce a fare a meno di cucinare in continuazione, fra il volume dei film da abbassare (anche quando muti) per non disturbare il sonno leggero di Etienne e le precauzioni ritenute eccessive eppure rispettate alla lettera per far stare relativamente tranquillo l’ipocondriaco Paul. Fra il pallino di uno per evitare a ogni costo il virus e quello dell’altro per il rispetto della catena del freddo, o per la pulizia settimanale del patio, e il supporto di chi semplicemente sopporta.

Il resto sono call online (del resto a ben vedere già in Personal Shopper i fantasmi arrivavano dematerializzati da un messaggio) e paranoie – «il set e le sale sono potenziali cluster, non esisterà mai più il cinema» –, abitudini e compromessi, progetti di affidare a Kristen Stewart una nuova versione della Religiosa Portoghese e ridicoli tutorial per lavarsi le mani dopo aver messo in lavatrice ogni singolo abito con cui si è stati all’esterno. Sono i ricordi – da ricchi borghesi, così come da ricchi borghesi è il “loro” lockdown – di qualche dipinto di famiglia donati, via Modigliani, alla Pinacoteca di Brera, e di quello stesso percorso nel giardino che, nel bianco e nero della giovinezza così come nel colore di oggi, ispirò e avrebbe ben presto ispirato le due versioni di Irma Vep. O ancora della 127 della madre che arrivava solo nel weekend a dormire nella sua camera separata, o di quella prima amatissima ragazza da fotografare in gioventù sbloccando definitivamente l’animo artistico. Sono le partite di tennis in cui stringere sempre più il rapporto con Morgane, nel frattempo impegnata ad ascoltare interviste a Jean Renoir per aiutarsi a comprendere passioni e punti di vista del compagno, e le pentole incrostate da grattare ossessivamente e senza alcuna speranza di riuscire a pulirle dopo averle bruciate con le fragole. Sono le videochiamate con l’analista ogni settimana sempre sotto lo stesso albero e quelle invece da farsi da dove capita con i produttori e con la ex-moglie dove è rimasta la figlia che manca come l’aria ma che si ha ancora troppa paura per incontrare. Un intelligente e mai vuoto prendersi in giro di Olivier Assayas, che nel personaggio di Paul esaspera fino al parossismo le proprie ossessioni e le proprie manie, fra guanti di gomma e spese rigorosamente online per evitare qualsivoglia contatto esterno, riflessioni su come il cinema abbia perso il contatto con la Natura e la speranza che il lockdown possa legittimarsi trasformandosi nell’utopia di poter ripartire da capo senza più dolore. In una commedia brillante che nella sua personalissima confessione e nel ripensamento da forzato intervallo riporta ai dettagli più assurdi del periodo pandemico, come un divertissement solo apparente con il quale Assayas scava invece in profondità dentro un momento di surrealtà condivisa e soprattutto dentro se stesso, dentro la sua formazione culturale e dentro la sua famiglia, senza nascondere i suoi limiti e le sue contraddizioni, e anzi trasformandoli nell’ennesima riflessione teorica sul cinema e sul suo possibile senso più che mai interiore. In carriera ha fatto di meglio? Sì, probabilmente sì, anzi sicuramente sì. Ma se il livello di un film minore e consapevolmente fuori (dal) tempo è questo, ci si accontenta molto molto volentieri.

Marco Romagna

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